Il tema assai dibattuto del suicidio assistito, che continua a dividere l’opinione pubblica specie in virtù della recente dipartita delle gemelle Alice ed Ellen Kessler col siero letale somministrato per lasciare insieme questa valle di lacrime scongiurando la puntura di spillo dell’atroce decadimento fisico e cognitivo prima del – presunto – sereno trapasso, va esibito nel buio della sala nell’ottica del sociologo, sulla scorta della capacità di presa immediata dell’affabile cinema commerciale, oppure va approfondito sul versante esistenziale attraverso l’aura contemplativa ad appannaggio dell’altero cinema d’autore?

Forse per svelare l’arcano è sufficiente stabilire se l’attrice francese Enya Baroux debuttando come regista nel dramedy on the road sul fine vita Buon viaggio, Marie abbia voluto andare incontro alle aspettative degli spettatori dai gusti semplici, alieni ai dispendi di fosforo, o sia riuscita a legittimare subito l’elezione ad autrice con la “a” maiuscola, sebbene avventizia, grazie alla conoscenza intima dell’argomento dispiegato dalla scrittura per immagini e dalla consueta componente dialogica.

La sceneggiatura, ispirata dal carattere d’ingegno creativo relativo alla vera nonna dell’esordiente Baroux, riesce indubbiamente ad assemblare con una certa efficacia la scoperta dell’alterità, qualcosa quindi che esula dall’ordinario, destinata a divenire familiare in zona Cesarini sulla scia del mix di esplorazione ed evasione connesso a ogni viaggio mostrato sul grande schermo, l’ambivalenza emotiva impreziosita dell’interazione tra il valore terapeutico dell’umorismo e gli esami comportamentistici tipici dell’affresco introspettivo, nonché, last but not least, l’attitudine ad astrarre alla prove del nove l’impietoso dato realistico veicolando l’oliato motore narrativo in una sorta d’elogio, a primo acchito, dell’assurdo, carico, sotto sotto, di senso. Non basta tuttavia servirsi del carattere d’autenticità, necessario ad appaiare la crudezza oggettiva alla sensibilità soggettiva, per condurre un’analisi a largo raggio sull’autodeterminazione di chi antepone l’eutanasia all’amor vitae ricavando linfa dal carattere d’autenticità. E non è nemmeno automatico trarre partito dalla geografia emozionale, coi territori incontrati lungo l’emblematico tragitto che riverberano l’altalena degli stati d’animo in attesa di convertire in mesta prassi la voluttà di farla finita, accostandola all’ambivalenza emotiva rappresentata dai sentimenti contrastanti chiamati in causa. A scongiurare la deleteria incognita dell’incongruenza, stringendo dappresso, dell’eccessiva carne al fuoco, che manda a carte quarantotto le sfaccettature, aliene alle mere questioni di natura prevalentemente sociologica, garantite, invece, dall’impronta personale ed ergo autoriale estranea ai chiodi fissi dei vari generi, occorre una tecnica di ripresa, conforme all’opportuna visione artistica, in grado di spingere il pubblico all’ampia ed esaustiva riflessione critica.

L’utilizzo sin dall’incipit del camper guidato dall’assistente sanitario al verde Rudy, per condurre in Svizzera l’ottantenne Marie insieme al grossolano figlio Bruno e all’immusonita nipote Anna, alla stregua d’una chiave d’osservazione cruciale, in base all’egemonia del ritmo meditativo sul montaggio dinamico, dura lo spazio d’un mattino. Giacché confutato dagli altri elementi, smontabili per ogni evenienza, dell’ovvia satira di costume. Avvezza a privilegiare alla cura dei particolari, ravvisabili nella tendenza a squadrare il mondo circostante dal finestrino, l’intento di portare ad effetto una sagace denuncia sociale senza mostrare l’orrore che l’autore, o l’autrice nel caso specifico, nutre, ad esempio, per i conflitti irrisolti nell’ambito dei sofferti vincoli di sangue. Che, si sa, si mastica. Ma non si sputa. Non risultano adeguati nemmeno i movimenti di macchina a schiaffo da destra a sinistra, nella direzione cioè opposta alla piega prevedibile degli eventi, ad accorpare arte e critica alla transizione che indirizza lo sguardo nei confronti di un’inversione di tendenza in teoria colma di forza significante. In sostanza, prestando maggior attenzione, i colpi di gomito, attribuibili soprattutto alle carezzevoli canzoni che accompagno ogni trapasso di tono, prevalgono sugli eloquenti silenzi adatti a snudare l’imbarazzo dei consanguinei nell’interagire realmente sul versante dell’affetto protettivo anziché sul crinale insidioso della reciproca suscettibilità. Chiaramente, secondo copione, qualsivoglia ostacolo concernente il mancato affiatamento coi propri cari, tenuti dapprincipio all’oscuro del proposito di coniugare l’esistenza all’imperfetto ed eludere l’umiliazione di non poter gestire da sola l’inasprimento dell’atroce affezione terminale, è superato.

Veleggiando sulla superficie della smielataggine. Preferita alla materia grigia per rivelare il rito funebre di alcuni saggi camperisti, scambiati lì per lì per banali beoni, che danno fuoco alla vettura dell’amata matriarca, appena deceduta, e continuano a commemorarla all’insegna dell’espansiva ed empatica convivialità. La strombazzata sequenza tradisce l’assoluta penuria della destrezza di collocare ad hoc l’incontro risolutivo per il serrato gioco di rapporti disfunzionali nel caldo rilievo umano suggellato già palmo a palmo dagli idonei timbri malincomici. La scissione, al contrario, delle trovate spiritose dal monito di dignità in relazione all’ultimo saluto alla cara defunta rimane in tal modo un’utopia. Così nell’epilogo, una volta pacificati gli scontati disaccordi con la programmatica ed enfatica partita a Monopoli che sfuma l’addio straziante alla dolce Marie, interpretata dalla bravissima Hélène Vincent con una gamma di dense sfumature simili a quelle tramutate in tenero lascito nel memorabile personaggio di Michelle Giraud incarnato per François Ozon in Sotto le foglie, la liturgia, in apparenza antiretorica, concede il bis. Pagando dazio alle secche dell’infeconda ampollosità. La scontatezza, seppur spesso celata dalla performance convincente, ai limiti però spesso della pleonastica strizzatina d’occhio, dell’intero cast, impedisce all’ambiziosa autrice neofita di lasciare sul serio il segno e dire compiutamente la sua. Confinando Buon viaggio, Marie nel novero delle operette d’esile spessore che comunicano poco o niente sull’artefice in cabina di regìa e molto sull’inane via d’intesa concepita dal cinema di genere.

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