Atlantide: un’iniziazione violenta per Yuri Ancarani

L’esperienza audiovisiva costituita dalla scrittura per immagini del film Atlantide – che esula davvero dall’ordinario rispetto tanto alle pellicole di finzione, volte ad anteporre i colpi di gomito dell’inane aura ascetica o il segno d’ammicco dei soliti coefficienti spettacolari a beneficio del pubblico dai gusti semplici, quanto ai documentari intenti a catturare solo ed esclusivamente la verità nuda e cruda – rispecchia la marcia in più della video art.

Padroneggiata dall’avvertito ed estroso regista autoctono Yuri Ancarani anche nelle precipue fatiche precedenti – dal cortometraggio Il capo, imperniato sulla geografia emozionale, ghermita dall’uso intransigente ed erudito della camera fissa sulla medesima falsariga adottata dopo da David Lowery nel romantico fantasy contemplativo Storia di un fantasma, al breve ma intenso apologo sci-fi Piattaforma luna sino ad arrivare al compiuto ed eccentrico scandaglio d’impegno civile sui generis The challenge – lontano dal cordone ombelicale con la natìa Ravenna. Animato, piuttosto, dalla scoperta dell’alterità e dalla valenza mitopoietica dei territori eletti a location. Che riflettono gli stati d’animo, determinano i modi di agire. E anche di reagire.

Basta pensare ad Atlantide. Nello specifico all’ennesimo transatlantico, parente nemmeno troppo distante sia pure nello speculare contrasto stilistico ed evocativo del Rex mostrato in chiave romantica e visionaria dal Maestro riminese Federico Fellini in Amarcord, mentre i giovani della laguna, legati al senso d’appartenenza in mezzo alle luci meno sfavillanti della festa privata ma dal timbro risolutamente identitario non battono ciglio. Il nipotino del transatlantico Rex, addobbato come un Albero di Natale, che ai tempi fu oggetto di meraviglia per l’ampia galleria di personaggi felliniani votati dapprincipio alla sana insolenza, cede la ribalta allo skyline di Venezia. E non c’è confronto: vince la città lagunare dieci a zero. Manco a dirlo. Insegnante della Naba di Milano, vecchio lupo di mare che conosce bene i suoi polli, individuati negli spettatori scaltriti, affezionati alle visioni d’autore, agli elementi canonici del carattere d’ingegno creativo, ai cortocircuiti maggiormente sorprendenti, che scongiurano l’incognita dell’uggia col sorplus dell’ironia sottesa all’avvolgente interazione tra habitat ed esseri umani, Yuri Ancarani vuole adesso alzare il tiro. Inchiodando l’attenzione pure degli spettatori dai gusti semplici, allergici ai dispendi di fosforo: ossia il target dei giovani, fieri di privilegiare la bassa densità lessicale a quella alta, le canzoni rap ai brani della musica classica, i segnali discorsivi ai discorsi prolissi, gli eloquenti silenzi, in definitiva, al vizio di mandarla troppo per le lunghe con richiami citazionistici. Impliciti ed espliciti. Impossibili da cogliere per le platee appena provviste di licenza elementare. Abituate a trasformare le fratte, o le barche nel caso preso in esame, nelle alcove passeggere. In cui la caducità della libidine, preceduta dalla voluttà di esprimersi contorcendo il corpo nella danza, richiamando alla mente il cult giovanile La febbre del sabato sera di John Badham, con John Travolta alias Tony Manero da Brooklyn con furore spiccio don Giovanni nella semioscurità degli accoppiamenti da una botta e via ed eroe al contempo delle piste sotto la luce degli illusori riflettori, getta ombre inquietanti sull’egemonia dello spirito sulla materia.

Sulla capacità di credere nei sogni nel pieno dell’età verde. Sulle relazioni scosse dai brividi muliebri. Dal contatto con le labbra appena dischiuse nel trasporto dei baci verginali. Sostituiti dalla linea d’insistita ed empia costanza del precoce cinismo. Della sostanziale incomunicabilità. Che, dopo Il capo, con la figura del responsabile degli scavi nelle cave di marmo di Carrara assorto nell’eremo, nell’ossessiva attuazione, nell’alienazione, lacerata dalla rottura della materia per mezzo d’una gru dall’effigie quasi biblica ma lenita dall’indomito spirito lungi dall’alzare bandiera bianca, torna a riflettere i momenti di sospensione. Di stasi. La virtù di scrivere con la luce, garantita dall’ottima ed eterogenea fotografia, non paga dazio ad alcun vezzo estetizzante. I cromatismi mandati ad effetto con la luna piena nell’elemento dell’acqua – che persuade più dei rifugi panteisti analoghi agli scenari creati con maggior cognizione dal collega, del Friuli Venezia-Giulia, Alessandro Commedin ne L’estate di Giacomo per convertire lo sviluppo visivo della narrazione filmica incentrata sulle schermaglie sentimentali con la goccia al naso in attante introspettivo – riprendono le linee fondamentali cari al video maker. Che tiene conto dei valori ereditati dalla tradizione per poi guardare al futuro. Talvolta la fusione di cultura alta e cultura bassa, tra l’estetica che sembra prendere le mosse sia dal pittore Pierre-Auguste Renoir sia dal figlio regista Jean Renoir e l’estetica diametralmente opposta del videoclip, cade nell’impasse dei contrasti programmatici. Predisposti a tavolino. A dispetto dell’opportuna spontaneità di tratto. Congiunta alla bell’e meglio all’impressionismo. Legato ai ritmi veloci. Alla patina del mordi e fuggi. Agli specchi per le allodole frammisti alla solennità dei pezzi di marmo. Incapaci di perdere la marmorea e infeconda staticità nel contrasto assai scontato con la frenesia della vigoria giovanilistica racchiusa negli accattivanti tagli di luce perfettamente a fuoco. Alla stregua dell’involuto benché premiato Paolo Sorrentino ne La grande bellezza. Sulla scorta dell’incuria di trarre partito da La dolce vita di Federico Fellini attingendo parallelamente a Nove settimane e mezzo di Adrian Lyne. Con i tormentoni da discoteca intervallati dalle melodie ieratiche e mortalmente noiose. Nondimeno la cura dei dettagli colti magistralmente dal vivo, Venezia vista dall’alto, dal basso, negli anfratti, nei pertugi, nello scafo, dalla prua, sopperiscono al vacuo determinismo tardo-ottocentesco della chiara simbologia fallica.

Che punta dritto nella città, nella valle deserta senza turisti, nella croce in primo piano del cimitero, nella geometria degli spazi. Nella dittatura della miseria soprattutto morale. Giustapposta alla ricchezza architettonica. A differenza di Piattaforma luna, in cui l’inquietudine d’ordine universale ed esistenziale concedeva qualche banalità nel costeggiare non senza una certa slavata improntitudine i massimi sistemi, Atlantide si concentra sui semitoni. Sulle dissonanze. Sui pusher ancora minorenni che mimano all’interno d’un barcone di lusso il sottosuolo dei gesti alla Eminen. Sulle note dei versi spicci, licenziosi ed empatici ciò nonostante, almeno per gli stradaroli d’acqua estranei a qualsivoglia lettura al di fuori della cartellonistica locale, ad appannaggio degli idolatrati rapper romani. La tragica incommensurabilità della creatura muliebre che non crede al futuro, e la voce fuori campo dell’estetista rumena intenta a farle le unghie accostabile alla freddezza del computer dell’astronave concepita da Kubrick in 2001: Odissea nello spazio, conferisce al mix d’informazione sociale ed elaborazione psicologica il deposito d’angosce tipico della fantascienza. Col risultato di replicare in tal caso i vezzi riscontrabili nella previa sperimentazione sci-fi. L’antidoto ai musi lunghi, alla disillusione crescente, allo spettacolo perennemente accigliato, tranne il granchio spinto ad agguantare una canna sicuramente non da pesca e i proverbi d’ordinaria amministrazione invertiti dal Casanova refrattario alle parole piene, risiede nei colpi d’ala, anziché di gomito, degli sguardi sbiechi di Daniele. Nei pezzi di legno fiondati in acqua. Nel colore dapprincipio azzurro, in seguito vermiglio, al crepuscolo. Tomba delle illusioni e trampolino dal basso verso l’alto. Per cogliere nel lungo movimento introiettivo della macchina da presa l’effigie capovolta che intreccia il comico al tragico, il “vedere” al “guardare”, il disincanto all’incanto, il rap al canto finale. In nome di un processo mentale impreziosito dal contributo collaborativo dei sentimenti. Del cuore. Mentre gli stabilimenti della Ravenna che ha dato i natali ad Ancarani, giustapposti da Michelangelo Antonioni in Deserto Rosso alla gabbia del paesaggio industriale, esibiscono la prevalenza delle ciminiere volute dal progresso sulla forza della consuetudine insita nella floridezza delle gradazioni vivaci, Atlantide recupera lo slancio di The challenge. Per conferire allo sdoppiamento tra realtà ed epos l’anelito della speranza.

 

 

Massimiliano Serriello