I Basene raccontano spesso la realtà con uno sguardo diretto e sensibile. “Nella mia mente” è uno di quei brani che partono da una scena semplice per arrivare a qualcosa di più profondo. Tra riflessione e ritmo, la band continua a costruire un percorso personale nel panorama pop rock.

Ciao ragazzi. “Nella mia mente” racconta quel momento in cui si è in mezzo alla gente ma con la testa altrove. È una sensazione molto contemporanea. Quanto c’è di personale dentro questo brano?
C’è tantissimo di personale, davvero. Veniamo da una generazione che si trova costantemente ne mezzo di continui confronti e, molto spesso, ci capita di sentirci quasi estraniati dal contesto che ci circonda. Abbiamo vissuto— e stiamo vivendo— un cambiamento sociale davvero importante e rapido; una transizione che a volte rende difficile persino a noi stessi esternare quello che proviamo nel profondo. Questa canzone nasce proprio da lì: da quella sottile difficoltà nella comunicazione e dal bisogno di rifugiarsi nella propria mente per elaborare tutto questo rumore d ondo.
La vostra musica mescola pop rock e influenze pop reggae con molta naturalezza. Da quali ascolti o artisti pensate arrivi questa contaminazione?
Questa contaminazione nasce in modo molto naturale da tutto ciò che ascoltiamo e che, inevitabilmente, cerchiamo di rielaborare a modo nostro. Da una parte ci sono le nostre radici rock e internazionali: un gruppo come i Police è sicuramente un punto di riferimento fondamentale per quel mix tra groove e melodia, ma non mancano sonorità un po’ più pesanti e graffianti, come quelle di Pearl Jame Nirvana, che ci portiamo dentro e che condizionano il nostro tiro. Dall’altra parte, per noi è fondamentale la lezione del cantautorato italiano, soprattutto per la capacità di creare immagini forti attraverso le parole. In questo, i nostri fari sono giganti come Lucio Dalla, Fabio Concato e Franco Battiato. È dall’unione di questi due mondi— l’energia del rock e la poesia visiva della musica italiana— che prende forma il nostro stile.
Una piccola osservazione: la canzone cresce lentamente e punta molto sull’atmosfera più che sull’impatto immediato. È stata una scelta consapevole per dare spazio al racconto?
Sì, è stata una scelta assolutamente consapevole .Volevamo dare il massimo spazio possibile a ciò che succede nel brano, a quello che viene raccontato. Abbiamo sentito l’esigenza di dare più peso e importanza al testo e alla narrazione rispetto alla base musicale che, non a caso, resta quasi “altalenante” ,mantenendosi più o meno sulla stessa lunghezza d’onda per tutto il pezzo. Questa linearità ipnotica dello sfondo serve proprio a non distrarre l’ascoltatore, accompagnando lo dentro l’atmosfera lasciando che siano le parole a guidare il viaggio.
Siete una band che ha fatto molta strada dal vivo, dai club fino a piazze importanti. Quanto ha inciso l’esperienza live nel modo in cui scrivete oggi?
L’esperienza live per noi è tutto. Ogni volta che saliamo sul palco ci portiamo a casa una carica di consapevolezza, di positività e di energia che è completamente diversa da quella dei giorni normali. Quel contatto diretto con il pubblico ti cambia. Di conseguenza, assorbire tutte quelle vibrazioni e trasformarle in nuova musica diventa un processo quasi naturale quando ci ritroviamo a scrivere. Suonare dal vivo ci ha insegnato a capire cosa arriva davvero alle persone, e oggi quella consapevolezza fa parte del nostro DNA quando componiamo.
