Asterix e il segreto della pozione magica: Panoramix va in pensione ? Intervista al regista Alexandre Astier

Con Asterix e il segreto della pozione magica tornano al cinema i Galli più famosi del mondo: Asterix e Obelix, protagonisti di una nuova avventura alla scoperta della celebre pozione magica e dei suoi segreti. Tratto dai fumetti targati Hachette Livre ideati da René Goscinny e Albert Uderzo , il film d’animazione in computer grafica è stato realizzato dai francesi di M6 Studios con la collaborazione di Mikros Animation e arriverà nelle sale italiane il 7 Marzo 2019, distribuito da Notorious Pictures

In Asterix e il segreto della pozione magica Panoramix, il mago del villaggio, sta invecchiando. È tempo di trovare un giovane erede a cui tramandare il segreto della pozione che dona i super poteri che hanno permesso ad Asterix e Obelix di salvare la loro terra dagli attacchi nemici.

Pubblichiamo l’intervista allegata alla cartella stampa del film, nella quale il regista Alexandre Astier – anche sceneggiatore , regista e voce di Plusquamurus nell’edizione francese – ci svela alcuni segreti di questa nuova avventura totalmente originale rispetto ai fumetti dai quali di solito sono state tratti i prodotti d’animazione e live action riguardanti l’eroe gallico.

Quale è stato l’elemento di richiamo in questo secondo episodio delle avventure di Asterix?

Il fatto di poter proporre una storia originale. Il primo film, Asterix e il Regno degli dei, è un adattamento e mi chiedevo quale sarebbe stato il passo successivo, così ho proposto una storia originale. Pensavo che avrebbero rifiutato, mi ripetevo che non ce l’avrei fatta. Invece no, eccoci qui.

 

Nella trattativa per arrivare a questo accordo ci sono stati momenti di tensione? 

No, si è svolto tutto in modo tranquillo. Il soggetto poneva qualche difficoltà perché presentava elementi che non vengono affrontati in Asterix. Asterix non ha un futuro, è eterno, immutabile nel tempo: i Romani attaccano, il villaggio resiste e si salva la  pozione magica. È in questo schema che prendono corpo tutte le avventure e nessuno si è mai chiesto cosa succederebbe se Panoramix non potesse più fare la pozione. Sapevo che questo avrebbe creato delle difficoltà e il fatto di avere un’idea non sarebbe stato sufficiente. Bisognava dimostrare che questa storia avrebbe rispettato i diritti di Asterix, che sarebbe stata una bella rivisitazione e che non voleva sovvertire i capisaldi dell’opera che sono rimasti nel tempo. Quindi, più che di discussioni accese c’era bisogno di mostrarsi rassicuranti e di presentare un pitch che non spaventasse.

 

Come è stata costruita la storia?

Per grandi linee. Poi ci sono dei paletti, come la durata del film: ottanta minuti, che non è tantissimo. Non era semplice perché mancava un pezzo della sceneggiatura ed è stato difficile farci entrare tutto. La storia non è stata costruita, c’era già. E dopo bisognava realizzarla insieme a Louis Clichy.


Come riesci a metterci il tuo stile, a lasciare la tua impronta, rispettando al tempo 
stesso lo spirito e le regole di Asterix?

Non esiste una tecnica per rispettare le cose. Se non rispettassi Asterix non lo farei. Il fatto che io voglia raccontare una storia di Asterix non significa che voglia stravolgerla. Non mi piace trattare male le cose, non è il mio stile e non mi interessa. Non c’è niente da rifare, al contrario voglio attingere a quello che mi è sempre piaciuto di Asterix fin da quando ero bambino. La questione è quindi come essere sé stessi? Non posso essere qualcun’altro, quando scrivo sono io, e questo è evidente. E non sembra male. In realtà non mi preoccupo, perché mentre lo faccio il rispetto viene fuori naturalmente senza che io debba sforzarmi.

 

Si pensa sempre che un secondo episodio dovrà essere più potente, più esplosivo. Questo lo sarà davvero?

Sì, ci sono degli elementi nuovi. Innanzitutto, c’è un  movimento. Asterix e il Regno degli dei si svolge a porte chiuse, succede tutto nei pressi del villaggio, Cesare costruisce perfino i suoi palazzi attorno al villaggio. In questo caso invece si tratta di un’avventura che porta i nostri eroi alla ricerca di un candidato in giro per tutta la Gallia. C’è il tema del viaggio e questo amplia l’universo del primo film. Credo che anche l’animazione sia più bella perché abbiamo fatto dei progressi, se non altro dal punto di vista tecnico. Ci sono delle cose ormai acquisite e trovo che l’animazione – e non è merito mio, quindi non mi sto vantando – abbia fatto un piccolo salto di qualità.


È un film che farà solo ridere o saranno affrontati anche temi forti, come il 
pensionamento e la trasmissione del sapere?

Per me non esiste commedia senza dramma. Sono cresciuto con questa scuola di pensiero e continuo a crederci. Ovviamente questo solleva molti temi. Prima di cominciare decido cosa voglio scrivere e mi metto al lavoro. Questa storia fa venire a galla molte questioni. Ad esempio, perché Panoramix non mette in salvo tutta la Gallia visto che è in possesso della pozione magica? Perché se la tiene per sé? Come si vede nelle storie a fumetti ci sono popolazioni oppresse in tutta la Gallia. Possiamo fare un collegamento con la questione delle armi nucleari: chi ce l’ha? Chi no? Perché non possono averle tutti? E se le avessero tutti cosa succederebbe? Sono molte le domande che vengono fuori. E non ho modo di uscirne: scrivere una storia significa necessariamente tentare di rispondere a tutto. Di certo, una cosa che non volevo era sorvolare su domande come queste.

 

Hai creato un nuovo personaggio cattivo, Sulfurix. Perché è un cattivo vero?

Appartengo a quella scuola di pensiero secondo cui il film è riuscito quando è riuscito il cattivo. Ho sempre avuto un debole per i personaggi cattivi, da bambino volevo sempre fare la parte del cattivo. Perché Sulfurix è un cattivo vero? Di solito in Asterix i cattivi fanno ridere. Ad esempio, in Asterix e la zizzania, c’è quell’ometto cattivo che riesce a mettere nei guai i protagonisti. Non c’è dubbio che sia cattivo, ma al tempo stesso ha qualcosa di buffo, possiamo prenderlo in giro. Altro esempio, in Asterix e l’indovino, l’indovino fa un’entrata sensazionale ma dopo un po’ ci accorgiamo che è solo un ciarlatano, e questo lo rende divertente. In Asterix e il segreto della pozione magica, invece, il cattivo è davvero pericoloso, è molto intelligente. È uno che improvvisa, è un po’ folle, ma è lui che mi ha fatto venire voglia di fare questo film.

Asterix e il segreto della pozione magica
Cosa pensi del personaggio di Plusquamursus?

Ho preso molto in simpatia questo personaggio. Si trova in una situazione che conosco bene, quella di avere una squadra non proprio valida. Mi capita spesso e ci sono abituato ‒ sullo schermo, ovviamente, non nella realtà. È arrivato al punto di pensare «Così non va, ma non posso farci niente». È un po’ scoraggiato, ma come potrebbe non esserlo quando bisogna affrontare i Romani che sono alle porte del villaggio di Asterix? A un certo punto non è il caso di avere troppe ambizioni, di essere troppo intraprendenti o di sperare di piacere a Cesare, non ha senso. Bisogna solo aspettare che passi tutto.

 

Preferisci scrivere la parte dei Galli o quella dei Romani?

Non riesco a ragionare in questi termini. Mi piace scrivere per degli attori e, che si tratti di Romani o di Galli, sono persone con cui mi piace molto scrivere (ride).

 

Da dove provengono i nomi dei personaggi? Penso per esempio a Tomcrus.

Ah, quello l’ho inventato io! Non mi succede spesso, perché non mi piacciono i giochi di parole. Bisogna trovare le parole giuste e a me manca quel tipo di umorismo. Ma ci chiedevamo di continuo: “Come si chiama questo? È necessario trovargli un nome!”. Per queste cose sono pessimo ma stavolta l’ho azzeccato. Non so da dove sia uscito… I nomi dei Romani terminano spesso in “us” e quindi troverete molti nomi del genere. Ho un rimario, ma lì ovviamente Tomcrus non c’è. Non so come sia uscito fuori, ma sono piuttosto soddisfatto di averlo inventato io!

 

In questo secondo episodio qual è la tua frase o battuta preferita?

Una frase del cattivo. Sulfurix arriva nel bosco dei Carnuti e inizia a prendersela con tutti. È un druido che è stato in esilio per dieci anni e torna all’improvviso, non si sa bene come. Dice agli altri: “Se avessi avuto un potere come questo – parlando della pozione magica – non l’avrei conservato per quaranta idioti baffuti, ma avrei messo fine a tutte le guerre nel mondo!”. Mi piace pensare all’effetto che questa frase potrebbe  suscitare negli spettatori. Non è una battuta, vorrei che il pubblico riflettesse e pensasse: “Però ha ragione! Perché la pozione può salvare solo quaranta uomini?”. Se il pubblico si facesse questa domanda, sarei molto soddisfatto.


Quale è stata la lezione più importante che hai imparato sul primo film e che ti è servita per il secondo?

In questo film, così come nel primo, il vantaggio è che gli attori registrano la loro voce prima di passare all’animazione. È fondamentale per me. Questo significa che non c’è immagine. Andiamo in studio, registriamo le voci e continuiamo finché non funzionano e gli attori non si calano nei personaggi. Dopo si lavora sull’animazione dei personaggi a seconda di quello che hanno fatto gli attori. Ammetto che mi sarebbe preso lo sconforto se avessi dovuto doppiare un’animazione già fatta come se stessi doppiando un film – cosa che succede ad esempio con i film che arrivano dagli Stati Uniti. È così che mi piace lavorare sull’animazione. E poi c’è più libertà, e con dei bravi animatori si possono fare un sacco di cose. Il live action di Asterix, con i baffi e tutto il resto, è un rifacimento tipicamente francese. È formidabile, non dico di no, ma l’animazione dà una certa forza espressiva. Con attori che rispettano i personaggi si ritrova tutto il fumetto. In qualche modo è proprio così che sognavo di realizzare uno dei racconti di Asterix.  C’è tutta la portata della recitazione prima e dopo. Ci sono tutto il potenziale, la magia e il mondo dell’infanzia dell’animazione e del fumetto.”

 

Per fare un film di animazione ci vogliono almeno quattro-cinque anni. Come riesci a mantenere l’energia e la motivazione necessarie per arrivare alla fine del progetto senza scoraggiarti?

Quando devo chiudere sono molto esigente e, se qualcosa non funziona, non riesco a passarci sopra. Anche Louis Clichy è così. Se ho una melodia in testa, voglio che sia quella. E ci capita di pensare alla stessa musica. In un film d’animazione all’inizio ci sono idee fresche ed entusiasmanti. Ma la realizzazione di un film d’animazione è anche molto minuziosa, lunga, e procede per piccoli scomparti. A parte la registrazione con gli attori che suona subito all’orecchio, l’immagine giusta arriva molto tardi. Per molto tempo l’immagine che vedi sullo schermo ti demoralizza. In tutti i film il risultato arriva tardi, ma un film d’animazione può essere frustrante e un po’ sterile per un bel po’ di tempo. È necessario avere idee molto precise fino alla fine perché tutto deve prendere vita, e prende vita molto tardi. Bisogna essere un po’ ossessivi.

Come vi siete divisi il lavoro con Louis Clichy?

In teoria io scrivo e dirigo gli attori e lui lavora all’animazione e si occupa della messa in scena. Però, poi, in pratica io metto lo zampino nella messa in scena e lui nella scrittura e quindi finiamo per litigare. Ma mi piace fare lite con Clichy, o perlomeno ci ho fatto l’abitudine (ride).