“Perché sei tornata Gloria? Mi hai amato almeno un po’? Vero che mi hai amato? Dimmelo, dimmelo che mi hai amato!”

E nulla…è vero che io sono la paladina del cinema di genere italiano, e che amo alla follia i prodotti Made in Italy, ma subito dopo gli Italiani, per me, ci sono i Francesi e gli Spagnoli. In che ordine non saprei dirvi. Gli Spagnoli sono più “magici”, fautori di un horror più legato alle atmosfere fiabesche ed irreali, mentre i Francesi sono più cattivi, malati, e ci portano nel marciume umano, nella degradazione della mente, meglio di chiunque altro. Qualche titolo a casaccio? I primi che mi saltano in testa, ma la lista sarebbe davvero lunghissima: Alta Tensione, Alexandre Aja, 2003; Frontiers, Xavier Gens, 2007; À l’intérieur, Alexandre Bustillo e Julien Mury, 2007; Martyrs, Pascal Laugier, 2009. Bene, oggi aggiungo un altro nome alla mia lista di registi francesi, o per meglio dire francofoni, che sono riusciti a turbare le mie notti, ed è quello del belga Fabrice Du Welz, nativo di Bruxelles, classe 1972. Dopo un lungo percorso di studi cinematografici ed una serie di filmini in Super 8 e cortometraggi, il cineasta si impone al pubblico col suo scioccante corto del 1999 Quand on est amoureux c’est merveilleux, in cui si ritrovano in nuce tutte le tematiche del suo lungometraggio d’esordio, Calvaire, classe 2004: la ricerca disperata di qualcuno da amare, l’assordante solitudine che porta alla follia, la convivenza con personaggi compromessi mentalmente, il fare di tutto per poter avere un partner vicino, riversando su estranei attenzioni non richieste che porteranno inevitabilmente al delitto. Quand on est amoureux c’est merveilleux vince il Gran Premio del Festival di Gerardmer nel 2001, anche grazie alla spettacolare interpretazione dell’attrice protagonista, Edith Le Merdy, che ci fa compassione ed orrore allo stesso tempo. In Calvaire a prendere il posto della Le Merdy ci pensa egregiamente l’attore francese Jackie Berroyer, che riuscirà a dare vita ed anima ad un personaggio dalle mille sfaccettature che dimostra di emergere nettamente su tutti, anche su quello che dovrebbe risultare come il principale protagonista. Nato, nella mente del regista, che ne è anche sceneggiatore insieme a Romain Protat, come un survival movie, Calvaire, date anche le svariate influenze colte di Du Welz, diventa poi qualcosa di nettamente più complesso, combinando in sé l’horror, la commedia ed il drama, tanto da portare lo stesso regista a definirlo con l’epiteto di “poesia macabra”. Calvaire fu presentato in anteprima al Festival di Cannes 2004, selezionato nella Semaine de la Critique, e fu subito, com’è giusto che sia, ritenuto un esordio coi fiocchi per il talentuoso cineasta belga.

Marc Stevens è un cantante di cabaret che non è riuscito a sfondare nel mondo della musica, e tira avanti esibendosi in case di riposo ed altre strutture per una misera paga, spezzando il cuore delle degenti e del personale stesso che non sono molto abituati a vedere giovani uomini affascinanti in quelle grigie e tristi sale. Tra un’esibizione e l’altra Marc si sposta col suo camioncino che gli fa da casa mobile, quasi un piccolo camper, dove è raccolta praticamente tutta la sua vita. In viaggio per uno spettacolo natalizio, il cantante perderà la strada a causa del maltempo, e si ritroverà di notte in un cupo bosco ammantato di neve. Dopo aver frenato bruscamente per evitare di travolgere un animale che gli aveva attraversato la strada, Marc si troverà in panne nel folto del bosco, non sapendo dove andare a parare. Finchè non farà la conoscenza con uno strano tipo, Boris, che vaga di notte in cerca della sua cagnetta Bella. Boris si offre di aiutarlo a trovare un riparo per la notte, conducendolo ad un vecchio hotel ormai in disuso, ma nel quale vive ancora Bartel, l’anziano proprietario, che, oltre ad offrire una camera al malcapitato, si offre di aiutarlo, l’indomani, a rimettere a posto il suo furgone così da permettergli di ripartire. Ma, com’era prevedibile, il povero Marc non riuscirà a ripartire il giorno dopo, e neanche quello successivo, e Bartel diverrà sempre più invadente, continuando a ripetere al giovane di non recarsi mai in paese, perché la gente che vi abita è molto diversa dalle persone normali. Marc capirà a sue spese che la normalità non abita da quelle parti ormai da un bel po’, ed inizierà così il suo lungo e sanguinoso Calvario.

Nei panni di Marc troviamo l’attore parigino Laurent Lucas, che dà vita a un protagonista asettico ed asessuato, che non ci porta ad empatizzare con lui, nonostante un’impeccabile e davvero disturbante interpretazione. La sua formazione teatrale è stata ovviamente propedeutica per portare sullo schermo un personaggio drammatico come Marc Stevens, un derelitto che diverrà ancora più derelitto, trasformandosi nell’immagine stessa del Cristo che porta sulle spalle il peso della croce e dei peccati del mondo, ma che trova la forza, prima di spirare, di sussurrare tra i denti, nelle sue atroci sofferenze “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”. Tuttavia Marc, nonostante sia la vittima, l’agnello sacrificale di questo Calvario, è un personaggio inquietante, sinistro ed ambiguo al pari di tutti gli altri, che ci scorrono davanti agli occhi durante tutta la durata del film, perché non fa mai trasparire pensieri ed emozioni, e questo lo rende criptico, enigmatico, e non gradevole. Così come non sono gradevoli l’anziana signora che “ci prova” con lui, la seducente infermiera (impersonata dall’ex attrice pornografica francese Brigitte Lahaie), il proprietario dell’hotel, l’ex umorista Bartel, ed i reietti del villaggio che a causa dell’estrema solitudine in cui vivono sono diventati l’ombra di esseri umani, compiendo ogni sorta di nefandezza contro natura per sopperire al bisogno di tutto ciò che rende un uomo “umano”. La scena del ballo all’interno del bar del paese è una delle più allucinanti che abbia visto al cinema negli ultimi anni, e serve a preparare il terreno per il folle carosello natalizio che vede riuniti a tavola, vicino all’abete addobbato, Bartel, Boris con un vitello che ha scambiato per la sua cagnetta Bella, e Marc, tutti che fanno versi indicibili ed inimmaginabili portandoci dentro la follia più pura ed astrusa dalla realtà che possa esserci. Perfetto per interpretare Bartel, l’attore, umorista e scrittore francese Jackie Berroyer, che dà vita ad un uomo soverchiato dalla solitudine più estrema, cadutagli addosso dopo l’abbandono della moglie, che combatte continuamente contro i propri fantasmi e la sua follia latente che cerca di prendere il sopravvento. Bonario all’inizio, ha sempre negli occhi quella vena insana che ce lo farà temere da subito, come un’acqua cheta che cova sotto il ponte. Infine è da citare, nel ruolo di Robert Orton, uno degli anziani del villaggio, uno degli attori feticcio di Gaspar Noé, il francese Philippe Nahon, conosciuto grazie a pellicole di rilievo come I Fiumi di Porpora di Mathieu Kassovitz (2000), Il Patto dei Lupi di Christophe Gans (2001), Alta Tensione di Alexandre Aja (2003).

Molte sono le citazioni che saltano agli occhi guardando Calvaire. Ovvie sono quelle ai suddetti gioielli della Nouvelle Vague Francese, tra tutti Alta Tensione e Frontiers, dai quali si riprendono le atmosfere delle grandi case o alberghi collocati in posizione isolata in mezzo alla natura, che non fanno presagire nulla di buono ai malcapitati che vi si ritrovano. Ma molte di più e decisamente più colte sono le influenze culturali che hanno portato Du Welz alla realizzazione di questo piccolo prodigio di film: gli occhi più esperti vi troveranno influenze di Luis Buñuel, Ladislao Vajda, Roman Polanski, André Delvaux, e, perché no, del William Lustig di Maniac e dell’Alfred Hitchcock di Psyco: impossibile non notare come l’incontro tra Marc e Bartel, nel veccho hotel ormai dismesso in cui non passa più nessuno, non sia una sorta di trasposizione di quello tra Norman e Marion nel leggendario Bates Motel; ed anche l’abito che Bartel farà indossare a Marc non può non ricordare quello indossato dalla “mamma” di Norman Bates.

Tra commedia grottesca, horror, rape&revenge e torture porn, Calvaire riesce a trasformare in luogo da incubo la bella e rilassante campagna francese. Fabrice Du Welz costruisce sapientemente la sua opera, partendo da un inizio lento ed all’apparenza tranquillo in cui inserisce, dosandoli col contagocce, elementi sempre più bizzarri ed inquietanti, che porteranno, nella seconda metà del film, ad un’esplosione di delirio e follia oltre ogni aspettativa, per tratteggiare una vicenda di crudele assurdità nata dal dramma più vecchio del mondo, quello della solitudine. Usando all’occorrenza anche il nonsense ed il bizzarro, Du Welz delinea, attraverso le sue metafore, l’abbrutimento indotto nell’uomo dal contatto eccessivo e preponderante con la natura, che esplode in maniera deflagrante nel Sodoma e Gomorra finale, finchè la natura non deciderà una buona volta di riprendersi il sopravvento sull’uomo.

Cito, per concludere, Massimiliano Carleo che, parlando di Calvaire, così scrive “il clima malsano che si respira in quest’opera è il dramma delle solitudini, fatte di mancanza e conseguente alienazione che sfocia in follia. È meritoria la capacità di Du Welz di generare tanta angoscia e inquietudine con lo splatter e il gore al minimo sindacale; a creare raccapriccio è il “sanguinamento”, da una parte della cosiddetta “ragione” del carnefice, e dall’altra della dignità violata della vittima, costretto a inalare il tanfo nauseabondo dell’ignoranza che genera mostri che danzano grottescamente tra loro i loro balli di morte e solitudine, in quanto “morti” a causa dell’agghiacciante solitudine che li ha resi simili a bestie selvatiche. Du Welz ci prende per i capelli e ce li “strappa”, proprio come al protagonista, e ci immerge in un incubo senza redenzione dove trattenere il respiro per non inalare il tanfo mortifero letale che tutto ammanta è la massima “aspirazione”…Difficile riuscirci, e se ci si riesce se ne esce in qualche modo “cambiati”, con una sensazione di disagio, di malessere attaccata alla pelle che fatica ad andare via. Du Welz sa come “raccontare” il disagio, e lo fa con un canale diretto e “preferenziale”, rifuggendo gli stilemi comuni e abusati del genere, e colpendo dritto al Cuore”.

Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Amazon Prime Video, CHILI e Google Play Film, ed in dvd e blu-ray Studio Canal.

https://www.imdb.com/it/title/tt0407621

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