Nel passaggio dal teatro al cinema l’ambiziosa drammaturga Nadia Fall si affida anima e corpo sia all’abile montatrice Fiona Desouza sia all’esperta direttrice della fotografia nostrana Clarissa Cappellani per conferire all’acre apologo sulla sorellanza Brides – Giovani spose la forza significante d’un road movie poliedrico ed evocativo. Che passa tanto dal viaggio al processo d’incubazione della partenza, riavvolgendo il nastro sulla scorta della compenetrante struttura a cerchio chiamata in causa dal tempo deliberatamente non lineare, quanto dal grigiore esistenziale alla solarità vitalistica.

Il nodo da scogliere, allo scopo di chiarire ai lettori in procinto di divenire spettatori l’effettiva portata dell’impronta autoriale della volitiva Nadia Fall, direttrice artistica dello Young Vic Theatre decisa a dire la sua pure nell’ambito della scrittura per immagini oltre che sulle tavole del palcoscenico, consiste nel capire se la capacità di scrivere con la luce e il talento di sovvertire la cronologia degli eventi abbia pagato dazio alla scelta impersonale di delegare l’intera incombenza alle suddette figure professionali con l’opportuna pratica maturata sul campo, alla stregua d’una sorta di subappalto, o se l’esplorazione della memoria frammista ai chiaroscuri dell’intesa muliebre all’acme dell’età verde l’abbia spinta a trarre linfa dall’ausilio tecnico ed espressivo ricevuto per impreziosire la crudezza oggettiva congiunta alla percezione soggettiva.

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La sceneggiatrice Suhayla El-Bushra, che con Nadia Fall ha adattato per il National Theatre di Londra la rivisitazione dell’opera satirica The suicide di Nikolaj Erdman sulla falsariga delle interpolazioni degne di nota garantite dall’utilizzo vibrante ed empatico degli elementi reali e di quelli musicali, con la danza sugli scudi, imprime ex ante allo scandaglio introspettivo in chiave coming of age una cura dei dettagli contraria alla procedura soggettiva classica. Ricondotta allo spessore del cinema di parabola e di pensiero prendendo spunto dalla fuga, balzata agli onori della cronaca dei tabloid inglesi, compiuta davvero dall’adolescente Shamima Begum, resasi irreperibile in combutta con le amiche cresciute nell’East End londinese, all’insegna della fusione multiculturale talora sgradita agli intolleranti autoctoni, per raggiungere la Siria e unirsi all’organizzazione terroristica jihadista sunnita, detta ISIS, che indica la strada da seguire nelle norme di condotta stabilite dalla Sharia. Lo scopo dichiarato di Nadia Fall consiste nel dimostrare viceversa mediante la scrittura per immagini, l’arguta capacità di scrivere con la luce e l’attitudine a convertire la consecutio temporum agli spazi dilatati dalla propria immaginazione che i luoghi comuni secondo i quali la gente d’origine mussulmana subisce in toto l’empia fascinazione del terrorismo debbano cedere la ribalta ai luoghi autenticamente riflessivi. Dall’aeroporto nel Regno Unito alla stazione degli autobus in Turchia. Sino ad arrivare all’agognata Siria in cerca d’una esistenza migliore. Ghermita altresì, col nastro riavvolto da copione, nel momento della conoscenza di Doe e Ferdosa sui banchi di scuola della Perfida Albione. La spontaneità di tratto contenuta nelle scene introduttive, al pari del valore terapeutico dell’umorismo riscontrabile nel realismo sociale attinto a piene mani alle pellicole d’impegno civile dell’aedo per eccellenza della working class britannica Ken Loach, sebbene colga nel linguaggio dei gesti frammisti alla scoperta dell’alterità un’inserzione ragguardevole del sottotesto concernente il traumatico vissuto d’entrambe le ragazze intenzionate a cambiare vita con la maschera di disincanto indossata per difesa su sprone dell’assidua punta di sarcasmo eletta ad antidoto contro l’angoscia serpeggiante, sembra tradire l’inerzia delle idee prese in prestito. L’arrivo a Istanbul, la tentazione costituita dalla gozzoviglia nel terminal, l’attesa destinata a essere disattesa, l’impasse degli imprevisti, uno dietro l’altro, la solidarietà ricevuta dall’affabile e garbata impiegata al front-office dove vengono venduti i biglietti dell’autobus mancato per un soffio, il ballo al femminile improvvisato nel convivio domestico in cui Ferdosa e Doe sono subito accolte con la naturalezza di chi coltiva il senso dell’ospitalità cementando uno spazio interiore in antitesi con l’improntitudine delle pose esteriori contribuiscono ad alzare decisamente l’asticella.

Scalzando l’infeconda sensazione del copia e incolla col predominio, seppur fugace tipo un battito d’ali, dell’incanto, agli occhi dell’autrice teatrale approdata al cinema, della philoxenia rispetto alla xenofobia. Che innesca lo strumento di difesa del sarcasmo. Accompagnato dall’ostinato disincanto. La sequenza, particolarmente riuscita in virtù del ricorso alla danza, molto sentita da Nadia Fall, che cattura così i sorrisi dapprincipio refrattari d’intesa, il movimento sinuoso del torso, le braccia morbide, la distensione del volto, scevro sul momento dalle ombre della cinica chiusura relazione, cede però presto la ribalta alla reiterata tecnica eisensteniana di esibire un dettaglio per dispiegare concetti ed emozioni sulla carta di notevole profondità e ampiezza. L’espediente della “parte per il tutto”, assai pertinente sul versante metaforico, perde però all’atto pratico il rilievo desiderato nell’ambito delle emozioni invece ingessate care al compianto saggista nostrano Enzo Siciliano, tramutando l’incalzante liturgia della scoperta dell’alterità delle due protagoniste, dinanzi a qualcosa apparentemente di estraneo che diviene man mano familiare, in una bella occasione per lo più sprecata. Tuttavia l’indeterminatezza programmatica che suggella la ballata sulla solitudine, in evidenza dopo l’apertura verso l’alterità mediante il calore umano, il riparo offerto di cuore, col cibo e soprattutto la danza sancita dall’empatica condivisione, tiene desta l’attenzione per il prosieguo della trama. All’inizio i flashback concernenti la cultura dello scarto subìta da Ferdosa e Doe, seppur in maniera specularmente opposta l’una dall’altra, ovvero implodendo ed esplodendo, appaiono troppo alla ricerca della risposta emotiva del pubblico sedotto dai presunti speleologhi dell’anima svilita dalla barriera d’inimicizia e insensibilità. Ad affiorare sono in questo caso le secche della retorica in merito all’integrazione stretta nella morsa della superficiale e attanagliante percezione dell’imbarbarimento antropologico ai danni dei sani vincoli di sangue e di suolo. Il ripiegamento reiterato nei match-cut visivi, per unire presente e passato sul piano figurativo ed espressivo, nello slow motion, nelle arcinote immagini da repertorio, nelle genuflessioni rivolte alla Mecca equiparate alle flessioni, nelle prostrazioni smorzate alla bell’e meglio dal disincanto di facciata, ritenuto l’arma dei deboli, al contrario del sano cipiglio della resilienza, devia l’assunto sui binari delle opere frammentarie, didattiche e legate unicamente da pieghe psicologiche ed elementi comparativi di foggia piuttosto risaputa. Sovente sopra le righe. A lungo andare però l’analisi dell’altalena degli stati d’animo, la labilità relazionale sopperita dalla voluttà di voltare comunque pagina, l’autoironia innescata dal bisogno di accettare serenamente i punti deboli e i nervi scoperti, l’abitudine a stuzzicarsi reciprocamente per suggellare l’arguta abilità cognitiva, privilegiando la sistematica stravaganza frammista alla sana reattività dinanzi ai maramaldi che sparano sulla croce rossa, la cura certosina dei semitoni, preferiti alla prova del nove alla scontatezza degli accenti, colgono realmente nel segno.

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L’inclinazione ad annidare ricordi all’interno dei ricordi, con l’arcano concernente l’aggressione di Doe in difesa di Ferdosa, sbeffeggiata dall’ennesimo bulletto forte coi deboli e debole coi forti, permette a Nadia Fall di riuscire ad amalgamare la vertigine temporale, suggellata dalla canonica narrazione a scatole cinesi, alla vertigine mentale. Le scritte sui muri contro i mussulmani, l’incrociarsi degli sguardi, ostili, complici, apatici, animati dalla sete di conoscenza, consentono ai nervi sottesi d’ambedue le protagoniste di scattare al termine d’un denso ed elaborato processo d’incubazione e di deduzione. Che tiene sulle corde finché l’epilogo del presente, col velo indossato da entrambe a testimonianza della palingenesi del senso d’ignoto in una destinazione nota ed equa, giacché aliena a qualunque forma di violenza, lascia al ritorno al passato di chiudere degnamente il sipario. Safiyya Ingar, nel ruolo di Doe, estranea all’estremismo ideologico della causa mussulmana, dedita al furto con destrezza persino a scapito della gente che gli tende una mano, decisa nondimeno in zona Cesarini ad andare anche lei oltre il diktat del “mors tua, vita mea”, che convalida altresì le banalità scintillanti di becere propagande contro il richiamo delle origini, sfoggia un gioco fisionomico convincente e coinvolgente. Ebada Hassan, nelle vesti dell’avvenente ed eterea adolescente d’origini somale che illumina lo sguardo sulla retta via preceduta dalle false piste che tingono lievemente di giallo la trama, parla principalmente con gli occhi. E arriva sottopelle. Al contrario del ralenti, che converte la sobrietà dei nervi sottesi che scattano step by step nella vieta ridondanza esplicativa aliena all’approfondimento palmo a palmo d’una poetica imperniata specialmente sui fertili silenzi e sulla maestria del lavoro di sottrazione nel togliere al visibile per aggiungere all’invisibile, lo slow born risolutivo di Brides – Giovani spose assurge il bozzetto intimista ad attante catartico gremito di echi assorbiti a dovere. Non più scopiazzati né scimmiottati sul deleterio esempio dei nani sulle spalle dei giganti. L’epilogo, che esibisce il momento della conoscenza delle future amiche per la pelle, acquista un mordente inusitato. L’aura meditabonda, sennò soporifera, ricava quindi linfa dall’innesto a sorpresa della componente briosa, conforme all’effigie nonostante tutto della giovinezza con l’argento vivo addosso, e la gioconda piacevolezza della coriacea inversione di tendenza in zona Cesarini, al ripraro dall’inane enigmismo dei puzzle pseudointellettuali, unisce il cuore al cervello. Risparmiando lo stomaco, già provato dagli spasimi precedenti con la molla del rigetto dovuta alla prospettiva del cupio dissolvi appaiata dal timbro teatrante alla breccia aperta dall’amor vitae agevolato dal trapasso cromatico dal grigiore allo splendore esistenziale, per tirare le somme col suono intradiegetico delle matite intente a delineare uno scambievole ritratto. Rimasto teneramente e saggiamente fuori campo.

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