Prima che ci venga presentato il Clark interpretato dal candidato al premio Oscar Chiwetel Ejiofor, è un prologo a base di filmato datato 1990 che suggerisce immediatamente un look da found footage quello che apre Backrooms, basato sull’omonima leggenda metropolitana e creepypasta.
Leggenda metropolitana da cui ha avuto origine l’omonima webserie di YouTube creata dallo stesso Kane Parsons che ritroviamo in questo caso dietro alla macchina da presa per concretizzare il suo primo lungometraggio.

Una oltre ora e cinquanta di visione che vede il citato Clark scomparire improvvisamente dopo aver attraversato nel seminterrato di uno showroom una strana porta che sembrerebbe essere il varco per un’altra realtà; spingendo di conseguenza la sua terapeuta Mary Kline alias Renate Reinsve ad addentrarsi proprio nella sconosciuta dimensione nel tentativo di portarlo in salvo. Da qui, con dialoghi inizialmente ridotti all’osso, soggettive da camera impazzita proto-The Blair witch project vengono alternate alla narrazione classica man mano che i protagonisti di Backrooms si addentrano in un labirinto di corridoi, stanze vuote, moquette consumate, pareti giallastre e luci fluorescenti. Un’evoluzione narrativa che, avanzando lentamente, trasporta fotogramma dopo fotogramma in una sorta di trip mentale da grande schermo in un certo senso influenzato dalle paranoie regalateci dalla filmografia di David Lynch.

E un curioso aspetto risiede nel fatto che si prova quasi l’impressione di trovarsi a tratti dinanzi ad una versione horror del kinghiano The life of Chuck di Mike Flanagan, nel cui cast rientra proprio il sopra menzionato Ejiofor. Ma Parsons confeziona chiaramente tutt’altra tipologia di racconto per immagini, risucchiando lo spettatore in un’atmosfera straniante destinata a generare in lui sempre più curiosità nei confronti di ciò che sta guardando; fino a tirare in ballo personaggi deformati nella fisionomia che trasmettono non poca inquietudine. Perché non è davvero la capacità di risultare inquietante che appare assente in Backrooms, affascinante fanta-vicenda dal sapore “ai confini della realtà” non priva di accenni di splatter e che, di sicuro non per qualsiasi palato, va a collocarsi sempre più nell’ambito del film dell’orrore a tutto tondo nell’avvicinarsi ai titoli di coda. Ai quali si giunge con l’impressione di aver efficacemente provato le sensazioni conferite da un’escursione in un tunnel dell’orrore da luna park… sebbene il tutto, non chiarissimo nella spiegazione conclusiva, si presti a più di un’interpretazione che viene forse suggerita da un passaggio de La storia infinita trasmesso ad un certo punto da un televisore acceso.
