L’intento dichiarato dell’attento regista nostrano Luca Bianchini nel documentario Articolo 1 consiste nell’esplorare l’universo connesso alle esistenze coniugate all’imperfetto, o anche spezzate al punto da proseguire coi nervi tirati allo spasimo, a causa dei tragici incidenti sul lavoro.

Per riuscire nell’affabile ed elaborato proposito senza servirsi dell’indubbio elemento di persuasione rintracciabile nella psicotecnica recitativa e nell’impianto narrativo del cinema di finzione occorre riuscire ad appaiare alla crudezza oggettiva la sensibilità soggettiva. Maturata nell’ardua scelta della sfera intima da scoprire in filigrana, lungi dal ricorrere all’ipocrita ed enfatica esposizione del dolore ivi congiunto, spesso contemplata nel mondo dell’informazione a dispetto del principio dell’aletheia, esibendo piuttosto col dovuto pudore piccoli grandi mondi affacciati sul vuoto.

È davvero possibile riempire quell’implacabile senso d’assenza dovuto all’attanagliante lutto o altresì alla reminiscenza dell’ineluttabile trauma, nonché delle atroci conseguenze invalidanti, sulla scorta dell’interazione tra corretta informazione ed elaborazione poetica? Soppesare sentimenti sinceri ed eventi lancinanti anteponendo alla mera freddezza espositiva dei dati statici il calore umano necessario a predisporre una scrittura per immagini in grado di supportare la confessione delle parole pronunciate da chi resta, coi ricordi indelebili sia dell’amato estinto sia dell’integrità fisica persa per un colpo di sonno, accusato col sudore della fronte, rientra indubbiamente nell’apprezzabile novero delle buone intenzioni. Tuttavia è la padronanza della tecnica di ripresa adatta a unire l’opportuno carattere d’ingegno creativo al carattere d’autenticità, riscontrabile in una elaborazione nuda e cruda del lutto e dell’invalidità causata dalla stanchezza, ad avere il peso risolutivo. Al fine di catturare l’interesse degli spettatori comunicando significati impossibili da dimenticare subito dopo la visione del film estraneo ai segni d’ammicco. Bianchini indirizza subito i movimenti in avanti della macchina da presa nel capannone dell’ennesima fabbrica, nell’autostrada, dove ogni giorno, come testimonia Raffaella, l’ex camionista originaria di Fondi rimasta sulla sedia a rotelle, gli autisti a bordo dei mezzi pesanti premono sull’acceleratore per ottimizzare col trasporto la catena di approvvigionamento dei prodotti agricoli freschi, nei tipici luoghi d’una memoria estranea alle luci dei riflettori ed ergo meritevole di venire a galla. L’implicita sfida consiste nel ricavare linfa dalla marcia in più sotto quest’aspetto della geografia emozionale per allegare la psicodinamica delle persone comuni che affrontano la perdita, col decoro allergico ai colpi di gomito, alla forza significante dei paesaggi riflessivi. Bianchini, artefice pure dell’alacre copione e dell’abile montaggio, chiamato ad assemblare la spontaneità di tratto dei consorzi domestici e degli spazi evocativi, punta sul franco seppur mesto viaggio indietro nel tempo suscitato dalla condivisione che funge da ponte tra interiorità ed esteriorità.

Il percorso compiuto dapprincipio con Lucia, vedova con due figlioletti che rammenta la complicità di coppia stabilita insieme al marito deceduto in seguito all’atroce crollo del cantiere, traccia la via all’avvicendarsi d’interni familiari ed esterni rivelatori. L’immagine reiterata dell’abitazione dentro e fuori, ristrutturata in toto dal defunto consorte con le mani d’oro, provoca un vero e proprio tuffo al cuore. Al pari dell’effigie dell’impietoso terreno nel quale però l’amico per la pelle Piero seppe aprire uno spiraglio di luce nel tentativo di salvarlo. Sebbene le modalità esplicative, conformi alla piena comprensione della funerea frustrazione frammista alla liberazione dell’intensa condivisione, sembrino sovente privilegiare troppo la fonte orale, rispetto ai collaudati sentieri dell’habitat circostante relegato talora a motivo di fianco, l’acume nello scorgere il fil rouge della voce, coi coinvolgenti tremori sugli scudi, e del volto, zeppo d’impercettibili ed empatiche microespressioni, rimedia all’inane predominio delle tinte grigie allineate all’attestazione dell’amara realtà, intessuta comunque di fulgida tenerezza, sulle mappe emotive della geografia degli affetti. Che cede poi quasi completamente la ribalta alla testimonianza in prima persona di Raffaella. Balzano comunque agli occhi la lucidità, il valore terapeutico dell’umorismo, l’intelligenza pugnace ad appannaggio della donna paralizzata. Pronta, nondimeno, a dire la sua, preservando sempre la dignità, per rivivere, nel racconto impreziosito dalla fragranza della genuinità, il tran tran giornaliero del mestiere di camionista, quello precedente dedito alle mansioni di facchinaggio, i momenti lieti e il severissimo tributo sborsato ai riflessi ridotti dalla penuria di sonno adeguato. La sequenza in riva al mare, dove Raffaella va quando ha la luna di traverso, benché intelligibile e quindi nuovamente condivisibile, appare eccessivamente programmatica, al pari degli interludi raffiguranti gli emblematici tramonti, coi raggi di sole che attraversano gli strati spessi d’aria, per penetrare sul serio sotto la pelle.

A differenza dei catartici attimi colti dal vivo con la luce negli occhi di Raffaella che ne anima l’amor vitae, nonostante l’affliggente condizione, in lode all’incontestabile atto di distinzione palmo a palmo nella dimensione relazionale dalla desolante perdita di controllo. L’atmosfera di complicità alza ulteriormente l’asticella nelle fotografie appese alle pareti, nella comunicazione cristallina ravvisabile nel fratello del compianto Sandro, nell’uniformazione virtuosa degli esami comportamentistici con ciò che dicono e pensano i clienti fissi del circolo. Con l’assenza del caro defunto, dalla mole possente e dall’indole da capobanda, che traspare nella polpa, nei contenuti, nella relazione proporzionale dei semitoni degli avventori, alieni ai falsi spassi intellettuali dei soliti artifizi formali, avvezzi, al contrario a privilegiare, rispetto alla gelatina dell’inutile ricercatezza, l’archivio morale eletto ad antidoto contro l’algido archivio dei dati a corto di sentimenti. Assolutamente avvertiti, invece, in cabina di regìa dal solerte Bianchini. Che, prima di cedere il proscenio in zona Cesarini alla garbata lezione impartita ai ricettivi studenti dall’esperto magistrato Bruno Giordano in merito alla spinosa questione dei funesti incidenti sul lavoro, raggiunge lo zenith catturando i fecondi silenzi d’un altro amico accorso sul posto. Senza poter salvare Sandro dal drammatico epilogo nella cartiera toscana invasa dallo sgomento per le sorti ormai ridotte al lumicino del gigante buono. Salutato in extremis. A dispetto della poca dimestichezza con l’immersione antropologica e trascendente degli eruditi autori dei documentari capaci di convertire la realtà locale in apologo universale, attribuendo all’identificazione del pubblico negli attimi fatali una sorta di purificazione emotiva, Bianchini possiede lo stesso la stoffa che serve per divulgare nel buio della sala il radioso sostegno ai superstiti. Articolo 1 non si limita infatti ad associare la scrittura per immagini alle cose dette in proposito. Bensì snuda, col debito rispetto che si deve agli “amabili resti” cari a Peter Jackson, le cose non dette. Pronunciate dagli sguardi in certi casi persino sfuggenti. Nella buona fede, nella franchezza, nel candore. Cementando così riverberi sventurati, attenuazioni franche ed elaborazioni concretamente poetiche.

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