“whynotfrank” è un disco che si muove tra identità, relazioni e trasformazioni interiori. In questa intervista emergono le riflessioni dell’artista sulla scrittura dei brani, sulle immagini presenti nei testi e su quel confine sottile tra controllo e abbandono che attraversa l’intero progetto.

Il titolo dell’album, “whynotfrank”, sembra già una domanda aperta. Come è nata questa espressione e quanto rappresenta il modo in cui affronti le scelte artistiche?

Questo nome nasce dal legame con Frank, produttore e batterista dell’album. La frase ‘Why not?’ era la nostra risposta costante a ogni sua proposta, anche la più insolita. Inizialmente era il nome della band che avevamo formato. Dopo lo scioglimento abbiamo deciso di mantenerlo per questo album, pur uscendo con un nuovo nome, perché queste canzoni appartengono proprio a quel periodo. Con il tempo, ‘Why Not’ è diventato un vero e proprio atteggiamento, un approccio che riconosco ancora oggi nel mio modo di lavorare.

In “Anywhere” scrivi una frase molto intensa: “immagina se il mondo finisse prima del tramonto, l’ultimo ricordo sarebbe il colore del sole”. Da dove nasce l’ispirazione per immagini così cinematografiche nei tuoi testi?

Il cuore di “Anywhere” è una storia di memoria che svanisce, un’esperienza personale legata alla perdita della memoria. L’ispirazione visiva è arrivata guardando il film “The Father”, con Anthony Hopkins: mi ha profondamente colpito il modo in cui mette in scena lo sgretolarsi della percezione. In generale, il mio processo creativo parte sempre da un’immagine, che mi serve per immergermi nel brano. È come se cercassi di costruire ogni volta una piccola colonna sonora per una sensazione o un istante; qualcosa che prima visualizzo e che poi tento di tradurre in musica e parole.

Il disco alterna momenti molto introspettivi a brani più diretti come “Keep”. Quando costruisci un album pensi prima alla storia complessiva oppure ogni canzone nasce come un mondo autonomo?

Non penso mai a una storia complessiva, soprattutto in questo caso. I brani sono stati scritti nell’arco di circa quattro anni, senza l’idea che sarebbero diventati un disco. Ogni canzone nasce come un mondo a sé e richiede suoni, atmosfere e strumenti diversi per prendere forma. Il filo conduttore, inevitabilmente, sono io.

Il progetto sembra voler abbracciare anche una dimensione visiva molto forte, tra copertina, video e ambientazioni. Quanto conta per te l’aspetto visivo nel completare l’esperienza musicale?

Il lato visivo è fondamentale, è la scintilla da cui nasce tutto. Le immagini mi guidano fin dalle prime fasi, aiutandomi a tradurre le emozioni in musica e a tracciare la strada da seguire. È a tutti gli effetti un’estensione della musica, un linguaggio parallelo che rende tangibile ciò che le canzoni raccontano.

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