Robert Krause è nato a Dresda nel 1970, ed è fuggito nella Germania Ovest all’età di 19 anni per andare a studiare cinema, prima a Monaco di Baviera, e successivamente a Los Angeles. Oggi è regista, sceneggiatore e docente di scrittura creativa, ed ha da poco pubblicato il suo primo romanzo. Da un artista con una vita così “avventurosa” ed eclettica ci sarebbe senz’altro da aspettarsi del buono. Con questo spirito mi sono quindi accinta alla visione di Blood Trails, film di produzione tedesca scritto e diretto proprio da Krause nel 2006. Eppure, un’opera che sembrava essere partita nel modo giusto, visionaria ed adrenalinica, si perde ben presto nel piattume, non supportata da attori credibili né da un montaggio degno di tale nome, e con un finale che più imbarazzante e scontato non si può. Sino all’ultimo frame si attende con trepidazione il colpo di scena, che però, purtroppo, non arriva, lasciando il povero spettatore a bocca asciutta e convinto di aver buttato al vento un’ottantina di minuti della sua vita.

Anne e Michael hanno una relazione che traballa. Una sera la giovane, che lavora come fattorino in sella alla sua bici, si imbatte in un bel poliziotto, Chris, che le lascia il suo numero di telefono. Anne non può fare a meno di chiamarlo, e, ovviamente, i due finiscono a letto assieme, ma Chris è molto diverso da come la ragazza immaginava, è violento, brutale, e la serata si conclude in malo modo. La mattina successiva la donna decide di dare una seconda possibilità alla sua relazione, e parte col fidanzato Michael per una vacanza solo loro due in un bello chalet nei boschi. I due sono appassionati di Mountain Bike, e decideranno di esplorare un sentiero chiuso perché pericoloso. Una volta arrivati in questo luogo sperduto nel bosco, si renderanno però ben presto conto di non essere soli, e che colui che li segue non pare avere intenzioni amichevoli.
Blood Trails ricorda quasi subito quel gran bel film che uscirà nelle sale solo tre anni dopo, Shadow di Federico Zampaglione, dove i protagonisti saranno ancora due giovani che esplorano i passi montani in mountain bike, ma se ne discosta quasi subito. Non c’è nulla qui delle atmosfere malsane ed opprimenti di Shadow, il bosco non riesce a fare paura, ed il villain, bello come un angelo, con un volto che ricorda molto quello di Viggo Mortensen, non incute il minimo timore, in quanto totalmente non credibile, quasi fuori parte. La protagonista è uno stoccafisso che ha la stessa espressione dall’inizio alla fine, e se a tratti mi ha fatto sperare che potesse avere qualcosa in comune con la Marie di Alta Tensione di Alexandre Aja (2003), mirabilmente interpretata dalla splendida Cécile De France, purtroppo quasi subito ci si accorge che non è così. Sembra che debba virare sullo psicologico, questo Blood Trails, che per forza debba nascondere un rivolgimento che lasci lo spettatore di stucco, ma, ahimè, questo non avviene.

La trama è quanto mai banale e lineare, le ragioni del killer sono sconcertanti quasi quanto quelle dell’assassino dell’ultimo film di Dario Argento, Occhiali Neri (2022), e gli attori sembrano crederci talmente poco da svolgere il loro compitino giusto per portarsi a casa la pagnotta e niente più. Persino il trucco scenico, molto ben fatto a dire il vero, compare e scompare a seconda delle scene, rendendo il lavoro delle make-up artist inutile, in quanto non minimamente credibile. Insomma, questo film è un vero pasticcio, dall’inizio alla fine, e si salvano solo le bellissime location boschive. Privo di ispirazione ma con tanta ironia involontaria, per lo più noioso e senza la minima tensione, con un cattivo che pare la parodia di Terminator, tanto che ad un certo punto mi aspettavo esordisse con un “hasta la vista baby”, Blood Trails è un film completamente privo di anima. Anche la colonna sonora, che mescola Bach coi tamburi tribali e l’electric metal, invece di risultare interessante fa venire l’emicrania, perché i vari generi non sono usati in maniera appropriata, ma a casaccio, senza apparente ragione per la quale si passi da uno all’altro … come sono lontani capolavori quali Phenomena del maestro Argento in cui gli Iron Maiden ed i Motörhead si fondevano alla perfezione con musiche soavi come quelle scritte da Claudio Simonetti e Simon Boswell …

I personaggi sono talmente stupidi ed assurdi da farci credere (e sperare) che ad un certo punto si rivelino tutt’altro rispetto a quello che stiamo vedendo. La protagonista, Anne, è interpretata dall’inglese Rebecca R. Palmer, che un paio d’anni prima aveva addirittura vinto un premio come miglior attrice, l’Angel Film Award del Monaco International Film Festival, per Red Rose di Robbie Moffat. Qui ha sempre questa espressione imbronciata sul volto, che non la rende né simpatica né sensuale, non risultando quindi interessante in alcun modo, senza che possa formarsi la benché minima empatia con lei. Passino le azioni una più scema dell’altra, tipiche degli horror, soprattutto degli slasher, ma a tutto c’è un limite, a mio modesto parere. Nei panni del fidanzato premuroso ed innamorato, Michael, troviamo il melenso Tom Frederic, attore che ritroveremo in un paio di capitoli della saga Wrong Turn: è talmente dolce che caria i denti, ed è il classico uomo zerbino che si prostra davanti alle follie della sua infedele fidanzata pur di continuare a stare con lei. Avrà quello che si merita, in fondo. A chiudere questo insulso triangolo troviamo l’attore inglese Ben Price, nel ruolo dell’amante occasionale di Anne, Chris. Dice di essere un poliziotto, ma chissà se è vero; banfoneggia di essere una sorta di serial killer dedito ai piaceri della carne ed ai femminicidi, ma anche questo è tutto da vedere. Quel che è certo è che è uno sbruffone matricolato, e, nonostante gli occhi azzurri magnetici e la fossetta alla Viggo sul mento, tuttavia è talmente antipatico che non solo non risulta minimamente attraente, ma addirittura respingente! Price ha una discreta carriera sia in teatro che in televisione, con un paio di incursioni nel cinema, ma, per lo meno qui, non colpisce per altro che per il suo bel visino ed il fisico atletico, che però, a lungo andare, stufano.

Per me un film così può andare giusto bene per ammazzare il tempo e fare due risate durante una serata tra amici, ma, sinceramente, ridere guardando un horror non è proprio quello che cerco. Mi domando come sia possibile che una robetta così scadente, sotto tutti i punti di vista, ma soprattutto per la totale carenza di suspense, fondamentale in un prodotto di questo genere, abbia vinto il premio del pubblico per il miglior lungometraggio al Dead by Dawn International Horror Film Festival 2006 a Edimburgo. Sarei tanto curiosa di sapere quali fossero gli altri film in concorso … stendiamo un velo pietoso! Non si riesce nemmeno bene a capire se le vicende si svolgano in Nevada o in Kentucky, allora tanto valeva ambientarlo direttamente in Germania, magari nella Foresta Nera, visto che le riprese si sono effettivamente svolte tra Austria e Germania, no? È tutto talmente illogico in questo thriller che quando il tutto si chiude col finale più logico che potesse esserci sale una rabbia che non si riesce a spiegare: se la follia e l’illogicità del tutto avessero avuto, sul finale, un rivolgimento tale da spiegare il perché di certe azioni o scelte, allora si sarebbe potuto trovare un senso in ciò che si guarda, ma non è così. La stupidità è il filo conduttore di questa insulsa pellicola, senza se e senza ma!

C’è tanto sangue, questo sì, come ci promette il titolo: i sentieri montani sembrano veramente macchiarsi di sangue, e qualche scena visibilmente bella e truce c’è, come la crocifissione o i corpi smembrati che Anne trova sul suo percorso. Ma anche per gli amanti del gore, secondo me, il film non può essere interessante, data l’esilità della trama, e nonostante lo slasher tenda ad essere un genere ripetitivo e prevedibile, tuttavia c’è modo e modo di svilupparlo, creando comunque tensione, elemento che qui latita praticamente sempre. Quindi, che dire: un film composto dai soliti cliché che ormai fanno parte dell’immaginario horror alla Scary Movie, come la macchina che non parte, i poliziotti imbecilli che non servono a nulla, il killer onnisciente che sa sempre dove sia la sua vittima e che sa teletrasportarsi ovunque, anche in un bosco gigantesco, il finale con lieto fine da revenge movie, senza alcuna sorpresa. Io, a questo punto, se avete voglia di una storia simile, con una bella inseguita nel bosco da un bruto che diverrà da vittima eroina, vi consiglio la visione di una pellicola nettamente superiore a questa, Hunted, del regista francese Vincent Paronnaud (2020): non sarà un capolavoro, ma almeno qualche slancio interessante riesce a metterlo! Qui, invece, regia senza guizzi, traballante; recitazione imbarazzante; sceneggiatura che dire che fa acqua è un complimento: sicuri di volervi ancora avventurare su questi Sentieri di Sangue?
Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme CHILI, Google Play Film ed Amazon Prime Video ed in dvd Mondo Home Entertainment.
https://www.imdb.com/it/title/tt0805185
