Belfast: l’assenso e il dissenso irlandese di Kenneth Branagh

Kenneth Branagh non è un esperto di Shakespeare come Peter Brook: non dirige opere teatrali e pellicole per il cinema col pentametro giambico in prima fila, la capacità irrazionale e viscerale della poesia di scendere nei meandri dell’anima sugli scudi, i timbri umbratili ed empatici in qualità di lievito espressivo ed evocativo, i palpiti sommesse ed estremamente in sordina convertite in profondi moti dell’anima.

Il Grande Bardo alias Shakespeare è il nume tutelare di Kenneth Branagh nella psicotecnica. Basta guardare le versioni cinematografiche di Molto rumore per nulla e Hamlet per rendersene conto: nel ruolo di Benedetto da Padova, pronto a sfidare i conti a duello in nome dell’amore, e nei panni del Principe di Danimarca, scioccato dal processo d’identificazione nella sofferenza di Ecuba per la morte di Priamo, emerge l’arte della recitazione.

La scrittura per immagini dispiegata dietro la macchina da presa passa in cavalleria: nonostante l’accuratezza scenografica e qualche segno d’ammicco più formale che sostanziale, inadatto quindi a tradurre il valore figurativo in estro visionario, le soluzioni espressive di Kenneth Branagh regista convincono meno rispetto a quelle mandate a effetto da Kenneth Branagh attore. Ora, a trentadue anni da Enrico V, l’unico film in cui Kenneth Branagh è riuscito ad approfondire la palingenesi caratteriale ed esistenziale connessa alle alterne vicende del monarca salito al trono dopo i bisbocci giovanili misurando in egual misura il valore drammatico dei movimenti di macchina e l’animazione delle circostanze interiori ed esteriori richieste, Belfast alza definitivamente il tiro o muta solo segno? La risposta più evidente va ricercata nella scelta di rinunciare ad apparire come attore abituato a lavorare sul personaggio. Chi sono quindi i personaggi che Branagh ha deciso di approfondire per agguantare l’ambiziosa statuetta dell’Oscar come miglior regista lasciando in palmo di naso concorrenti del calibro di Steven Spielberg in West Side Story, Paul Thomas Anderson in Licorice Pizza, Ryusuke Hamaguchi in Drive my car e Jane Campion ne Il potere del cane? I personaggi che Branagh sceglie per scandagliare i legami di sangue e di suolo in conformità col darwinismo antropologico sono i proletari irlandesi protestanti residenti a Belfast. La diatriba coi cattolici, il muro eretto in nome della confessione religiosa agli antipodi, l’affascinante tecnica di ripresa dispiegata per eleggere gli stilemi della geografia emozionale ad attanti narrativi carichi di senso vanno ben oltre i luoghi comuni relativi all’egemonia dell’alloro sull’ulivo. Il luogo eletto a location conta più o meno dei personaggi? I registi che privilegiano lo spettacolo della recitazione, comunque di secondo rango in confronto alla cifra stilistica in grado di anteporre al trattamento di maniera del rancore albergante nell’Irlanda del Nord il fine della rappresentazione, hanno di norma scarsa dimestichezza con la forza significante dell’aura contemplativa.

Al contrario dei registi eletti ad autori con la “a” maiuscola in quanto decisi a cogliere il motore segreto della poesia nel sottosuolo dei gesti. Connessi alla materia dell’ispirazione di Belfast. Che nel passaggio dal colore al bianco e nero dell’incipit mostra subito cosa intende contemplare. La ripresa aerea, coi dati sociali visti attraverso l’ottica dell’Altissimo, certe riprese sghembe, l’effigie dei murales sui muri, l’atmosfera serena intenta a cedere il passo ai venti di guerra rientrano nell’ordinaria amministrazione degli apologhi sui luoghi particolarmente dibattuti. L’osservazione di questi luoghi acquista vigore nelle scene d’insieme. Particolarmente sentite da Kenneth Branagh. Giacché resta soprattutto un attore che da regista ama dirigere gli interpreti per consentire pure alle figure di fianco d’incidere. I contrasti chiaroscurali predisposti insieme al direttore della fotografia veleggiano sulla superficie. Senza comunicare granché in merito alla ferita lacerante provocata dalla guerra civile. Da questo punto di vista il libro Un banco di nebbia comunica molte più cose in virtù del fatto che l’autore, Giorgio Soavi, racconta l’esperienza di aver aderito alla Repubblica Sociale rischiando di essere ucciso dai partigiani rossi al fotofinish. Kenneth Branagh racconta la propria infanzia. Citando Jean-Louis Trintignant nessuna la ricorda bene. Si finisce con l’idealizzarla. Ed ergo a preferire i valori formali congiunti alla favola ai contenuti legati all’asprezza oggettiva a braccetto con la valenza simbolica del concetto di nebulosità. Al quale Kenneth Branagh preferisce di gran lunga quello del buio in sala. Col richiamo all’alternativa da rimirare con gli occhi sognanti, sia da solo che in comitiva, che rimanda sin troppo esplicitamente a Nuovo cinema Paradiso. Appare chiaro che Kenneth Branagh paghi dazio all’accidia delle idee prese in prestito quando connette, alla bell’e meglio per di più, l’ennesima ricerca del tempo perduto e la fabbrica dei sogni in contrasto con l’incubo vissuto nella ressa delle strade di Belfast. La ricchezza di prospettive psicologiche garantite dall’analisi degli stati d’animo in seno alla famiglia merita una lode incondizionata: l’abitazione, il cortile, la perizia dei semitoni riflettono il turbinio degli eventi.

Al pari di Éric Rohmer ne La nobildonna e il duca. Kenneth Branagh, prevedibile quando descrive la bambagia, diviene arguto nel momento in cui la riuscita complessiva dipende dall’antiretorica. Rinvenibile nella dissolutezza dell’età verde in Enrico V, negli scontri a muso duro, con buona pace dell’etichetta, in Molto rumore per nulla, nei sussulti d’orgoglio, suggeriti dalla recitazione intesa alla stregua d’un sorprendente ed empatico mezzo conoscitivo, in Hamlet. Perché, sotto quest’aspetto, Belfast taglia il traguardo dell’intelligenza? Perché la sfera delle sensazioni personali non contempla uno scandaglio cronachistico; non costeggia nemmeno quel muro chiamato sunken wall che divide anche da morti protestanti e cattolici irlandesi all’origine dell’ispirazione di Michele Soavi, il figlio di Giorgio, per Il sangue dei vinti. La sfera delle sensazioni personali idealizza la classe operaia. Ne snuda gli incubi a occhi aperti. Ma poi quegli stessi occhi li riempie di gioia. Li fa sognare. La caratterizzazione interiore del contesto pubblico risulta praticamente nulla. Se non ridotta al lumicino. Le circostanze di vita, le chiacchiere, la complicità, i volti neolitici dei nonni conferiscono notevole fascino ai consorzi domestici. Il sunken wall, la strada, il filo spinato, la bellezza delle parole dei padri sopperiscono ad alcuni timbri assai programmatici. Confermando che ad animare il copione non è la ricerca del tempo perduto. Bensì la ricerca delle radici. In tal senso la prova di Ciarán Hinds merita sul serio l’Oscar come miglior attore non protagonista nel ruolo del nonno che lascia al nipotino un bene immateriale da custodire nel cuore: l’egemonia dello spirito sulla materia. Kenneth Branagh sa che la gente d’Irlanda, dell’Irlanda del Nord per l’esattezza, non è interessata a chi gli porge un ramo d’ulivo. Giacché preferisce l’alloro. Il simbolo della guerra. Non una guerra per invadere, bensì una guerra per difendere la terra dei padri. Una guerra anche per la fede religiosa. Ed è meno giusto. I match-cut visivi concepiti dal montaggio chiudono il cerchio. Belfast soffre spesso d’enfasi e tradisce ulteriormente l’accidiosa attitudine ad attingere a modelli persino negletti. Tipo Un giorno da ricordare. Impersonato da Al Pacino. Bravissimo nella parte di un nonno alla Nuovo cinema Paradiso. L’ostinazione di sposare reale e ideale, pescando dall’ovvietà del colpo di gomito, alla fine paga. Non con l’Oscar. Benché non sia detta l’ultima parola.

 

 

Massimiliano Serriello