
Duecentosettantasei pagine senza una vera pausa: è la prima cosa che colpisce de L’uomo che divenne ombra, romanzo d’esordio di Roberto Colagrande. Il libro si regge su un meccanismo collaudato del genere poliziesco, l’indagine che si trasforma in ossessione, ma lo fa con un controllo del ritmo non scontato per un autore alla prima prova narrativa. Al centro ci sono l’ispettore Gianni Tramonti e la sovrintendente Naima Rodriguez, due figure che non sembrano costruite ma trovate: non semplici investigatori, ma due persone segnate da stanchezza, compromessi e un legame mai del tutto dichiarato. È proprio nella zona grigia tra il loro lavoro e la loro vita privata che il romanzo trova la sua tensione più autentica, forse più della stessa caccia all’uomo che attraversa il libro. Anche i dialoghi tra i due, spesso più rivelatori nei silenzi che nelle parole dette, restituiscono un legame complicato quanto credibile, mai ridotto a semplice espediente romantico. Bari, qui, non è semplice sfondo. Diventa complice, testimone reticente, quasi un terzo investigatore silenzioso che osserva senza intervenire. Il romanzo riesce nell’impresa non banale di trasformare una città reale in un organismo che respira insieme ai personaggi, senza scadere nella cartolina turistica né nel cliché del sud dimenticato. Il finale, che qui non sveliamo, lascia un retrogusto amaro più che consolatorio, scelta coraggiosa per un debutto che avrebbe potuto accontentarsi di una chiusura più rassicurante. Un esordio solido, che non cerca scorciatoie e che, soprattutto nel modo in cui restituisce Bari, lascia intravedere una voce autoriale già abbastanza precisa da non aver bisogno di ulteriori presentazioni.
