Bronx 80146 – Nuova squadra catturandi: l’esordio registico del Riccardo Avitabile di Gomorra

La geografia emozionale è una costante fonte d’ispirazione per il versatile scrittore partenopeo Rico Torino. Che, dopo aver incentrato l’intenso romanzo in chiave autobiografica Santo – L’ultima di leggenda di Napoli sul legame tra habitat ed esseri umani, scandagliando la dimensione mitopoietica e le ombre sinistre dei vicoli della città del Sole, redige una storia per il grande schermo col senso identitario sempre sugli scudi.

Bronx 80146 – Nuova squadra catturandi, inserito nel catalogo di Prime Video, ne riflette l’attitudine ad abbinare gli spazi riflessivi a quello che, nell’omonimo film di Edoardo De Angelis, Zi’ Mari definiva il vizio della speranza. L’antidoto alla resa incondizionata dinanzi ai duri diktat del territorio. Al contrario della vena letteraria, intrisa di richiami febbrili ed ermetici, la scrittura per immagini delineata sin dalla fase di sceneggiatura privilegia all’indubbia forza significante dell’epos antropologico l’asciuttezza del lavoro di sottrazione.

La tecnica di ripresa adottata all’esordio in cabina di regìa da Riccardo Avitabile, che in Gomorra – La serie 2 interpretava il contabile al soldo degli scissionisti capitanati dall’incupito Ciro Di Marzio, cementa l’egemonia della prosa ruvida ed essenziale sulla ridondanza dell’osservazione fenomenologica. Rispetto sia al rione Don Guanella, dove Rico Torino è nato e cresciuto, sia a Secondigliano, il famigerato hinterland eletto a location di Gomorra, San Giovanni a Teduccio, ribattezzato Bronx per l’alto tasso di criminalità, sembra dapprincipio restare in sordina. Con il murales del compianto Diego Armando Maradona sulla facciata del palazzone di via Taverna del Ferro incapace di riverberare appieno gli stati d’animo dei personaggi. Incarnati per lo più da attori non professionisti. Laureatisi però all’Università della Strada. L’uso parco delle correzioni di fuoco, per veicolare lo sguardo degli spettatori verso un delitto destinato ad accrescere il risolutivo desiderio di riscatto, e della cosiddetta metonìmia, al servizio del rapporto di causa ed effetto in grado di convertire le inquadrature parziali in quadri totali, non contempla giochi di prestigio. Bensì va al sodo.

La cura realistica dei dettagli permea così le vicende senza concedere banali ricalchi d’inopportuni e irraggiungibili numi tutelari. L’aura straniante, seppur aliena al montaggio frenetico ed evocativo dei vari western metropolitani, prende lo stesso piede. Insieme a un apprezzabile margine d’enigma. Che tiene desta l’attenzione in merito al confronto a distanza del clan camorristico agli ordini della Lady Macbeth di turno con i falchi del corpo di polizia. Nel prosieguo il ricorso ad alcune carrellate aeree, sulla falsariga di Piccola patria, non aggiunge granché al processo di conoscenza, ed ergo di scoperta, della trama. Mentre i delitti commessi con algida ed estrema ferocia sono funzionali all’evolversi dell’intrigo, la cornice dell’azione stenta a trarre linfa dall’austera messinscena. Sprovvista delle invenzioni visive necessarie ad alzare il tiro e trascendere l’ovvia pittura dei caratteri. Tuttavia la crescente tensione psicologica, insieme al livido colore garantito dall’accorta componente luministica, tocca un punto nevralgico. Gli elementi ambientali, all’inizio subordinati alla priorità espressiva di un cauto professionismo, lungi dall’avventurarsi nel ginepraio delle irrealizzabili ricerche stilistiche, mutano segno.

Beneficiando di una costruzione narrativa modulare che pone a confronto gli interni domestici e i dissimili luoghi di ritrovo. Con il medesimo teatro a cielo aperto. Il cui apparente distacco cede man mano il passo a una densa ed erudita valenza allegorica. L’inerte paesaggio diviene perciò foriero di toccanti dinamiche cromatiche ed evocative. Con l’idea di angustia del proemio congiunta all’ampio respiro garantito dall’identità specifica della fascia periferica in continuo cambiamento. Bronx 80146 – Nuova squadra catturandi persuade assai poco quando affida le note gravi al fatuo controcanto della musica rap. I timbri intimi, invece, che presiedono tanto al balzo di probità dell’atipico scugnizzo Ciro quanto alla chiarezza d’animo dell’ispettore barbuto, deciso a rendere pan per focaccia agli empi affiliati, impreziosiscono l’ennesima critica sociale. L’effigie degli albori e dei tramonti, anziché pretendere di penetrare la complessità dell’esistenza per poi finire col riproporre mere varianti cartolinesche, ridefinisce il concetto di frontiera. Ed elude l’enfasi degli sfondi esornativi esibendo step by step al coacervo dei diversi modi d’agire e di reagire il valore della speranza. Un vizio davvero sacrosanto.

 

 

Massimiliano Serriello