Con “solchi”, il disco d’esordio pubblicato da Overdub Recordings e disponibile dal 15 settembre in digitale, CD e vinile, i CALANCO raccontano fragilità, contraddizioni e quei segni che il tempo e le esperienze finiscono inevitabilmente per lasciare. Tra chitarre abrasive, momenti più intimi e immagini prese dalla quotidianità, la band mette a fuoco insicurezze, rabbia, relazioni e meccanismi di difesa, senza cercare eroi o vittime. In questa intervista i CALANCO entrano nelle pieghe di “solchi”, raccontando le maschere che indossiamo, il rapporto tra rumore e silenzio e il bisogno di trasformare anche le proprie crepe in qualcosa che possa avere una forma e un suono.
In “solchi” l’arroganza, la rabbia e il volume sembrano spesso nascondere qualcosa di molto più fragile. Vi riconoscete nell’idea che questo sia un disco sulle maschere che utilizziamo per proteggerci?
Sicuramente il tema delle maschere che indossiamo per riuscire a sopravvivere, o anche semplicemente per cercare di sottolineare e far passare il nostro pensiero, è presente in “solchi”.
Lo abbiamo affrontato ad esempio in “domenike”, il nostro primo singolo, uscito a maggio e tratto dal disco. Nel brano è molto forte l’idea della maschera che indossiamo sul palco: da una parte cerchiamo quasi di fare i gradassi, di mostrarci sicuri e di usare quella sicurezza come una forma di sopravvivenza; dall’altra, sotto quella maschera, ci sono tante insicurezze.
È un tema che in forme diverse ritorna anche in altri brani di “solchi”. Alla fine, crediamo che molte delle cose che raccontiamo partano proprio da lì: da fragilità e insicurezze che, attraverso la musica, proviamo in qualche modo a esorcizzare.
“domenike” affronta apertamente il contrasto tra insicurezza e arroganza. Da dove nasce l’esigenza di raccontare questa contraddizione?
Crediamo che l’esigenza di raccontare questa contraddizione sia nata proprio dalla consapevolezza che, a volte, quando ci sentiamo più fragili, finiamo per costruirci addosso un personaggio molto più forte di quello che siamo realmente.
“domenike” nasce esattamente da questa sensazione: l’arroganza e l’aggressività diventano quasi un meccanismo di autodifesa, un modo per sopravvivere e per non mostrare quello che c’è sotto. È una forma di sicurezza costruita, che magari all’esterno sembra forza, ma che in realtà nasce da qualcosa di molto più instabile.
Il palco, in questo senso, è il luogo perfetto per raccontare questa contraddizione. È il posto in cui vorresti sentirti invincibile, ma allo stesso tempo è anche quello in cui ogni fragilità viene amplificata: sali sul palco, metti una maschera, alzi il volume, cerchi di essere più grande di quello che sei, ma quella maschera esiste proprio perché sotto c’è qualcosa che hai paura di mostrare.
“domenike” parla quindi di questo equilibrio instabile: il tentativo di reggersi in piedi attraverso un personaggio più forte e aggressivo, senza però riuscire davvero a nascondere le proprie insicurezze.
“caffè corretto” parte da un’immagine quotidiana per entrare in una relazione fatta anche di provocazione e gioco di potere. Quanto vi piace utilizzare elementi ordinari per raccontare situazioni emotivamente molto meno ordinarie?
Ci piace molto utilizzare elementi ordinari per esprimere, attraverso delle metafore, concetti anche molto più profondi. Crediamo che proprio partendo da parole semplici e da espressioni che tutti abbiamo già sentito, si possa arrivare più facilmente all’ascoltatore, soprattutto al primo ascolto di un brano come “caffè corretto”.
Un altro esempio è l’immagine del “cane abbandonato in tangenziale” in “sbaglio spesso”, dove ritorna proprio l’immagine di un cane abbandonato. Per chi, come noi, è cresciuto negli anni ’90, è un’immagine che richiama anche una certa sensibilizzazione che c’era all’epoca sul tema dell’abbandono degli animali. È quindi qualcosa di molto comune e immediatamente riconoscibile, che però nel brano diventa la metafora di uno stato d’animo molto più profondo: sentirsi fuori posto, inadeguati, abbandonati.
In “caffè corretto” facciamo qualcosa di simile, ma partendo da una situazione ancora più quotidiana: quella di essere al bar con gli amici, magari dopo un pranzo o una cena, davanti a un caffè corretto. È un’immagine normalissima, quasi banale, che però diventa il punto di partenza per raccontare una situazione molto meno ordinaria, fatta di provocazione e di gioco di potere all’interno di una relazione.
Quel “caffè corretto” diventa quasi un modo per dire: me ne frego, me ne fotto del gioco di potere che si è instaurato tra noi. Ci piace questo contrasto: usare qualcosa di estremamente semplice e quotidiano per parlare di qualcosa che, emotivamente, non è affatto semplice.
Nei vostri testi spesso i protagonisti non sembrano né vittime né eroi. È importante per voi lasciare spazio anche alle loro parti più scomode?
Per noi difficilmente esistono degli eroi nel senso in cui li immaginiamo normalmente, cioè nell’immaginario collettivo, fantastico, mistico o epico. Crediamo che tutti, anche le persone che nella storia sono state considerate grandi personaggi positivi per la società, abbiano attraversato momenti di fragilità, siano state vittime di qualcosa o si siano trovate davanti a scelte sbagliate.
Per questo per noi è importante raccontare anche le fragilità e gli errori, soprattutto quando sono errori che si ripetono e che creano un circolo vizioso dal quale, a volte, sembra quasi impossibile uscire. Ci sono situazioni che diventano croniche, nelle quali continui a commettere gli stessi sbagli anche sapendo che ti stanno facendo male.
“come fare non lo so” parte proprio da questa sensazione: il titolo stesso richiama un momento di stallo, di fragilità, in cui non sai come andare avanti o come uscire da una determinata situazione.
E poi, anche in relazione alle sonorità dure e sporche che abbiamo scelto per questo nostro primo disco, ci interessava esplorare proprio la parte meno nobile delle emozioni: quella più scomoda, più fragile e più difficile da ammettere, ma che in fondo tutti abbiamo conosciuto almeno una volta e che ci permette di migliorarci nel lungo periodo.
Se doveste indicare la frase o l’immagine del disco che meglio rappresenta i CALANCO oggi, quale scegliereste?
Probabilmente l’immagine che meglio rappresenta i CALANCO oggi è proprio una fotografia. È una foto scattata con il cellulare dal nostro cantante, nei calanchi della nostra zona: una porzione di terreno completamente crepata, bruciata dal sole, quasi grigia.
Quell’immagine ci aveva colpito così tanto che l’abbiamo utilizzata anche come riferimento per la copertina di “solchi”, dove le crepe sul terreno vengono richiamate dalle crepe sul viso della ragazza ritratta.
Crediamo che rappresenti bene quello che siamo oggi perché dentro quell’immagine ci sono un po’ tutti gli aspetti che abbiamo cercato di mettere nel disco: l’erosione, le crepe, qualcosa che è stato scavato e trasformato dal tempo, ma anche un paesaggio apparentemente arido e duro che, proprio per questo, ha una sua bellezza.
E forse è questo che siamo come CALANCO: cerchiamo di prendere le nostre fragilità, le nostre insicurezze e le parti meno nobili di quello che viviamo, e trasformarle in qualcosa che abbia una forma, un suono e, possibilmente, anche una bellezza.
“verme” è un titolo molto netto, quasi brutale. Avete mai avuto il dubbio che fosse troppo diretto oppure era proprio quella durezza che stavate cercando?
Inizialmente questa canzone doveva chiamarsi “mai”, perché nel ritornello quella parola viene urlata e interpretata con una certa pesantezza, il che ci piaceva molto. Quando diciamo “non ti tradirei mai”, in fondo c’è un po’ il fulcro di tutta la questione: non si tratta soltanto del tradimento inteso nel senso classico, ma quasi di un dialogo con un’altra persona, nel quale stai cercando di difenderti e di affermare la tua posizione.
Poi, poco prima di entrare in studio, e soprattutto quando abbiamo iniziato a ragionare sulla tracklist di “solchi”, ci siamo posti il problema del titolo. Da “mai” siamo passati a “verme” perché ci sembrava ancora più d’impatto. “mai” ha sicuramente un peso molto importante per noi all’interno del brano e del testo, ma “verme”, ancora prima di ascoltare la canzone, ci sembrava una parola più immediata, più cattiva e, se vogliamo, anche più catchy.
Alla fine abbiamo optato per “verme” proprio perché ci sembrava che richiamasse meglio la durezza del brano. A parte un’introduzione chitarra e voce, infatti, è una canzone che mantiene praticamente sempre delle sonorità molto dure e aggressive. Il titolo, quindi, ci sembrava perfettamente coerente con quello che poi l’ascoltatore si trova davanti.
Quanto conta il silenzio all’interno della vostra musica? Esiste un punto in cui togliere suono diventa potente quanto aumentare il volume?
È un aspetto sul quale abbiamo lavorato molto, soprattutto in studio. Nella prima fase compositiva dei brani che poi sono confluiti nel nostro disco d’esordio “solchi”, la maggior parte delle canzoni è nata in sala prove e, inevitabilmente, spesso è nata a volumi smodati, con distorsioni molto potenti. Questo però, andava un po’ a discapito della dinamica di alcuni brani.
Dopodiché, mettendo insieme i nostri gusti musicali, le esperienze che avevamo già avuto e soprattutto grazie al lavoro fatto con il nostro fonico Andrea Cola dello Stonebridge Studio dove abbiamo registrato il disco, abbiamo cercato di smussare alcuni angoli all’interno dei brani e di creare dei momenti più dinamici.
Togliere suono in determinati momenti permette poi alle parti più cariche e più “in hype” di risaltare molto di più. Quindi sì, il silenzio, o comunque la sottrazione, è diventato uno strumento importante per noi. All’inizio non è stato semplicissimo, soprattutto perché veniamo da un modo di suonare molto fisico e molto rumoroso, ma abbiamo capito che a volte togliere è altrettanto potente quanto aggiungere.
Se poteste far ascoltare “solchi” a una persona in un solo momento preciso della sua vita, quale momento scegliereste?
È un’ottima domanda. Noi probabilmente consiglieremmo di ascoltare “solchi” in un momento di transizione della propria vita, soprattutto quando non sta cambiando soltanto un aspetto, ma magari due, tre o quattro cose contemporaneamente.
Potrebbe essere un disco utile per sfogare un po’ di rabbia e di frustrazione soprattutto quando il cambiamento a cui si è soggetti non è stato scelto. Infatti non è detto che un cambiamento nella propria vita sia sempre voluto o che arrivi nel momento che riteniamo più giusto.
Comunque, anche per chi sta scegliendo consapevolmente di cambiare qualcosa nella propria vita, “solchi” può essere uno spunto per guardarsi dentro, soprattutto quando ci sono insicurezze o dubbi legati alla direzione che si sta prendendo.
E chissà, magari il nostro disco può semplicemente dare una mano a viaggiare un po’ con la mente e a trovare dentro di sé una risposta che, fino a quel momento, non si sapeva nemmeno di avere.