L’ostinato e deliberato rifiuto di qualsivoglia tipo di roboante timbro sensazionalistico che contraddistingue l’elitaria cifra stilistica ed espressiva dell’erudito regista transalpino Stéphane Demoustier anche nella sua ultima fatica, Borgo, insolita parabola in chiave thrilling sul passaggio dall’incorruttibilità alla corruttibilità, rappresenta una marcia in avanti o all’indietro?

Si tratta d’un nodo, sia pure stimolante, piuttosto intricato da scogliere giacché paga inesorabilmente dazio al disorientante pluralismo dei punti di vista sancito ad hoc dal celeberrimo proverbio latino “Tot capita, tot sententiae”. Rilevabile appieno nella disparità di giudizio che ha accolto la tecnica di ripresa esibita precedentemente da Demoustier nel meditabondo giallo La ragazza con il braccialetto. Ritenuto soporifero ed ermetico, se non astruso, dal pubblico dai gusti semplici, attratto dai plateali segni d’ammicco e dai compiaciuti colpi di gomito connessi all’appeal dell’enigma legato all’arcano da svelare alieno nel processo a carico della giovane protagonista accusata di omicidio.

Gradito, viceversa, ai cinefili seguaci della forza significante del lavoro di sottrazione d’ascendenza bressoniana. Estraneo a qualunque modalità esplicativa. Soppiantata dalla poetica definita oggigiorno arthouse per cui più si toglie al visibile più si aggiunge all’invisibile. Ed ergo all’immaginazione. Dispiegata cum grano salis in rapporto alla crudezza oggettiva ed evocativa dell’immagine dall’accurato biopic successivo Lo sconosciuto del Grande Arco imperniato, in veste rigorosamente antiretorica, dall’irremovibile Demoustier sulle prese di posizione pro e contro dell’architetto danese Johan Otto von Spreckelsen caduto nel dimenticatoio nonostante il carattere d’ingegno creativo profuso nel progettare, sin nei minimi particolari, uno dei più emblematici monumenti dell’intero pianeta. Ben lungi dall’andare incontro alle aspettative delle masse. Disinteressate al mesto destino storico d’un purista dell’arte contrario ai compromessi stabiliti dal potere accentratore. A differenza degli spettatori dal palato fine. Rapiti dalla scoperta dell’alterità, qualcosa cioè che esula dall’ordinario destinata a divenire familiare, in relazione all’atmosfera ascetica portata ad effetto attraverso l’interazione tra campi lunghi carichi di significato e densi silenzi congiunti all’egemonia della contemplazione sull’azione. Bisogna ora capire se in Borgo l’aura contemplativa preferita nel gioco geometrico dell’intreccio narrativo al coinvolgimento emotivo canonico dell’assunto conferisce alla prova del nove un fulgido afflato poetico alla vicenda della custode carceraria Mélissa Dahleb, soprannominata Ibiza, interpretata dall’esperta attrice francese-tunisina Hafsia Herzi, dapprincipio intenta ad applicare il regolamento con ferrea destrezza e scrupolo umanitario, intervenendo in aiuto dei detenuti vittime dell’imperante indifferenza, per poi restare inopinatamente irretita dalla menzognera bonomia d’un infingardo recluso abituato a pescare nel subdolo coinvolgendola in loschi accordi suggellati dall’empia tentazione esercitata dal vil denaro.

Il dietro le quinte dispiegato nel disadorno ed elegiaco incipt, con Ibiza volta a guadagnarsi il proprio spazio in un ambiente dominato da dinamiche di predominio maschile sull’esempio di Clarince Starling nell’inobliabile apologo sul sorprendente raffronto tra lupi e agnelli Il silenzio degli innocenti, trae partito, ai limiti del vano plagio camuffato da sentito omaggio, dagli stilemi del New American Cinema. Nondimeno, al di là dell’accidia degli spunti attinti all’estro dei numi tutelari in grado di approfondire sul serio l’assillante mix tra cinico disincanto ed egoistiche derive, l’effigie dal dì dentro del centro petinenziario di Borgo in Corsica, a un tiro di schioppo da Bastia, la città dall’aria mediterranea arroccata sulla scogliera, coglie al meglio certi brandelli di realtà cari agli affreschi decadentisti d’oltreoceano. Coi corridoi angusti, la cui penuria di luce naturale collima col surplus di disturbanti riverberi metallici, assurti ad attanti carichi di sfumature considerevoli. Alla medesima stregua dell’avvinghiante caos visivo e acustico. Impreziosito dalla sobria scambievolezza tra suoni diegetici ed extradiegetici. Ad accrescere invece l’infertile sensazione di déjà vu sono il trito e ritrito cameratismo da trincea, che veleggia in superficie rispetto ai penetranti sguardi presenti ne Il silenzio degli innocenti decisi a convertire la coriacea collega femminile in mero oggetto sessuale sprovvisto di persuasive risorse, le aree di decompressione dagli arredi spartani, coi sacchi da pugilato utilizzati dagli agenti a riposo per scaricare l’accumulo di adrenalina, gli ovvi picchi di affollamento dovuti ai deliranti cambi turni stemperati a malapena dal greve umorismo tipico delle caserme. Ad alzare nuovamente l’asticella, al posto dell’ormai abusato pedinamento zavattiniano incapace di dare forza significante alle zone filtro della prigione ghermita dall’interno, provvedono, al contrario, le prodighe correzioni di fuoco concepite dall’attento Demoustier insieme all’abile direttore della fotografia David Chambille allo scopo d’includere agli spezzoni di dialogo, alle maschere glaciali di molti cellerini, ai lunghi pianisequenza, secondo copione, un’etica visiva degna di rilievo.

Mentre il bisogno di vederci chiaro senza riuscirci gronda convenientemente inquietudine, sfocando i dettagli raccapriccianti a vantaggio delle vibrazioni sotterranee chiamate in causa per trascendere la funzione unicamente conoscitiva dell’opera d’impegno civile, l’opera d’introspezione brancola nel buio. Il concorso recato dalle dinamiche intimiste di Ibiza col marito di colore disoccupato, sebbene ineccepibile ad accudire la tenera prole trapiantata obtorto collo nell’isola, al pari dei riti arcaici dell’affermazione del territorio, col vicino ostile obbligato a chiedere venia dai solerti amici del giaguaro interessati a spingere Ibiza a disobbligarsi, stenta, infatti, ad appaiare crudezza oggettiva e sensibilità soggettiva. L’analisi dimessa degli stati d’animo giustapposta a quella, all’opposto, ossessiva dei circuiti di videosorveglianza, passati al setaccio dagli zelanti investigatori contemporaneamente alla lenta e progressiva torsione morale di Ibiza, sopperisce comunque ad alcuni velleitari affiancamenti dottrinali. A corto dei necessari tilt trascendentali. Nella sequenza del ballo seducente ed errabondo di Ibiza, una volta convertita al lato oscuro, la tempesta interiore della donna perduta innesca una tensione morale spoglia d’ogni pleonastico ghirigoro. I nervi tesi allo spasimo dipinti sul volto dell’involuta guardiana giovano così, anziché alla risaputa esplosione di stampo bergmaniana correlata all’algida rigidità del mondo esterno restio alle schiette assunzioni di responsabilità, agli accadimenti che avvengono fuori dai bordi dello schermo. La sottorecitazione di Hafsia Herzi, giunta alla ribalta sul grande schermo col magnetico climax catartico profuso tramite l’inobliabile danza del ventre eletta a terapia strategica nel ruolo di Rym in Cous Cous, privilegia ora allo strumento di comunicazione primordiale innalzato ad atto d’amore puro gli indizi parziali affidati al compiuto gioco fisionomico. In linea con gli sviluppi imprevisti della trama che in zona Cesarini veicola Borgo sui binari degli scontri di situazione nei quali i meriti formali cedono la ribalta ai ragguagli contenutistici. Al riparo tanto dallo stucchevole sensibilismo degli alienanti mélo quanto dall’inane intellettualismo, conforme all’apatico ordine razionale incurante dell’angoscia dell’ignoto, grazie alla marcia realmente in avanti della suspense fuori del comune che esorta gli spettatori, colti o incolti, a completare il quadro.

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