I tributi ricevuti dall’ambiziosa black comedy Casa in fiamme certificano la forza significante della tecnica di ripresa portata a effetto in cabina di regìa dal propositivo Dani de la Orden, nativo del capoluogo della Catalogna, al centro della commedia romantica Barcellona notte d’estate girata dodici anni fa, oppure danno troppo credito a un autore con le polveri bagnate quando è costretto ad anteporre al senso d’appartenenza profuso dalla città del cuore l’inerte necessità stilistica ed espressiva d’una location meno identitaria e più funzionale alla tematica dei dissidi domestici dispiegati fuori porta?

Il teatro a cielo aperto in questione, assurto ad attante narrativo in grado di riflettere il turbinio degli stati d’animo in trasferta, lontano dalla comfort zone della metropoli catalana, nella penisola di Cap de Creus, Cadaqué, dove troneggia la casa del titolo. In cui la famiglia allargata della coriacea Montsé passa dall’ingannevole affinità elettiva agli attriti dettati dalle deleterie prese di posizione.

La valenza diegetica ed evocativa del contesto tende ad appaiare gli stilemi della geografia emozionale alla soglia di sopportazione d’ogni discussione in un contesto intimo votato lì per lì al rilassamento mentale. Conforme all’idea di vacanza. Ed ergo d’evasione dagli assilli giornalieri. Dettati dalla spigolosa egemonia dei biechi interessi sulla leggerezza conviviale. Dietro però l’atteggiamento in apparenza spensierato, sancito dai vincoli di sangue, compreso quello aggiunto, al posto dei vincoli di suolo, sostituiti secondo copione dall’imperitura scoperta dell’alterità legata al concetto della casa delle vacanze, si cela la bassa tolleranza alla frustrazione esacerbata dall’incomprensione. La scaltra sceneggiatura, redatta da Edoard Sola, insignito del Premio Goya, veicola la difficoltà a gestire le emozioni dinanzi all’infausta inversione di tendenza che converte la leggerezza in pesantezza. L’aria di complicità che permea l’incipit, con il patriarca Carlos insieme alla nuova consorte Bianca, i figli David e Jullia, le nipoti, le fidanzate sugli scudi, offre il destro ad alcuni passaggi impreziositi dalla spontaneità di tratto dell’intero cast e dell’attitudine a scrivere con la luce garantita dall’abile fotografia. Solo ed esclusivamente sulla carta. Quindi senza chiarire realmente alla prova del nove la giustapposizione dei contrasti chiaroscurali sul versante figurativo ai contrasti chiaroscurali emersi dagli esami comportamentistici dispiegati palmo a palmo.

Il gioco di società della casa in fiamme proposto a tavola dall’intraprendente Bianca, allo scopo sia di prendersi l’ambìto vantaggio psicologico sia di dire a nuora perché suocera intenda, sfodera un’apprezzabile spigliatezza sotto l’aspetto recitativo. Ad approfondire step by step le pieghe dei caratteri agli antipodi, che scalpitano nel segreto custodito dalle rispettive alcove, con il coinvolgimento fisico frammisto alle mire strategiche, dovrebbe provvedere l’interazione tra habitat ed esseri umani. Invece, stringi stringi, l’effigie del luogo di ritrovo per antonomasia degli ennesimi parenti-serpenti resta uno spazio, a ben vedere, piuttosto esornativo. A corto quindi dei toni inconsueti che suggellano il processo d’identificazione coi vari personaggi per mezzo dell’assoluta fuoriuscita dai rapporti ordinari. L’indefessa finestra sul mondo a braccetto con il fenomeno percettivo associato all’occasionalità del soggiorno di breve durata snuda la penuria delle frecce al suo arco dell’ovvio apologo sul livello di conflitto della stirpe ai ferri corti in confronto ad About Elly di Asghar Farhadi, L’intervallo di Leonardo Di Costanzo e, nomen omen, Parenti serpenti di Mario Monicelli. Che sviluppano gli argomenti tirati in ballo sulla scorta tanto della virtù di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente quanto dello scandaglio introspettivo degli insanabili ed emblematici disturbi relazionali. La prevalenza invece sin dal plot di Casa in fiamme dei segni d’ammicco sulla polpa dell’aura contemplativa e sulla componente tagliente dell’avvertito sarcasmo, al contrario dei modelli ispiratori attinti alla bell’e meglio, impedisce al pur volenteroso Dani de la Orden di procedere sui medesimi binari degli impareggiabili numi tutelari.

La struttura a mosaico del racconto, a dispetto dei guizzi degni di nota dell’arguto montaggio alternato, palesa le scollature riscontrabili nel transito dall’accordo al disaccordo, dalla sicurezza all’insicurezza, dalla tenerezza alla ruvidezza. La suspense, scomodata qua e là in maniera piuttosto pretestuosa, funziona unicamente nella scena dello sparimento fugace delle nipotine sulla spiaggia percorsa in lungo e in largo. Il sospiro di sollievo tirato in acqua nell’attimo del ritrovamento che scongiura la tragedia innesca le modalità esplicative del regolamento dei conti in sospeso. L’uso della correzione di fuoco stenta a veicolare l’attenzione degli spettatori avvertiti sul crasso materialismo che s’insinua man mano a discapito delle intese disinteressate. Il risaputo connubio d’indugi ascetici ed empiti isterici, di semitoni compassionevoli e d’accenti canzonatori, anziché ricavare linfa dalla dotta attitudine a esplorare i rovelli nascosti ora in famiglia ora in società attraverso il carattere d’ingegno creativo dell’intreccio speculare degli stilemi agli antipodi, tradisce l’impasse di chi, in ultima analisi, salta di palo in frasca. Con buona pace dei fiacchi colpi di scena. Ghermiti a ogni piè sospinto. Ma mai davvero centrati. Casa in fiamme chiude dunque i battenti svelando, al posto dell’arcano avvezzo dapprincipio a tenere col fiato sospeso ampie platee, la voluttà di apparire originale scopiazzando l’estro degli inarrivabili guru per poi risultare scontata persino agli occhi dei soliti quattro gatti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Plugin WordPress Cookie di Real Cookie Banner