Una preghiera da bambino durante i campionati mondiali di calcio del 1982 è quella che apre …che Dio perdona tutti, tratto dall’omonimo libro scritto dal Pierfrancesco Diliberto conosciuto semplicemente come Pif che troviamo in questo caso per la quarta volta davanti e dietro alla macchina da presa, dopo La mafia uccide solo d’estate, In guerra per amore e E noi come stronzi rimanemmo a guardare.

Una volta cresciuto, infatti, è proprio i connotati dello stesso Pif nei panni dell’agente immobiliare Arturo che assume quel bambino, sfiduciato e dalla vita sentimentalmente tutt’altro che rosea che porta avanti un’incrollabile passione per i dolci.

Non a caso, non sono affatto abbondanti mangiate di questi ultimi a risultare assenti nel corso delle quasi due ore di visione cui fa da narrazione la voce del protagonista durante una intima confessione nientemeno che con un Papa proto-Bergoglio interpretato dal madrileno Carlos Hipólito. Papa con cui non manca neppure di battibeccare per quanto riguarda il cibo siciliano; man mano che apprendiamo che l’esistenza di Arturo, che smise di credere proprio durante i campionati mondiali di cui sopra, è stata improvvisamente illuminata dall’incontro con l’anima gemella Flora alias Giusy Buscemi, bella e brillante pasticcera figlia del presidente dell’associazione Carità cristiana. Un incontro che lo porta dunque a fingersi credente e ad intraprendere un percorso di fede e amore destinato a rappresentare la progressiva evoluzione di …che Dio perdona tutti, nel cui cast troviamo anche Francesco Scianna nei panni di Tommaso, fedifrago superiore dell’agenzia immobiliare.

Ma, in mezzo a partite a calcetto e l’entrata in scena dell’immigrato di colore Sunkaru dal volto di Tommy Kuti, quando è che dovremmo ridere? Quando viene sfoggiato un equivoco verbale tra il Signore inteso come Dio e il signor Cusumano cui presta i connotati Domenico Centamore? Quando, nell’assistere ad una diretta televisiva di Sua Santità, vengono tirate in ballo visioni di palese taglio fantozziano come pure l’incontro con una centenaria anziana durante una via Crucis corredata di bestemmia che sembra a suo modo ricordate una storica situazione di Amici miei atto II di Mario Monicelli? E non parliamo delle battute che infarciscono i dialoghi, da “Tra moglie e marito non mettere il candito” a “Peggio di chiamare arancino un’arancina c’è il chiamarla supplì”. Che altro aggiungere? Che l’undicesimo comandamento è onora la brioche con gelato? Questo è il tenore di …che Dio perdona tutti, lenta e noiosa commedia che, oltretutto tirata per le lunghe, ha l’unico scopo di sfoderare una banalissima e più che risaputa critica rivolta all’ipocrisia tipica dei credenti non praticanti. Più cazzate che cassate, insomma.

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