Scott Derrickson è un regista e sceneggiatore americano che più volte ha dimostrato di saperci fare con l’horror. Dopo un esordio un po’ in sordina con Hellraiser 5: Inferno nel 2000, egli ci regala quello che è per me il miglior film sulle possessioni demoniache dopo l’esorcista, il toccante The Exorcism of Emily Rose (2005), ispirato ad una storia vera. Dopo il passaggio alla fantascienza col remake dello storico Ultimatum alla Terra (2008), Derrickson dirige uno degli horror a mio avviso più azzeccati e terrificanti degli anni Duemila, Sinister (2012), nel quale ha la fortuna di avere come protagonista il bravissimo Ethan Hawke. Dopo Sinister il regista torna al tema delle possessioni col meno riuscito, ma sempre assolutamente godibile, Liberaci dal Male (2014), per poi approdare all’Universo Marvel col suo Doctor Strange (2016). Del 2021 è il suo riavvicinamento all’horror con il suo Black Phone (The Black Phone), che vede ancora nel cast Ethan Hawke, stavolta però non tanto come protagonista quanto come antagonista. L’attore, giunto alla ribalta grazie al capolavoro di Peter Weir del 1989 L’Attimo Fuggente, si era approcciato all’horror per la prima volta proprio con Sinister, per poi proseguire con un altro titolo diventato già un piccolo cult, La Notte del Giudizio di James DeMonaco (2013). Nonostante di solito egli interpreti l’eroe buono della storia, in Black Phone ha dimostrato di riuscire a calarsi perfettamente anche nei panni del villain, regalandoci l’ennesima prova del suo eclettismo e delle sue doti recitative. Nonostante la maschera, che indossa praticamente per tutto il film, Hawke riesce a connotare un personaggio, il Rapace, meritevole a pieno titolo di entrare nell’immaginario horror contemporaneo, una sorta di clown perverso e senza grosso approfondimento psicologico che ben si colloca accanto ad altri suoi “simili”, tra cui spicca senz’altro il sadico Art the Clown della saga di Damien Leone Terrifier. La sceneggiatura di Black Phone è basata su un soggetto tratto da un racconto omonimo dello scrittore del Maine Joe Hill, figlio del celebre Stephen King, ed il film è stato prodotto dalla Blumhouse Productions insieme alla Universal Pictures.

La storia è ambientata a Denver, città d’origine del regista, negli anni Settanta. Un rapitore seriale detto il Rapace ha già fatto sparire alcuni bambini del luogo, dei quali si sono perse completamente le tracce. I due fratellini Finney e Gwendolin vivono col padre alcolizzato e frequentano la scuola dove sono spesso presi di mira da una banda di bulli. La piccola ha sogni premonitori in cui vede dettagli dei rapimenti, così la polizia comincia a girarle intorno scatenando l’ira del padre. Finchè un giorno lo stesso Finney non cadrà nella rete del Rapace, e verrà rinchiuso in un freddo scantinato con all’interno solo un logoro materasso ed, attaccato alla parete, un vecchio telefono nero. Nonostante il folle rapitore, che indossa sempre un’inquietante maschera da demone, affermi che il telefono è guasto, Finney comincia invece a ricevere strane telefonate che, se prima lo terrorizzano, ben presto si riveleranno essere la sua unica speranza verso una via di fuga. Nel frattempo la sorellina, seguendo il potere onirico che ha ereditato dalla madre, si mette tutta sola sulle tracce del fratello maggiore e suo migliore amico.

Non dico che sia un brutto film, questo Black Phone, ci mancherebbe. Con quello che dall’America ci arriva oggi non lo si può che apprezzare per la cura con la quale è girato e l’ottima prestazione di tutto il cast. Tuttavia sa di qualcosa di già visto, di non originale. Per tanti aspetti, e sotto svariati punti di vista, sa di Sinister. Derrickson che cita Derrickson. Insomma, viste le premesse, senz’altro si poteva fare di più. Lasciamo da parte il protagonista che, seppur il medesimo, si cala in due ruoli diametralmente opposti, il mutaforma Ethan Hawke, appunto. Entrambi i film girano intorno alla figura di un essere malvagio, lì un demone vero, qui un folle che si traveste da demone, che rapisce i bambini, sebbene con intenti diversi. L’inquietante volto di Bughuul, antica divinità babilonese che si nutre delle anime dei bambini per preservare l’immortalità, ricorda la maschera composita e beffarda del Rapace, ed entrambi sono caratterizzati da bocche spaventose: quasi cucita quella dell’uno, immortalata in un innaturale e sardonico ghigno quella dell’altro. In Sinister teatro delle oscure vicende è una casa con un nodoso albero spoglio in giardino, esattamente come in Black Phone. Nel primo il piccolo Trevor ha incubi che si riveleranno altamente realistici, idem per quelli che nel secondo ha Gwen. Lo stesso look dei due villain, oscuri ma con una loro certa eleganza, è davvero molto molto simile. In Sinister sono girati in Super8 i filmini che raccontano del famigerato Mr Boogie, qui si usa la stessa tecnica per i sogni di Gwen, in cui si vedono alcune delle mosse del killer e delle sue piccole vittime; l’uso di questa cinepresa analogica serve non solo a connotare temporalmente il racconto, ma anche a dare al tutto una decisa patina di inquietudine. I bambini hanno un ruolo centrale in entrambe le pellicole, appaiono come deboli vittime designate ma, a seconda degli eventi che si trovano a dover fronteggiare, divengono, nel male o nel bene, piccoli carnefici capaci di lasciare senza fiato gli adulti.

Parlando di bambini non si possono non citare i due meravigliosi protagonisti di Black Phone, Mason Thames e Madeleine McGraw. Thames interpreta il personaggio di primo piano del film, Finney, bambino taciturno costretto ad accudire un padre ubriaco e violento, che ha il volto dell’attore Jeremy Davies, ed a pensare anche alla sorellina minore, Gwen, in quanto la loro madre è morta lasciandoli in balia di sé stessi. Bullizzato a scuola, ha però la fortuna di avere come amico Robin, un piccolo duro di origini sudamericane che lo difenderà anche quando Finney pensa di essere rimasto completamente solo. Mason Thames, con la sua naturalezza quasi timida, connota perfettamente il suo personaggio, rendendolo tenero ed indifeso quanto determinato e risoluto, e portandoci ad empatizzare con lui per tutto il film. Al suo fianco la baby attrice Madeleine McGraw, sorella della più nota Violet, conosciuta per aver preso parte alla fortunata serie tv The Haunting of Hill House. Madeleine darà vita, anch’essa con estrema naturalezza, ad una bimba spesso più matura del fratello, ma estremamente bisognosa di stare sotto la sua ala protettiva, di non sentirsi sola, anche se più volte sarà lei a salvare lui, anche grazie ai  suoi sogni premonitori, dono che ha ereditato dalla madre defunta. Notevoli sono anche le performance di tutti gli altri attori bambini presenti nel cast. Tra gli adulti spicca ovviamente Ethan Hawke, che interpreta il Rapace, e si mette in gioco recitando per tutto il film con una particolare maschera che gli copre a fasi alterne o tutto il viso, o solo la parte degli occhi o solo quella della bocca. La maschera sembra quasi l’elemento che dona la forza a questo subdolo rapitore seriale, tanto da portarlo ad urlare come se gli avessero buttato acido in faccia quando gli viene tolta. Hawke non ha bisogno di presentazioni, la sua lunga e variegata carriera parla da sola, e qui dimostra di essere anche notevolmente tagliato per mettere paura.

Ad accrescere l’atmosfera d’ansia costante che permea questa pellicola è tutto l’insieme delle ottime maestranze impiegate nella sua realizzazione. A partire dal montatore, il francese Frédéric Thorval, lanciato da Luc Besson, che aveva già curato lo stupendo montaggio di Sinister, e che nel 2020 aveva persino ricevuto una candidatura all’Oscar per Una Donna Promettente di Emerald Fennell. Di tutto riguardo anche le musiche, spesso cacofoniche e disturbanti, del canadese Mark Korven, compositore di fiducia di Robert Eggers, per il quale ha scritto le colonne sonore di quelle due meraviglie che sono The Witch (2015) e The Lighthouse (2019). Ed ovviamente non si possono non elogiare le scenografie anni Settanta perfettamente ricreate dalla scenografa californiana Patti Podesta, che con la sua estetica sofisticata ha reso realistici e vissuti tutti gli ambienti in cui si svolge la macabra vicenda, con grande attenzione anche allo scarno seminterrato, nel quale però ogni dettaglio è curatissimo e niente è lasciato al caso. Anche la fotografia contribuisce a riportarci indietro nel tempo, usando lenti anamorfiche, più vintage e leggere, adatte a creare la giusta atmosfera. Del resto non potevamo aspettarci un lavoro scarso da Brett Jutkiewicz, direttore della fotografia di Stranger Things, già cimentatosi con l’horror in Finchè Morte non ci separi di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillette (2019).

Insomma, il gruppo di lavoro, a partire dal grande capo Derrickson, era assolutamente pazzesco, è per questo che alla fine sono rimasta un po’ delusa da questo Black Phone. Avevo aspettative altissime, il potenziale di partenza era una vera bomba, ma poi il film non è stato capace di rispettare le promesse. È un film curato, ben girato, fotografato ed interpretato, eppure manca completamente di originalità. Modelli europei come il francese Martyrs di Pascal Laugier (2008) e l’italiano L’Uomo del Labirinto di Donato Carrisi (2019) sono ben riconoscibili, ed a parte qualche colpo di scena ben congegnato come quello del fratello del Rapace, alla fine non ci sono molti spunti per spaventarsi, a differenza di quanto succedeva in Sinister. Bella è la commistione tra thriller ed horror, tra reale e sovrannaturale, che forse nessuno si aspetta. Quella sì. Ma per il resto, tutto è piuttosto visto e rivisto ed abbastanza prevedibile, finale compreso, anche se non manca quella punta di inventiva legata ai trabocchetti alla MacGyver.

E non è un caso se dietro al Rapace si può scorgere la figura del famoso Pogo il Clown John Wayne Gacy, che negli anni Settanta divenne famigerato per aver rapito, torturato, sodomizzato ed ucciso 33 adolescenti, poi seppelliti nella propria cantina. Anch’egli, come il personaggio di Hawke, intratteneva i bambini alle feste con palloncini e maschere da clown, ed è abbastanza palese che Derrickson, o Hill, se vogliamo, si sia spudoratamente ispirato alla sua figura ed alla sua allucinante storia. Usando le luci ed i colori giusti, gli arredi, il trucco e parrucco, il regista ci riporta agli anni di Gacy, nello spazio metafisico ed impressionista del sotterraneo, che posiziona a Denver, sua città natale, e vi fa aleggiare costantemente il terrore, lo stesso che devono aver provato, senza alcuna speranza, le giovani vittime di Pogo. E si domanda: cosa sarebbe potuto accadere se un giorno quei corpi senza vita avessero deciso di ritornare ed aiutare il malcapitato di turno?

Da vedere, nonostante tutto.

Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Amazon Prime Video, Rakuten TV, CHILI, Google Play Film, YouTube e Apple TV, ed in dvd e blu-ray Universal.

https://www.imdb.com/it/title/tt7144666

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