Oggi incontriamo Chiara Scaglianti, di Ferrara, per “Mondospettacolo”
Una breve presentazione per i lettori:
“In questo incipit cercherò di essere davvero breve, scoprirete, attraverso le prossime risposte, che non ho necessariamente il dono della sintesi…in genere mi presento sempre come una figura “ibrida”: un po’ cantante, un po’ musicista, un po’ compositrice (sia di testi, che della parte melodico-armonica di un brano), un po’ poetessa, un po’ performer, un po’ fotomodella. Mi riconosco in tutti questi aspetti, ed essi si integrano tra loro: ogni volta che “sono in scena”, che si tratti di essere su un palcoscenico, o in altra location, adibita a concerti e performances, o davanti all’obiettivo, mi porto dietro un bagaglio che integra tutte queste sfaccettature. In fondo, in tutti i casi si tratta di essere interprete, a volte di materiale ex novo, a volte di rielaborazioni di materiale preesistente: posso, dunque, forse definirmi, nel complesso, una autrice e interprete”.

Lo shooting preferito?
“Non c’è un singolo shooting che io preferisca in assoluto. Diciamo che, generalmente, prediligo scenari che permettano un racconto che possa andare a toccare anche elementi apparentemente a contrasto tra di loro: la nudità quasi spersonalizzata che viene messa in relazione a un ambiente naturale ben definito; un corpo che si mostra, ma non si mostra, tra le crepe del fango; l’utilizzo di gamme espressive che passino attraverso la malinconia, il dolore, ma anche la calma e il sorriso, tutte quante all’interno del medesimo servizio. A tal proposito, vari lavori svolti con Marco Berni di Firenze e Marco Barsanti di Lucca mi hanno permesso di portare ciò che ho descritto all’interno del mio lavoro”.

Preferisce il mondo delle fotomodelle, oppure quello della performance?
“Per quanto riguarda la mia esperienza, non esiste una linea di demarcazione netta: dipende dal genere di servizio fotografico al quale sto prendendo parte, tanto quanto dalla tipologia di performance che mi sta vedendo coinvolta. In ogni caso, ciò che pone esclusivamente l’accento sull’immagine in quanto immagine fine a se stessa non è particolarmente di mio gradimento: ritengo che il lavoro tanto sul corpo, quanto sulla voce (che sono interconnessi: ognuno di noi è un corpo-voce), se davvero svolto a livello profondo e consapevole, porti altro, e debba comunicare altro, altrimenti rimane in superficie, privo di spessore artistico e di capacità di andare oltre, di comunicare ciò di cui il corpo-voce si fa veicolo. Questo “andare oltre” diventa possibile in alcuni servizi fotografici, focalizzati sulla narrazione, sul lavoro emotivo, sull’entrare davvero in relazione con gli oggetti e con lo spazio, così come ha luogo in alcuni contesti performativi che vedono coinvolti una pluralità di linguaggi; lo stesso avviene, infine, quando, in musica, c’è la possibilità di creare e di interpretare qualcosa in chiave personale, originale, magari mescolando tra loro più generi”.

Tante le sue attività nell’ambito delle arti...
“Sì, mi piace spaziare e, quando possibile, anche mettere in dialogo tra loro vari linguaggi. Scenderò più nel dettaglio nel corso delle prossime risposte, dove emergerà che i miei primi amori sono stati la musica e la scrittura, le quali, in un dato momento, hanno trovato un punto di convergenza nella scrittura di canzoni. Ma non solo: mi è capitato di creare musiche che accompagnassero letture di poesie, che la danza entrasse in dialogo con le mie canzoni o, ancora, che miei testi poetici dialogassero con corpi di danzatrici. Mi piace non pormi particolari limiti per quanto riguarda la ricerca espressiva: perciò, oltre ad aver approfondito lo studio del canto, del pianoforte e della composizione musicale, ho preso parte a percorsi formativi e attività variegate nell’ambito della recitazione e delle performing arts. Mi sono accostata alla prosa, al teatro canzone, al teatro danza, al teatro fisico, al teatro sperimentale e di ricerca, alla performance contemporanea, collaborando con varie realtà. In qualche modo, cerco di portare questa “ricerca ibrida” anche di fronte all’obiettivo fotografico, ponendomi nelle vesti di una performer che cerca di raccontare e di raccontarsi attraverso il corpo e le espressioni del volto, più che di un ‘manichino’ che si mette in posa”.

Ha lavorato, in qualità di attrice, in alcuni cortometraggi e spettacoli teatrali…
“Ho preso parte, vari anni fa, ad alcuni cortometraggi: ho fatto addirittura un tentativo con la regia, oltre un decennio fa, quando ho frequentato una scuola di cinema. Però, sono svariati anni che non ho più molto a che fare con cortometraggi e lungometraggi: mi sento più vicina al mondo della performance contemporanea e, specie negli ultimi anni, ho cercato di prendere parte il più possibile a situazioni nelle quali venisse messa in gioco una commistione di linguaggi espressivi. In tal senso, le esperienze con Societas, Malagola, Anfibia, sono state fondamentali e hanno rafforzato, in me, la consapevolezza secondo cui sia importante, per chi si dedica alle arti, dare centralità al corpo-voce, conoscere e saper maneggiare più linguaggi. Pertanto, mi sento più vicina alla figura di performer, che di attrice: certamente, ci sono e ci sono state occasioni nelle quali sono andata in scena come attrice nel senso più tradizionale del termine, ma, nella maggior parte dei casi, entra in gioco la parola, tanto quanto il corpo in movimento, tanto quanto il canto, a volte anche l’utilizzo del pianoforte”.

Ama la musica…
“Sì, la musica è il primo linguaggio artistico al quale ho iniziato ad appassionarmi e a dedicarmi, assieme alla poesia. I miei primi approcci, anche pratici, tanto alla scrittura, quanto alla musica, risalgono ai primi anni delle scuole elementari: scrivevo componimenti poetici e creavo melodie, servendomi di una mini-tastiera, partendo dall’osservazione di ciò che mi circondava e dai miei stati emotivi. Questo confluirà, successivamente, nel songwriting: la creazione contemporanea di armonia, melodie e testi è qualcosa che, nel corso del tempo, è venuta generandosi quasi spontaneamente, integrando man mano tra loro questi aspetti. Un piccolo aneddoto: ricordo che, da bambina, possedevo una sorta di carta d’identità finta,dove, alla voce professione, avevo scritto “cantante”. Diciamo che avevo già le idee abbastanza chiare riguardo a ciò a cui avrei voluto dedicarmi in futuro. Così, durante l’adolescenza ho studiato pianoforte classico e ho militato in varie band rock con influenze progressive, finché mi sono innamorata delle armonie jazzistiche e dei colori del Brasile. Questo mi ha portato ad acquisire un Diploma Accademico di I° livello in pianoforte jazz presso il Conservatorio “G.Frescobaldi” di Ferrara, parallelamente a studi privati di canto moderno e jazz. Successivamente, poiché mi ha sempre interessato anche il ramo compositivo, è stata la volta del Diploma Accademico di II° livello in Musica Applicata presso il Conservatorio “E.R. Duni” di Matera. Nel frattempo, ho coltivato ascolti a 360° gradi: dai grandi compositori eurocolti alle creazioni contemporanee, sino alla musica dal film, la musica elettronica (con predilezione per il trip-hop), il jazz in tutte le sue sfumature e contaminazioni, la bossa nova e il samba, il konnakol, il rap e l’RnB, il pop e il rock in tutte le loro forme e manifestazioni, e tanto altro. Ciò mi ha permesso di dedicarmi a progetti eterogenei: ho militato in formazioni di numero variabile, sia in elettrico, che in acustico, che si sono accostate al pop, al rock, alla disco, al jazz, al funky, al blues, alla musica brasiliana, talvolta mescolando tra loro varie influenze. Nel corso degli anni, ho approfondito la mia formazione e le mie competenze prendendo parte a percorsi di Alta Formazione, residenze, collettivi. Attualmente milito in “Break up trio” nelle vesti di cantante e pianista, affiancata da una sezione ritmica con la quale mi dedico a mescolare tra loro vari generi e stili. Sono, inoltre, parte del duo acustico rock-soul “Provider Ensemble duo” e porto avanti il mio progetto solista “Chiara Scaglianti solo project”, focalizzato su brani di mia creazione dai testi introspettivi e talvolta criptici e che musicalmente richiamano i colori del jazz, del blues, della bossa nova”.

Cosa piace di lei?
“Non so dire cosa possa piacere di me, in termini assoluti, andrebbe chiesto ad ogni persona che mi percepisce sotto una luce positiva. Riporterò, dunque, quello che è pressappoco il punto di vista che ho colto nel corso di varie interazioni: pare che ciò che dico, e come lo dico, costituisca un aspetto che incuriosisce varie persone. Sento questa esigenza di chiarezza e di riportare il più possibile quello che sottende ciò che sto cercando di esporre: forse, chi è curioso e chi apprezza il confronto è attirato da questi aspetti. Mi è stato, inoltre, riferito che sarei fisicamente attraente: so che può risultare strano, visto anche le attività lavorative alle quali mi dedico, ma non mi fa impazzire questa cosa. Più che altro perché diventa punto di partenza per proiettare su di me aspetti che mi sono estranei: “sei una fotomodella, quindi…”, e tutta una serie di proiezioni legate al fatto che, dal momento in cui una persona posa, incarnerebbe necessariamente certe caratteristiche; “sei disponibile al nudo”, quindi…”, “sei fisicamente bella, quindi…”, eccetera eccetera. Dunque, in questo caso ‘piace’ una serie di invenzioni che si possono creare su di me sulla base di ciò a cui mi dedico e in funzione della mia immagine. Infine, sono curiosa verso tante discipline, tanti punti di vista, tante letture del mondo. Mi piace coglierle,comprenderle, integrarle: forse questa propensione all’ascolto e al non mettere barriere predeterminate fa sentire ascoltati e accolti, e può essere che piaccia”.

Come definirebbe il suo carattere?
“Mi riconosco come una persona che, in qualunque contesto si trovi, tende a ricercare l’onestà e il massimo della trasparenza. Trovo necessario essere schietti e dire sempre le cose come stanno, nel bene e nel male: questo ha anche dei contro, poiché alcune persone si trovano in difficoltà nell’essere troppo dirette e nel mettere in chiaro ogni singola sfaccettatura. Un altro aspetto nel quale mi identifico fortemente è l’avere a che fare il meno possibile con forti rigidità, con contesti, atteggiamenti e visioni del mondo concepiti come ‘dati’, assoluti e universali: mi riconosco all’interno di cornici che definirei ‘porose’, pronte a cogliere la trasformazione, il movimento, la presa di coscienza di nuovi punti di vista. Ritengo che questo sia fondamentale per il lavoro creativo, ma non solo: ciò è necessario per mettersi nella condizione di imparare qualcosa di nuovo, senza sosta. Il desiderio di conoscere incessantemente e la ricerca di onestà radicale sono, probabilmente, le caratteristiche che mi guidano maggiormente nella vita. Perciò, apprezzo particolarmente circondarmi di persone che abbiano qualcosa da insegnarmi e che possano farmi vedere il mondo da prospettive che non avevo considerato, integrando a vicenda i punti di vista.Un altro aspetto nel quale mi riconosco fortemente è l’esigenza di solitudine: amo molto stare con me stessa e dedicarmi alla ricerca e all’elaborazione artistica, anche osservando i luoghi che attraverso. Le attività alle quali mi dedico mi permettono di viaggiare molto e, tutte le volte che posso, ne approfitto per visitare: c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e, non di rado, ciò che osservo diviene stimolo per la creazione. Dunque, mi piace molto conoscere sia attraverso il pensiero e l’ “ascolto interno”, sia attraverso la conoscenza diretta del mondo: vedrei ogni angolo del pianeta, se ne avessi la possibilità. Inoltre, tendo ad essere molto pignola e a sottolineare tutte le contraddizioni che osservo,individuandone i punti critici: da persona fortemente analitica quale sono, tendo a ricercarepersone e situazioni che desiderano leggere la realtà “a più livelli”, con spirito critico e con ildesiderio di fare sempre meglio, di individuare sempre qualcosa che vada “oltre”.Mi considero, però, anche molto giocherellona: ho imparato, in fondo, ad accettare contrasti e contraddizioni come connaturati alla natura umana, pertanto, a un certo punto, lascio perdere tutta questa “serietà” e divento una sorta di “giullare”, smettendola di prendermi sul serio,scherzando sulla qualunque e ridendo per le peggiori stupidaggini. Mi piace molto il “nonsense”: le mie situazioni preferite sono quelle in cui intellettualismo e cavolate si alternano, magari mescolandosi, generando discorsi paradossali. Anche questo, in fondo, rientra nella “porosità” della cornice”.

Ha pubblicato un libro di poesie, “Vite Vacue”…
Sì, la scrittura di poesie è una delle prime attività alle quali ho iniziato a dedicarmi. “Vite Vacue”, venuta alle stampe nel 2022 grazie alla casa editrice RPLibri, è una selezione di poesie scritte perlopiù nell’ultimo quindicennio (ma qualche componimento è precedente), le quali seguono una sorta di filo conduttore: la coesistenza tra aspetti che sono, allo stesso tempo, opposti e complementari e tutto ciò che si colloca tra di essi. Questo riflette parte di un mio processo personale di ricerca, che consiste nel trovare punti di contatto tra la mia esperienza di donna occidentale e tutto quello che è l’universo millenario delle estetiche orientali. Già soltanto il titolo richiama la vacuità, un aspetto cardine che si ritrova tanto nel Buddha Dharma, quanto nel Sanatana Dharma e nel Tao, così come, in Occidente, nella declinazione di ‘horror vacui’, acquistando tutt’altra sfumatura. Per entrare in contatto con tutto questo si attraversano contrasti (presenza e assenza, prigionia e libertà, eros e thanatos), ma anche ‘passaggi intermedi’, portando alla luce le necessarie contraddizioni che attraversano la vita umana, la quale termina nel suo opposto e complementare, ovvero la morte. Allora, “Vite Vacue” è un tentativo di incontro tra queste polarità, attraverso il racconto progressivo della ricerca di equilibrio, in un’alternanza tra appagamento e caduta, “come quella del romantico diviso tra il divino e l’infernale, ma che ritrova, infine, la speranza nell’innocenza della vita”.

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