C’era una volta il crimine: presente e (ri)passato

Dopo Non ci resta che il crimine e Ritorno al crimine, Massimiliano Bruno presenta al grande pubblico il terzo capitolo che, in teoria, dovrebbe chiudere la sua (quasi) personale saga in commedia a tema viaggi nel tempo. Perché in teoria? Questo lo vedremo alla fine.

Il nuovo film parte esattamente da dove finisce il precedente, con una “piccola” defezione: nel gruppo dei soliti protagonisti Moreno (Marco Giallini) e Giuseppe (Gianmarco Tognazzi) stavolta manca il terzo.

Sebastiano, interpretato da Alessandro Gassman negli altri due capitoli, non c’è più (liquidato dalla trama in maniera abbastanza banale). Al suo posto troviamo il professore napoletano di storia Claudio, col volto di Giampaolo Morelli, un esperto della Seconda Guerra Mondiale che accompagnerà il resto della banda indietro negli anni Quaranta per portare a termine la missione stabilita al termine di Ritorno al crimine: rubare la Gioconda di Leonardo da Vinci in Francia, tornare al presente e godere dei relativi ricavi economici. Il plot è semplice e si sviluppa piuttosto linearmente. Gli attori abbiamo imparato a conoscerli nei film precedenti e poco aggiungono ai rispettivi caratteri. Si ride il giusto e lo si fa spontaneamente. È soprattutto il personaggio di Giallini a sobbarcarsi il peso della comicità anche se, copione alla mano, le sue battute sembrano più che altro un interminabile copia incolla di intercalari volgari. Il ruolo di Morelli aiuta il film con le sue sonorità partenopee, alleggerendo quello che fino a quel momento era un linguaggio prettamente romano, in certi casi portato allo stremo. C’era una volta il crimine scivola fluido e ingloba bene i nuovi personaggi come Adele (Carolina Crescentini), anche lei in grado di ammorbidire la “rude” romanità affidata a Ilenia Pastorelli in Non ci resta che il crimine e a Giulia Bevilacqua nei seguiti, rendendolo più “italiano”.

A dar fastidio alla continuità/regolarità di trama sono gli inserimenti di sotto-storie. La necessità di dare spunti innovativi al tutto ha fatto sì che le basi poste per nuovi intrecci narrativi (a rischio paradosso temporale!) si rivelino, al termine della visione, dei rami secchi. Molte storie e personaggi vengono solo accennati e mai approfonditi. Alcuni momenti interessanti vengono lasciati indietro e altri risolti in maniera sbrigativa, come se la prima idea fosse sempre quella buona. Resta da chiedersi quale fosse il vero obiettivo del regista, anche se la domanda rischia di non trovare una risposta chiara.  Se da un lato si ha l’impressione che Massimiliano Bruno voglia sensibilizzare il pubblico alla memoria, al ricordo, tramite un’ironica denuncia storica, dall’altro questa prospettiva trova poco terreno fertile. Il film, infatti, cade spesso in trovate estremamente leggere per ridicolizzare i fantasmi storici del passato. L’equilibrio dello stile filmico è a rischio, risultando a volte né carne, né pesce. Il quadro completo somiglia molto più a un gioco dello stesso Bruno, il quale si diverte e non lo nasconde, sia dietro che davanti alla macchina da presa.

Ne fa un uso ad personam (simpatico, chiaramente) per switchare di continuo tra i ruoli di scienziato esperto di fisica quantistica e di Rambo di periferia. Ma l’ambiguità di stile precedentemente accennata fa sì che ciò che arriva dal lungometraggio è, più che il tentativo del messaggio, un pretesto del regista per dare un personale “calcio nel sedere” ai nazisti. Troppo poco, forse. Soprattutto per quei momenti di riflessione, gettati qua e là, che di conseguenza perdono credibilità, risultando più furbi che profondi. C’era una volta il crimine adempie al compito di divertire e intrattenere per cento minuti il pubblico senza però aggiungere elementi ai precedenti tasselli, sia nell’evoluzione dei personaggi che nella storia stessa. Strizzare l’occhio (dichiaratamente) a capolavori come Non ci resta che piangere e Ritorno al futuro è un rischio che Bruno si è preso con coraggio e sicuramente gli va riconosciuta la freschezza della messa in scena. Tuttavia, la percezione di una mancata direzione, evidenziata anche nel finale tronco e sbrigativo, lasciano il dubbio che forse non sia tutto finito. Ma anche fosse, vien da chiedersi: cos’altro c’è da dire se le soluzioni sembravano già terminate dopo i primi due film?

 

 

Alessandro Bonanni