Abbiamo avuto una piacevole chiacchierata con Stefano Fiore per approfondire il cuore del romanzo “Chi dice Donna…”, tra fragilità maschili, relazioni complesse e uno sguardo ironico ma lucido sulla contemporaneità.

Nel tuo romanzo “Chi dice Donna…” il protagonista Eugenio vive una sensazione di estraniazione molto forte: da dove nasce questa figura e quanto ti rappresenta, anche indirettamente?
Quella di Eugenio è una nevrosi piuttosto tipica, anche se rara. Si chiama “personalità schizoide”. Uno non particolarmente pratico di queste cose a sentirlo gli viene da dire: “Oddio, la schizofrenia!”; a Roma poi c’è l’espressione colloquiale “schizzato”, che non aiuta. In realtà, niente di tutto questo. Gli schizoidi in genere sono individui perfettamente lucidi, e spesso più autoconsapevoli degli altri: non mettono in atto meccanismi di difesa che distorcono la realtà, vedono le cose con molto più realismo e precisione della media delle persone, “normali” compresi: la maggior parte di loro spesso sono intelligenti e con spiccati interessi culturali. La loro specificità è quella di sentirsi estranei alla realtà, spettatori, più che attori, della propria stessa vita. In loro la categoria psichica del desiderio è molto indebolita, quasi inesistente; e sono fortemente anaffettivi. Perciò, nel complesso, danno un’impressione di “stranezza” che sul piano sociale li penalizza. Io sono uno di loro: modestamente, nel bene e nel male.
La “congiura” femminile è uno degli elementi più sorprendenti del libro: come sei arrivato a costruire questa dinamica così paradossale ma allo stesso tempo credibile?
Direi per una necessità logica. Qua, se non si fa così, non si schioda. Eugenio da solo non ce la può fare, a risolvere il suo problema di disfunzione erettile, neanche andando in terapia di coppia con la moglie. Il suo problema ha radici troppo profonde nel passato, gli approcci analitici con gli schizoidi non servono, perché loro sanno già tutto di sé, senza che questo li aiuti, le mansioni tipiche della terapia sessuale convenzionale non penetrano la corazza di asensorialità, di non contatto col corpo, tipica di questo tipo di persone. Qui ci vuole la cavalleria. E la cavalleria per definizione è una struttura collettiva, dove la carica si fa in gruppo, spalla a spalla. L’amante di Eugenio, Patrizia, prende l’iniziativa di rivolgersi alla moglie, perché è una donna esperta e benevola, quasi materna, nei confronti di lui; e la moglie, dopo un attimo di comprensibile smarrimento, capisce la buonafede della rivale, che rivale non è, e accetta l’aiuto. Per condurre in porto la congiura poi serve la collaborazione della sessuologa, della direttrice di un centro massaggi, delle ragazze che lavorano in questo centro, e così la congiura si è bella che formata. Il messaggio è: ragazze, è inutile che ci caviamo gli occhi fra noi per un uomo, cerchiamo invece di aiutarci a vicenda! Perché noi non siamo stupide come gli uomini…
In alcuni passaggi sembra che Eugenio torni più volte sugli stessi meccanismi interiori: è una scelta voluta per rendere la nevrosi più realistica?
No! E’ proprio la nevrosi che è così, per sua natura: è ripetitiva. E’ la famosa coazione a ripetere; è come un disco rotto che non la smette mai. Blocca la persona in una sorta di bolla atemporale sempre uguale a se stessa. dove non succede mai niente. Se racconti una nevrosi, per forza il suo portatore deve riprodurre sempre gli stessi meccanismi, anche se risultano sempre perdenti. Proprio per questo un famoso psicanalista, Franz Alexander, ipotizzò, come cura per la nevrosi la cosiddetta “esperienza emotiva correttiva”. Non il solito insight previsto dalla teoria classica, non il famoso “rendere conscio l’inconscio” già teorizzato da Freud, non la produzione artificiale di una “nevrosi di transfert” che si sostituisca a quella originaria, e la liquidi. Ma un’esperienza emotiva forte e nuova, che faccia fare alla persona un’esperienza originale e positiva, che in tutta la sua vita non ha mai fatto, e introduca un fattore dinamico differente e potente nel quadro della personalità.
Guardando al tuo percorso, senti che questo libro rappresenta un punto di arrivo o un passaggio verso qualcosa di diverso?
Entrambi. E’ come una tappa intermedia ma importante del Giro d’Italia: come un Gran Premio della Montagna. E’ il mio primo romanzo strutturato, in cui cioè c’è una storia, un’evoluzione degli avvenimenti che procede dal punto A al punto B: mentre finora più che altro avevo descritto, anche molto in dettaglio, quadri di personalità statici. Ma poi, naturalmente, si va avanti, si procede oltre. Mi sembra di star crescendo, come scrittore: vedremo dove andrò a parare…
