L’esordiente dietro alla macchina da presa Davide Angiuli si accoda con il suo Cattiva strada alla corrente cinematografica italiana la cui attenzione è rivolta verso tematiche sociale legate alla realtà criminale del nostro paese.
E lo fa azzardando un racconto di formazione (o, meglio ancora, di distruzione) che ‘immerge a Bari per tirare in ballo due diversi caratteri tipici dell’Italia odierna.

Uno è Donato, interpretato da Malich Cissé, ragazzo di colore originario della Puglia che ha perso il proprio lavoro come custode di garage per colpa dell’altro: il piccolo criminale August, ovvero Giulio Beranek, albanese che vive ormai da anni in Italia. Impegnato costantemente a prendersi cura dell’anziana nonna Maria, dal volto di Lucia Zotti, Donato ha bisogno di un’occupazione che possa garantirgli dei soldi e, di conseguenza, cerca di rintracciare August per aiutarlo nei suoi piccoli crimini. Ritrovandosi coinvolto in un universo a lui molto vicino, impossibile da abbandonare e ricco di rischi, mentre scopre anche una propria profonda indole criminale che lo porterà faccia a faccia con determinate realtà. Memore del cinema di Matteo Garrone e del suo Gomorra, nonostante vari difetti Cattiva strada è un’opera prima che riesce ad aprire una finestra su un’altra realtà sociale tricolore.

Perché, tra situazioni borderline in mezzo a furti e piccoli scassi, come anche prevedibili parentesi maggiormente sensibili regalate dalle presenze della nonna Maria della Zotti e della madre e della sorella di August, incarnate rispettivamente da Ema Andrea e Romina De Giglio, l’operazione inscena una storia di piccola criminalità ricorrendo ai soliti cliché del caso. Infatti non possiamo fare a meno di avvertire sullo schermo un’autentica sagra del già visto; ma ad elevare il film di Angiuli da un certo anonimato provvede la scelta di non incentrare il tutto su personaggi tipici dell’Italia delinquenziale, bensì su un ragazzo di colore reso da un calibrato Cissé e l’albanese di Beranke (a volte un po’ troppo sopra le righe), entrambi radicati nel puro provincialismo pugliese, con tanto di dialetti stretti della lingua. In ogni caso, cattiva strada ha il pregio di inscenare un contesto sociale in cui realtà extracomunitarie e italiane si fondono in un solo unico pensiero, che si tratti di criminalità o di speranza per il prossimo. Guidato da una regia secca che conduce ad un’immediata conclusione abbastanza tronca ma che rende comunque bene il concetto allegorico dell’esistenza allo sbando del giovane Donato.
