Bagnini & bagnanti: la genuinità dei Baywatch all’italiana

“La vita”, secondo Silvio Orlando nel film d’impegno civile La mia generazione di Wilma Labate, “è una parola bella ma il vissuto è una parola che fa veramente schifo”. Sulla medesima falsariga il regista milanese Fabio Paleari raffronta la bellezza del bagno in mare con le incombenze dei bagnini. Costretti ad assistere i bagnanti, preservandoli dal pericolo di essere risucchiati in qualche surrettizio fondale sabbioso, attirando gli sguardi, nemmeno troppo indiscreti, dei seduttivi profili di Venere, assiduamente in bichini, per poi anteporre il contegno alla lusinga dell’iperbole.

Bagnini & bagnanti, pur senza l’ausilio delle dinamiche interiori ed esteriori ad appannaggio dell’arte della recitazione, coglie nel segno. Il documentario, scritto a quattro mani insieme al vispo ed eclettico Luca Legnani, riesce ad appaiare la spigliatezza dei colpi di gomito, relativi al mestiere gradito al gentil sesso, con la forza significante dell’aura contemplativa.

La realtà colta dal vivo in Bagnini & bagnanti, inserito nel catalogo Prime Video, è dunque degna di divenire oggetto di riflessione ed ergo pure di contemplazione? Ora come ora, con la distanza minima di cinque metri tra le file degli ombrelloni lungo il bagnasciuga a causa della spossante lotta alla pandemia, il ricordo della previa serenità fa un certo effetto. L’abilità di Paleari nell’imprimere al timbro figurativo un risalto in grado di andare oltre ogni mero ammicco, grazie all’esperienza maturata con gli studi di fotografia all’Università della California di Los Angeles, costeggia gli stilemi dell’idonea geografia emozionale in chiave autoctona. L’accostamento ad alcuni riverberi antropologici ed etnologici, sebbene stenti a incrementare la palingenesi della virtù di scrivere con la luce nell’empatia degli indicativi chiaroscuri psicologici, non costruisce inutili castelli di sabbia. L’egemonia della polpa sulla gelatina è rinvenibile nei raccordi dell’attento montaggio che amalgama i racconti del passato da parte degli addetti all’assistenza dei bagnanti, e soprattutto delle attraenti bagnanti, con le immagini di repertorio decise a catturare il ritratto di un’epoca. L’obiettivo può dirsi riuscito soprattutto per merito di diverse tecniche di straniamento che trascendono i convenzionali stili di ripresa nell’ambito del rapporto tra cinema e territorio. Quello dei bagnini con l’arenile, invece, risulta talora troppo generico per garantire il processo d’identificazione necessario ad attirare un’ampia fascia di pubblico. Il target dei giovani rischia, infatti, di cedere alla noia di piombo dinanzi agli onirici balli improvvisati in gruppo per tentare inutilmente di sconfiggere lo spauracchio dell’insopportabile tedio. Il fascino della divisa, ovvero della canottiera rossa con sù scritto “salvataggio”, stenta ad appaiare il passaggio da una località all’altra attraverso le debite testimonianze.

Il pluralismo dei punti di vista, con la battuta riguardante l’orgoglio nazionale preservato dai Baywatch all’italiana corrispondendo alle frecce di Cupido lanciate nell’illusione dell’avventura per andare incontro ad amori fugaci ed empiti di gallismo nostrano, giova alla piccola galleria di tipi da spiaggia. Determinate bizzarrie, anziché rappresentare un antidoto al grigiore dell’esistenza snudando gli animi lieti in cerca d’una sana spensieratezza, sembrano soffrire d’intellettualismo. Il mix di suoni diegetici ed extradiegetici trascura gli spunti spiritosi per conferire il predominio dell’inopportuno mistico ad astrazioni mentali fini a se stesse. Serbare memoria degli inganni, dei dolorosi abbagli, dell’insopportabile attentato all’ingenuità dei sentimenti appare fuori luogo. Nel versante della commedia cult e del cinema di finzione Sapore di mare dei fratelli Vanzina ha ancora tanto da insegnare. Il raffronto degli eterogenei modi d’intendere il mestiere del bagnino – da Riccione alla costa laziale – soffre di qualche squilibrio. Dovuto al vano sforzo di preferire l’ovvio nucleo tematico alla cura formale riposta nella pittura dei caratteri. Cari ai nostalgici del rimorchio facile, se non immediato. Stigmatizzati dai seguaci dei ritratti intimi asciutti e concreti. L’universo, all’opposto, delle bagnanti, il più delle volte intente ad abbronzarsi al pari delle lucertole mentre le ombre non ne intaccano i viaggi fra le braccia di Morfeo, tiene fede alle promesse di uno spettacolo piuttosto prevedibile.

Nondimeno abile ad accostare le reazioni mimiche degli oggetti del desiderio muliebre alle avances addirittura in francese. Ma è ne La Vela Club e allo Stabilimento Riviera di Fregene che la farfalla esce dal bozzolo. L’attitudine ad abbinare il gusto della battuta all’ammirazione, nutrita dal senso di appartenenza, permette al bagnante Dante Antonelli di tessere in maniera genuina le lodi del bagnino Gianni Brugnoli. Che si schernisce pensando, sulla scorta dell’apprezzabile onestà intellettuale, al professionismo dei colleghi americani. L’effigie degli uomini di terra e di mare a bordo dei pattini, in cerca dei punti problematici e degli inopinati pericoli da scongiurare in tempo, senza montarsi la testa né esibire quindi pose da bullo, diviene un valore aggiunto all’audacia giovanile, alle immancabili abbronzature, alle stelle tramontate, alle onde carezzevoli, al cielo dipinto di blu, rosso e arancione. In termini realistici la poetica del quotidiano traligna qua e là in poeticismo. I luccicori, l’afa estiva, la cerchia delle ammiratrici, le speranze consumate nell’arco di una giornata, nemmeno molto particolare, rientrano, appunto, nell’ordinaria amministrazione. Sotto l’aspetto surreale, Luis Buñuel resta un modello inaccostabile. Se non a rischio del deleterio ridicolo involontario. Tuttavia i movimenti di macchina a seguire del finale, dopo il ricorso alle inquadrature di quinta che confermano l’ottima salute delle signorine al sole coi piedi a mollo, traggono partito dall’efficacia espressiva degli spot pubblicitari. La chiusura del cerchio riporta in Bagnini & bagnanti tutto nella dimensione delle parentesi colme d’incanto e d’umorismo. Ed è giusto così.

 

 

Massimiliano Serriello