Un brano che nasce da un momento semplice ma decisivo: fermarsi. Bosa, con “Una lacrima al giorno”, racconta un confronto diretto con se stesso, senza filtri. Tra fragilità e consapevolezza, emerge un equilibrio sincero che colpisce senza bisogno di alzare la voce, lasciando spazio all’ascolto e all’identità.

Ciao Bosa, partiamo da quel verso “Fermati, un momento e dimmi”: sembra quasi un dialogo urgente con te stesso. Quanto è stato difficile fermarti davvero e ascoltarti?
È stato difficilissimo. Per tanto tempo ho fatto esattamente il contrario: riempivo le giornate, evitavo i silenzi, perché stare da solo con me stesso era il momento più pesante. Quel “fermati” nasce proprio lì, da un’urgenza. Non è una frase pensata, è quasi un ordine che mi sono dato in quel momento davanti allo specchio, quando non potevo più scappare. Fermarmi ha significato iniziare ad ascoltarmi davvero, e all’inizio è stato più doloroso che liberatorio. Poi ho capito che certe cose non si evitano: o le attraversi, o continuano a rincorrerti.
Nel brano si sente una costruzione molto essenziale, quasi trattenuta. Hai mai avuto paura che questa scelta rendesse il pezzo troppo “nudo”?
No, perché quella nudità era necessaria. Il brano nasce in modo molto diretto, senza filtri, e anche musicalmente aveva bisogno di quello spazio.
Se avessi aggiunto troppo, avrei rischiato di coprire quello che stava succedendo dentro. Nel mio progetto la musica non è mai un semplice accompagnamento, ma in questo caso doveva stare al servizio di quel dialogo. Essenziale, ma presente. Non ho avuto paura che fosse “troppo poco”, semmai il rischio era il contrario: perdere verità aggiungendo qualcosa che non serviva.
Il titolo è forte: “Una lacrima al giorno”. Sembra più una resa o una disciplina emotiva?
Non è una resa. È più una presa di coscienza. È il riconoscere che stai attraversando qualcosa e che non puoi saltarlo. “Una lacrima al giorno” è quel processo lento in cui inizi a stare dentro al dolore invece di evitarlo. Non è arrendersi, è smettere di scappare. Se vogliamo, è quasi una disciplina emotiva inconsapevole: non decidi di farlo, ma succede, giorno dopo giorno, finché qualcosa dentro cambia.
Guardando al tuo percorso, tra i primi singoli e questo, senti che il tuo progetto artistico sta già prendendo una direzione precisa oppure sei ancora in una fase di “esplorazione”?
Direi entrambe le cose. La direzione c’è, ed è quella dell’introspezione, del cercare qualcosa di vero senza costruirlo troppo. Quello ormai è chiaro, ed è il filo che tiene insieme tutto, da “Me lo insegnasti tu” fino a “Una lacrima al giorno”. Allo stesso tempo però sono ancora in esplorazione. Sto capendo sempre meglio come far convivere parola e suono, come creare quell’alchimia che renda il messaggio ancora più forte. Mi riconosco molto nell’idea di essere “a metà strada”: non è una fase di passaggio, è proprio il modo in cui vivo anche il percorso artistico.
