Un romanzo che attraversa desideri, fragilità e inquietudini femminili senza cercare scorciatoie. Beatrice Adriana Pignataro ci accompagna dentro “Ritratto di Donna – Tra Eros e Follia”, parlando di scrittura, emozioni contrastanti e del rapporto complesso tra identità, amore e memoria. Con uno sguardo sincero e mai costruito.

Beatrice, nel romanzo c’è una frase che colpisce parecchio: “Gli amori più belli sono quelli vissuti appena. Sfiorati, assaporati e goduti anche per pochi istanti”. Ti chiedo quanto c’è di tuo dentro questa idea così malinconica e quasi crudele dell’amore.
L’idea che ho dell’amore sicuramente si ritrova in questa frase , decisamente malinconica e a tratti quasi spietata. Ritengo che la bellezza della passione amorosa sia soprattutto nella sua trasfigurazione ideale. Tutto ciò che rimane inappagato e sospeso lascia l’animo umano in una tensione costante verso un qualcosa di indefinito e perciò relegato nell’attesa perenne e struggente dell’impossibilità e del desiderio puro, perché non sporcato dalla realtà e dalle sue contingenze.
Anna è un personaggio che vive continuamente in bilico tra desiderio e senso di colpa. In alcuni passaggi, soprattutto quelli legati alla relazione con Don Carlo, il flusso emotivo è molto intenso e volutamente eccessivo. Ti dico sinceramente che in certi momenti questa tensione quasi travolge il lettore. Era proprio quello che volevi ottenere?
Anna è un personaggio complesso e dalle mille contraddizioni. Questa sua peculiarità la porta a vivere la vita in generale con una intensità emotiva forte e a volte sfiancante. La relazione peccaminosa e travolgente con Don Carlo, non fa altro che alimentare maggiormente la sua propensione verso il pathos puro, tutto è concesso. Piacere e abbandono sensuale, rinuncia e pentimento, estasi e Perdita del sé, sono sempre in bilico dinanzi alla coercizione della razionalità e del controllo. L’intensità del suo conflitto interiore si ripercuote sull’emotività stessa del lettore che ne viene sopraffatto , ed è ciò che in sintesi volevo ottenere.
Nel libro si avverte anche una riflessione forte sulla religione e sul peso morale imposto soprattutto alle donne. Penso alla scena in cui Anna, durante la messa, si chiede perché “tutte le grandi religioni monoteiste hanno avuto così paura di vivere pienamente la vita”. Quanto è importante per te usare la narrativa anche come provocazione sociale?
Il mio libro nasce e si sviluppa basandosi su alcune posizioni volutamente provocatorie, atte a suscitare nel lettore una riflessione . L’aver intrapreso un tema decisamente divisibile, come quello della sessualità femminile consapevole e scevra da qualsivoglia condizionamento soprattutto di natura religiosa , rende in modo eloquente l’idea che ho della letteratura, o della narrativa in generale, Occorre pensare, assentire o dissentire , suscitare reazioni per introdurre cambiamento.
Guardando invece al tuo percorso personale, oggi senti di avere ancora qualcosa da dimostrare nel mondo editoriale oppure scrivere è diventato soprattutto un bisogno intimo, quasi necessario, indipendentemente dal mercato e dalle classifiche?
Scrivo soprattutto per passione, e forse anche per una sorta di catarsi dell’anima. La scrittura è autoanalisi, terapia , Freud ce l’ha insegnato da tempo. L’editoria è un settore difficile. Se dovessi farlo per esigenze di mercato o altro, forse mi sarei già arresa .
