Buio: una favola dark che mette in luce molte zone d’ombra

Le zone d’ombra messe in luce dalla sensibile ed energica regista Emanuela Rossi nella fiaba dark Buio – disponibile su MYmovies in direct to video – riguardano l’altalena di stati d’animo congiunti all’animo femminile assoggettato dal focolare domestico che regredisce nell’attanagliante dimensione di un’empia gabbia.

Nemmeno dorata, a decremento degli stereotipi di turno e delle frasi fatte. La grintosa autrice, per nulla intimidita né vezzeggiata dell’omonimia con la celebre e talentuosa doppiatrice Emanuela Rossi, sembra avere molto a cuore l’esimio lavoro di sottrazione caro ai maestri dell’erudita ed emblematica antiretorica. L’enfasi accattivante di Herbert Ross in Fiori d’acciaio, che antepone l’impronta scaltra ma impersonale del colpo di gomito gradito dai fruitori delle soap opera, impreziosite dall’apporto dello spettacolo scaltrito della recitazione d’alto livello, cede il passo ad asciutti semitoni.

Quando, all’imbrunire, l’autocrate padre torna a casa, l’elemento disturbante del suono diegetico, rappresentato dalla doppia mandata prima per aprire, poi per chiudere, l’ossessiva porta che separa le sue figlie sottomesse all’egida genitoriale dal mondo sconvolto dall’apocalisse, tiene gli spettatori inchiodati alla poltrona. Buio alterna all’ottima suspense, scandita dall’attesa atroce che qualcosa di ancora più terribile irrompa in scena, un umanitarismo risaputo. Che risulta ugualmente funzionale, al di là degli apparenti bisticci dialettici, all’elogio delle figure femminili. Ennesime piccole donne – Stella, la maggiore, Luce e Aria – dai nomi programmatici, ma dallo spirito pronto ad alzare il tiro dinanzi alle dicotomie esibiti dal tirannico papà che dice di perpetrare il male a fin di bene. Un po’ tipo il babbo di Lady Oscar, che avrebbe tanto voluto un maschietto, al punto da crescere la rampolla protagonista come se lo fosse, addestrandola alla vita militare, e un po’ tipo il virile ed empatico comandante istruttore capo John James Urgayle di Soldato Jane. Il rischio d’incappare nell’incognita irrisolvibile della comicità involontaria, forse anche più deleteria della noia di piombo, viene sopperita dal ricorso a una geometrica esattezza che richiama alla mente quella mandata a effetto nei propri capolavori dall’illustre ed estroso Stanley Kubrick. Quello che tuttavia l’impianto stilistico ed evocativo acquista sul versante formale lo perde sotto l’aspetto contenutistico. L’egemonia dapprincipio della sobrietà d’accenti e della padronanza dell’apparato tecnico sul carattere del racconto di formazione nuoce all’ardua interazione tra cuore e cervello. Il timbro eccessivamente esplicativo dei dialoghi pregiudica inoltre la forza significante degli eloquenti silenzi.

Nondimeno la scrittura per immagini, scandita talora dall’uso impressionistico del deep-focus, per accrescere la curiosità in merito alla potenza dell’invisibile, raggiunge il diapason nell’inquadratura fissa di un’altalena destinata a rimanere impressa nella memoria del pubblico. Allora la sostanza, tenuta precedentemente a freno dalla ricercatezza compositiva, incapace di innalzarsi ad avvolgente scandaglio introspettivo, prende, invece, piede. La donna oggetto, Stella, prende definitivamente coscienza dei torti subiti. Chi l’ha generata, rendendola schiava, per prepararla ad affrontare una tempesta a testa alta, l’ha presa in giro. Dentro il riparo diventato prigione non ci sono bufere. Bensì inganni. Colui che voleva incutere paura, ha paura a sua volta. Le buone intenzioni contano quindi meno del due di picche. Il mistero dell’esistenza, che rischiava d’indulgere senza soluzioni di continuità ad appelli accorati, sia pure nascosti dietro l’impeccabilità del quadro d’insieme, garantito dal probo contributo collaborativo dell’alacre sceneggiatura e dell’impeccabile interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici, acquista in tal modo un rilievo insolito. Distante anni luce dalla velleità di scimmiottare modelli intellettuali fuori contesto. Benché appaia palese la conoscenza del montaggio delle attrazioni portato in auge dal dotto Sergej Ėjzenštejn, dei contrasti chiaroscurali caldeggiati dai maestri dell’aura contemplativa, frammista saggiamente al dinamismo dell’azione, e dello straniamento estetizzante perfezionato dal riverito Yorgos Lanthimos.

Ovviamente, a fronte dell’ascendente esercitato dai diversi numi tutelari che preferiscono la speculazione dell’intelletto al trasporto sentimentale della favola a lieto fine, manca una scena madre sulla falsariga dell’inobliabile Il colore viola. Eppure, al pari del buio in cui filtrano i tagli di luce provenienti da fuori, la dialettica tra interni ed esterni trascende qualunque richiamo citazionistico ingombrante. Al posto di Celie che punta il dito contro il marito orco, incapace di apprezzare la bellezza del creato, ed ergo l’ordine naturale delle cose, ravvisabile nel colore viola di un campo di fiori, l’effigie di Stella, pedinata in chiave zavattiniana, sulle note dell’inopinata canzone rap, mentre si riavvicina alla socialità interrotta, e quindi all’estroversione dell’età verde, lascia altrettanto persuasi. Benché in maniera diversa. Al crescendo metaforico ed emozionale non corrisponde il progresso recitativo. Che non va oltre una prova resa, se non scolastica, abbastanza atonale dalle modulazioni vocali. Gli occhi, comunque sia, comunicano meglio delle parole. Ed è il valore aggiunto dell’indimenticabile fanciullino del Pascoli, che alberga nei cuori di chiunque abbia serbato memoria dell’inventiva insita nel mix d’incanto ed estremo scoramento, ad allargare prospettive ristrette. Il motivo di riflessione maggiore consiste in Buio nella densità espressiva assicurata dalla feconda alternativa ai film art house votati all’intellettualismo. Permane così l’impressione che l’amarcord della fanciullezza riconquisti la meta della sana semplicità che arricchisce le eterne contese fra odio e amore.

 

 

Massimiliano Serriello