Cena con delitto – Knives out: il dramedy a tinte gialle dal cast all stars

La pur ambiziosa tenuta stilistica del regista statunitense Rian Johnson tradisce nel dramedy a tinte gialle Cena con delitto – Knives out l’incapacità di riuscire ad amalgamare i timbri spigliati, frammisti all’ovvio richiamo ai classici di Agatha Christie, con dei colpi d’ala tali da imprimere un proprio sigillo al déjà-vu del margine d’enigma stemperato nell’ironia.

Se, per ipotesi, levassimo al film l’impianto corale, attinto ad Altman ed Ettore Scola, la sagacia parodistica degli scenari da brivido in grado di mettere alla berlina l’alta borghesia, sulla falsariga dell’estroso Luis Buñuel nell’inobliabile L’angelo sterminatore, nonché la miriade d’indizi narrativi riposti nei rilevanti flashback, cari all’arguto Joseph L. Mankiewicz, rimarrebbe ben poco del suo artefice. Dedito al copia e incolla, malcelato dall’inchino ad archetipi letterari noti a tutti.

L’impasse dei plagi camuffati da omaggi emerge lo stesso con l’ovvio labirinto d’ipotesi mandato ad effetto dal detective Benoit Blanc per avallarne l’alto quoziente d’intelligenza, il formidabile carisma e l’attitudine alla battuta tagliente.  Nondimeno l’interpretazione di Daniel Craig, nei panni dell’emulo di Sherlock Holmes che ammicca a Watson per deridere i collaboratori meno recettivi, non lascia il segno dell’intelligenza sopra la media. Lo scarso scintillio degli occhi cerulei, infatti, smentisce poco la programmatica freddezza del personaggio dinanzi alle menzogne proferite dagli indagati dopo la morte del ricco romanziere Harlan Thrombey.

A dispetto della prova recitativa di gran classe del decano Christopher Plummer, meritevole d’un supplemento d’applausi per il caldo rilievo antropico conferito al facoltoso scrittore, l’insistito ricorso ai flashback non trascende come dovrebbe i percorsi già collaudati dall’altrui ingegno. L’impiego di altri interpreti d’alta scuola – da Toni Collette, nel ruolo della vedova dell’adorato rampollo scomparso, a Michael Shannon, nelle vesti del figlio incapace di gestire la casa editrice di famiglia, sino alla rediviva Jamie Lee Curtis alias Linda Drysdale, nata Thrombey, che aspetta solo l’apertura del testamento per capire cosa le spetta in eredità – rende godibile, senz’alcun dubbio, il solito show di spaventi cementando soprattutto l’innesto delle gag di alleggerimento.

La marcia in più diviene, però, a ben guardare, un’inopinata autorete allorché l’intrinseco apologo sui rapporti sociali e su quelli intimi, inaspriti dall’avidità, paga pegno agli importuni ed eccessivi lazzi a favore del pubblico meno avveduto. Gli spettatori più scaltriti sembrano, comunque, trovare pane per i loro denti in un paio di memorabili occasioni, impreziosite dal valore drammatico ed evocativo dei movimenti di macchina, e nell’ipnotica lentezza del ralenti connesso al momento clou sulla scorta dell’ambìta suspense.

Tuttavia, si sa, una rondine non fa primavera. Tant’è vero che l’abilità di tenere ogni tipo di platea, colta o incolta, sui carboni ardenti, grazie alla forbita cura dei dettagli e al gusto per lo spettacolo brioso, risulta subordinata all’impasse dei compiaciuti colpi di gomito. Persino la padronanza di certi dotti carrelli in avanti, al fine di cogliere l’incisiva natura interiore ed esteriore dei diversi personaggi, sottoposti allo stress degli assidui interrogatori ma impegnati soprattutto a portare l’acqua al proprio mulino, cede di schianto di fronte all’insistenza delle freddure elette ad antidoto contro l’aura funeraria di alcuni mesti contesti.

A tal punto l’efficace crescendo, i sentimenti primordiali, nascosti dietro la compitezza formale, e gli ampi motivi d’inquietudine, disseminati con geometrica esattezza lungo l’intero arco del racconto, appaiono assai pretestuosi. A differenza della previa parabola fantasy Looper, in cui le apprensioni d’ordine didattico andavano di pari passo con gli stilemi del thriller, venato di godibili sfumature tenere, stavolta Rian Johnson stenta ad abbinare alla crime story qualcosa, oltre alla vivacità dei dialoghi, che trascenda la prevedibilità sia degli assilli esistenziali sia del risvolto faceto.

Dissipati, quindi, gli spunti migliori, per anteporre al grigiore dell’atmosfera gotica del castello in campagna dei Thrombey la scintillante brillantezza dell’allegra avventura, ridotta invece a stereotipo piuttosto ripetitivo, l’applicazione nella prassi della parola greca “aletheia” va a carte quarantotto. Lo svelamento dell’attesa giustezza, ricostruita palmo a palmo dall’intuitivo investigatore, giunge invero troppo tardi. Quando, per paura di cadere vittima dei microcosmi decadenti ed estetizzanti ivi congiunti, il ripristino degli indizi, con l’inane complicità dei compositi interludi farseschi, ha già messo troppe pulci nell’orecchio di qualsivoglia fruitore. Contento di sentirsi perspicace per aver afferrato i diversi nessi. Sottolineati, in realtà, con grossolana ostinazione.

Il feuilleton, smentito dall’egemonia degli ordinari ed esplicativi accenti sui semitoni riscontrabili nella gentilezza del tocco nel rapporto del compianto capostipite con l’infermiera sudamericana, trova, così, pochissimi appigli. L’unico realmente degno di nota risiede nella performance della sensuale ed eterea Ana de Armas che incarna l’immigrata dal cuore d’oro, allergica alle empie ed egoistiche menzogne, a costo di rigurgitare il pranzo in un baleno, con una rara spontaneità di tratti. Afferrata appieno per mezzo dell’apprezzabile efficienza degli intensi primi piani. Peccato non basti in Cena con delitto – Knives out a convertire i palesi ricalchi in riletture originali.

 

 

Massimiliano Serriello