Beautiful things: un documentario sinfonico

Beautiful things è un cosiddetto documentario “sinfonico”, opera a quattro mani del compositore Giorgio Ferrero e del direttore della fotografia Federico Biasin.

È stato presentato presso la settantaquattresima edizione della Mostra del Cinema di Venezia 2017, dove ha vinto il Premio Arca Cinema Giovani come Miglior Film Italiano.

Il film è diviso in quattro capitoli, ciascuno dei quali rappresenta un surreale mix visivo di video arte, piani sequenza, musica cacofonica e riprese ardite.

Il primo atto, Petrolio, ci introduce alla figura di Van, un manutentore di pozzi petroliferi in Texas che ci mostra i moderni processi di estrazione a pompa. Nel secondo capitolo, Cargo, facciamo la conoscenza di Danilo e del suo solitario lavoro di capo macchine a bordo di una nave cargo, che trasporta petrolio avanti e indietro per l’oceano.

Con il terzo, Metro, veniamo introdotti nel surreale mondo della camera anecoica, ovvero una stanza priva di eco e dove quindi il protagonista, lo scienziato Andrea, verifica la validazione acustica di alcuni oggetti di uso comune.

Infine approdiamo al quarto atto, Cenere, in cui Vito, una volta rifornitore di Slot Machine, ha deciso di aprire un impianto termovalorizzatore in Svizzera, producendo energia in cambio della spazzatura dei cittadini.

Il film è diviso in quattro tempi, proprio come una partitura musicale. Le immagini, corredate dalle parole e dalle musiche, ma, soprattutto, dai rumori, sono le note.

Beautiful things è un chiaro esperimento di denuncia contro l’assordante inquinamento sonoro e materiale di cui la Terra è testimone, innocente vittima di un uomo carnefice e ottuso.

Non solo, ad intervallare i singoli capitoli del film troviamo sprazzi di vita quotidiana di una famiglia (padre, madre, bambini, parenti) che tanto fanno il verso ai più comuni spot che siamo abituati a vedere in tv e che, in realtà, denunciano a gran voce l’accumulo compulsivo tipico della società moderna. Vengono riprese la televisione sempre accesa (e i tonanti jingle pubblicitari), miriadi di giocattoli famosissimi e spazi domestici ormai saturi di oggetti inutili. E il rumore sale e si fa assordante.

Solo i quattro protagonisti, che sono legati tra loro perché assistono direttamente (e non) al ciclo di vita di queste “merci” rumorose che invadono il nostro pianeta, vivono, in realtà, in una solitudine silenziosa, dove l’unico suono è quello dei macchinari.

L’urgenza denunciata da Beautiful things è quella di ritornare al silenzio. Così, nell’ episodio forse più riuscito, il terzo, le riprese surrealiste della camera anecoica – con le sue sporgenze geometriche e i calcoli di matematica pura che aleggiano nell’ aria (omaggio riuscito all’ arte di Escher) – sono accompagnate dalla musica alquanto cacofonica di un violoncello, un “rumore” che dovrebbe essere gradevole, ma che qui, volutamente, non lo è.

Perché Beautiful things non si limita a denunciare il consumismo sfrenato dell’uomo o la sfacciataggine con la quale si creano cose e le si getta nella spazzatura un minuto dopo, incuranti di qualsiasi sentimento di amore o di rispetto.

Ciò che emerge da questo bizzarro racconto (definirlo film, documentario, saggio, non avrebbe senso e non vi è bisogno) è il capovolgimento di concetti una volta assodati. Basta vedere come una camera anecoica – un tempo utilizzata come strumento di tortura – oggi possa divenire un piacevole rifugio, un sospiro di sollievo da un mondo che urla, strilla e ci confonde i pensieri.

E la solitudine, un tempo rifuggita dall’ uomo perché in contrasto con le più semplici leggi del vivere sociale, diviene, invece, un bene prezioso cui anelare, in mezzo a tutto questo trambusto fatto di spazzatura e inquinamento.

 

 

Giulia Anastasi