Dieci tracce, cinque mesi di lavoro, e un’ambizione che si percepisce già dal primo ascolto: “BaronBlanc” non è un disco che si accontenta di un solo registro. BaronNoir, folksinger già conosciuto per il suo percorso solista, costruisce qui un mosaico che attraversa dirty swing, smooth jazz, folk d’autore, blues arcaico e venature pop, senza che nessuno di questi mondi prevalga sugli altri in modo scontato. L’apertura con “Fantasmi” stabilisce immediatamente il tono: un incedere jazzato che richiama i cabaret fumosi di un’epoca passata, con arrangiamenti orchestrali che danno respiro alla voce senza soffocarla. Da lì, l’album si muove con disinvoltura tra episodi diversi: la sensualità notturna di “Sorvegliante”, la luminosità orchestrale di “Nubes”, le radici acustiche di “Bolero straniero” e “7 coniglio”, fino al blues più scuro di “Invano”. Quello che rende il disco coerente, nonostante la varietà di generi, è la scrittura strumentale: BaronNoir ha suonato personalmente la maggior parte degli strumenti, e questo si traduce in un’impronta artigianale che attraversa ogni traccia, anche le più distanti tra loro sul piano sonoro. “A passi di tre” chiude il cerchio con un’energia indie rock che guarda avanti, non indietro, esattamente come dichiara il suo stesso testo. Un disco che richiede ascolto attento, ma restituisce molto a chi lo offre.

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