C’è un soffio di vita soltanto: la memoria della transessuale più anziana d’Italia

Lo scopo di un documentario, in generale, consiste nel cogliere la realtà quasi di sorpresa senza servirsi della psicotecnica della recitazione. Tranne in rare eccezioni. Che, com’è noto, confermano la regola. Lo scopo, nello specifico, di C’è un soffio di vita soltanto consiste nell’innescare il processo d’identificazione con una persona avanti con gli anni ed ergo custode di eventi degni d’approfondimento. Benché spesso raccapriccianti o annebbiati.

Questa persona è un personaggio? E se lo è, o lo diventa grazie all’attenzione dedicatale attraverso il linguaggio della scrittura per immagini dalla regia in tandem di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, diviene uno spettacolo di primo piano o resta una pedina all’interno d’uno scacchiere con le idee chiare?

Il mix d’informazione storica ed elaborazione umanitaria risulta scoperto. A quel punto, senza il mistero che costituisce il motore della poesia, è impossibile che la scrittura per immagini scelta dai co-registi per spingere il pubblico a passare dalla superficialità del sentimento alla profondità dell’ascolto cada nel poeticismo. Per pagare dazio a un impasse del genere bisogna aggiungere poesia alla poesia. Così come il sentimentalismo è dovuto all’imperizia di aggiungere sentimento al sentimento. Certamente Botrugno e Coluccini conoscono le insidie comportate dal lirismo documentaristico. Che, con l’assenza dell’ampio margine d’enigma frammisto all’audacia ravvisabile nell’etimologia del lemma pŏēsis di produrre versi ed emozioni inclini ad andare in profondità, diviene ampolloso. La scelta di anteporre la sottrazione all’accumulo e alle modalità esplicative appare pudica. Intesa nell’accezione migliore. Quella che contraddistingue le grandi anime. Che non vogliono scioccare o impressionare. Bensì sensibilizzare le platee dapprincipio meno sensibili ed evocare l’ordine naturale delle cose in partenza negletto. Lucy è una bella persona in effetti, per cui vale la pena approfondirne i ricordi, gli slanci, le ubbie, anziché fermarsi in superficie, aggiungendo poco o niente a un’intervista fatta su Youtube, ed è anche un personaggio: ha un bel caratterino; le rughe che le solcano il volto non riescono a celarne le reazioni mimiche, i gesti di disappunto, pervasi dall’ironia, a tratti dall’autoironia. Bisogna togliersi il cappello dinanzi al lavoro di sottrazione predisposto ex ante: i due registi non mostrano l’immagine del campo di concentramento dove fu rinchiusa Lucy all’epoca dell’età verde; non ricorrono a immagini di repertorio né le ricostruiscono al volo, rischiando la faciloneria spacciandola per vena visionaria; i due registi inducono a immaginare.

Sin qui, dunque, nulla da eccepire. Anzi. Riuscire a usare la sottrazione come elemento portante di un documentario, che le cose le mostra e dopo le evoca, merita una lode incondizionata. Si tratta di un sigillo autoriale. E altresì del tratto distintivo dei registi che guardano alla realtà da un’angolazione aliena alle amplificazioni artificiali. Ed è quindi sacrosanto che registi così siano eletti ad autori. Perciò tutto fila liscio? L’immagine del vecchio documento con su scritto Dachau, al posto dell’immagine del campo di Dachau, coglie nel segno. La linea di coerenza prosegue. All’incipit, asciutto ed essenziale, denso ed evocativo fa seguito il pedinamento zavattiniano: l’immagine ripresa di spalle di Lucy incurvata, che cammina per strada, abbassa l’asticella; la sensazione, piuttosto deleteria, del déjà-vu, ossia di qualcosa alla stregua d’uno sterile riempitivo aggiunto, utilizzato per allungare il brodo insomma, prende il sopravvento. Con buona pace dei semitoni. Preferiti dall’incipit all’immediato prosieguo ad accenti in apparenza carichi di significato. Alla prova del nove poveri di contenuto. La forma, d’altronde, non basta a trascendere l’accidia delle idee prese in prestito. Servono i contenuti. Quelli, a ben guardare, non mancano: l’inquadratura in chiave allegorica delle lampadine nel consorzio domestico dove albergano i ricordi e gli oggetti che hanno un valore tanto sentimentale quanto reminescenziale, il bisogno di mettere in luce il brivido (detto “thrill”) della scoperta step by step dell’alterità. Che scompagina i luoghi comuni sulle nefandezze, sui palpiti della commozione sfruttati ad arte, sull’enfasi di maniera, che concede parecchie banalità, sulla fragilità dell’esistenza, giunta al lumicino, sebbene passata in gioventù attraverso la classica cruna dell’ago, sull’apparente cura del particolare, dietro cui si cela l’intento che sa di didattico, sull’egemonia dell’aura contemplativa sul dinamismo dell’azione.

La trovata tiene sui carboni ardenti qualsivoglia tipo di platea; richiama alla mente, benché in filigrana, la sequenza del prison movie Hurricane – Il grido dell’innocenza di Norman Jewison in cui il protagonista nella cella d’isolamento si confronta coi suoi alterego: il primo violento e vendicativo, il secondo fragile e infantile. L’idea dello Yin versus Yang (la relazione dialettica della creatura femminile con quella maschile) applicata al documentario per mezzo degli stilemi sui generis del thriller non sa di accomodaticcio: è fragrante; quella del tran tran giornaliero, al contrario, contempla la poetica del quotidiano applicata alla ricerca del tempo perduto. Covando sotto la cenere dello stile allergico a fronzoli od orpelli vari la velleità di mettere troppa carne al fuoco. L’immagine in bianco e nero dell’universo in subbuglio, i rumori intradiegetici ed extradiegetici, alcune gag di alleggerimento, all’insegna dell’autoironia, rendono C’è un soffio di vita soltanto un’opera curiosa. Né poetica. Né impoetica. Gli ausili tecnici garantiti dalla produzione – coi raccordi di montaggio sugli scudi – avrebbero permesso a un autore con la A maiuscola di razionalizzare l’assurdo poetico. Di trascendere le cose o che sanno tutti o che tutti s’immaginano. Al termine della visione, inteneriti dall’assennatezza di Lucy, che non ci pensa proprio ad aprire la porta di casa agli sconosciuti, conquistati dalla sua maschera profonda, non si avverte la mancanza di un’attrice che lavora su se stessa e sul personaggio: è lei, ripetita iuvant, il personaggio. E funziona come un’attrice. Viene voglia di vedere un documentario che, oltre al Giorno della Memoria, non solo onora ma approfondisce il Giorno del Ricordo. Purtroppo Giuseppe Comand, l’ultimo testimone degli istriani italiani che per non rinnegare la terra madre vi furono infoibati, ha coniugato la sua Vita esemplare all’imperfetto. Questa casa di produzione con un autore tout court, invece che con due autori accorti ma minori, avrebbe potuto ricavarci un documentario capace di trasmettere il brivido della poesia.

 

Massimiliano Serriello