Cisco Bonardi ha da poco pubblicato il suo libro! Dopo aver raccontato per anni la propria visione del mondo attraverso la musica e il percorso degli RHPositivo, Cisco Bonardi sceglie di affidarsi alla scrittura per affrontare una sfida diversa.
Di Bonardi in Bonardi non è soltanto il racconto di una carriera artistica, ma un viaggio tra ricordi, legami familiari, amicizie e momenti che hanno contribuito a costruire l’uomo prima ancora del musicista. In questa intervista Cisco riflette sul significato della memoria, sul rapporto con suo padre, sul valore delle testimonianze raccolte nel libro e su ciò che ha imparato lungo un percorso fatto di cadute, ripartenze e consapevolezze maturate nel tempo.
Hai raccontato la tua storia attraverso la musica per molti anni. Qual è stata la differenza più grande tra scrivere una canzone e scrivere un libro come Di Bonardi in Bonardi?
La musica è sempre stata la mia comfort zone. Una canzone può nascere in pochi minuti. A volte basta una frase, uno stato d’animo, un’immagine. Il ritmo ti accompagna, ti protegge persino. Un libro no. Un libro pretende tempo, sincerità e coraggio. Non puoi nasconderti dietro una rima o una metafora. Devi restare lì, davanti alle tue emozioni, e decidere se avere il coraggio di attraversarle davvero.
È stato molto più difficile della musica. Ma anche incredibilmente più appagante. Perché ho scoperto che la scrittura mi rilassa, mi mette in pace e, in qualche modo, mi cura l’anima. E oggi so che musica e scrittura non sono in competizione. Sono due strade diverse che partono dalla stessa necessità: raccontare la verità.
La memoria è uno dei temi centrali dell’opera. Quanto ti fidi dei ricordi e quanto invece hai dovuto confrontarti con il rischio di idealizzarli?
Credo che la memoria sia una cosa meravigliosa e imperfetta. I ricordi non sono fotografie. Cambiano con noi. Ci sono momenti che da giovani interpretiamo in un modo e che, con il tempo, assumono un significato completamente diverso.
Scrivendo il libro ho cercato di essere onesto. Non volevo idealizzare mio padre. Non volevo idealizzare me stesso. Volevo raccontare le persone per quello che erano: fragili, contraddittorie, meravigliosamente umane. E forse è proprio questo che rende veri i ricordi: non la loro precisione assoluta, ma l’emozione autentica che continuano a lasciarti dentro.

Hai scelto di pubblicare il libro con Massimo Soncini Editore nella collana Selides. Cosa ti ha convinto di questa realtà editoriale e quanto è stato importante trovare un editore capace di rispettare il tono autentico della tua storia?
Mi ha convinto il fattore umano. Prima ancora dell’editore ho incontrato una persona. Massimo Soncini non ha cercato di trasformare la mia storia in qualcosa di diverso. L’ha ascoltata. L’ha rispettata. Ha creduto nel valore umano di questo racconto e mi ha lasciato la libertà di essere me stesso.
E credo che per un autore sia il dono più grande. Per questo gli sarò sempre grato. Non ha pubblicato soltanto un libro. Ha creduto nell’uomo che c’era dietro quelle pagine.
Nel libro trovano spazio anche le testimonianze di altre persone. Quanto è stato importante costruire un racconto collettivo e non soltanto autobiografico?
È stato fondamentale. Perché la mia storia non è mai stata soltanto mia. È fatta delle persone che ho incontrato, di quelle che mi hanno sostenuto, di quelle con cui ho condiviso la musica, i sogni, le delusioni e perfino i silenzi.
E poi c’è mio padre. Raccontare lui soltanto attraverso i miei occhi mi sembrava riduttivo. Ho voluto che a parlare fossero anche altre persone, con i loro ricordi, le loro emozioni e il loro modo di averlo vissuto.
Ma c’è un’altra cosa a cui tenevo profondamente. Ho voluto che gli ex membri degli RHPositivo scrivessero una loro lettera, una loro testimonianza sincera su ciò che ha significato, per ciascuno di loro, far parte di quella crew e condividere quegli anni insieme. Perché gli RHPositivo non sono stati soltanto un gruppo musicale. Sono stati un pezzo di vita. Un laboratorio di sogni, amicizie, scontri, crescita e appartenenza.
E mi emozionava l’idea che, accanto alla mia voce, trovassero spazio anche le loro. Con punti di vista differenti. Con ricordi che il tempo ha trasformato. E con emozioni ancora incredibilmente vive. Perché il tempo cambia le prospettive, ma non cancella ciò che si è vissuto davvero.
E credo che proprio questa coralità abbia reso il libro più vero, più umano e più vicino alla vita. Perché una persona non è mai una sola versione di sé stessa. E una storia importante non appartiene mai soltanto a chi la racconta. Appartiene anche a chi l’ha attraversata insieme a te.

C’è stato un capitolo o un episodio che hai riscritto più volte perché particolarmente delicato da affrontare?
Sì. Tutte le parti che riguardano mio padre. Non perché mancassero le parole. Ma perché avevo paura di essere ingiusto.
Ho riscritto alcune pagine molte volte. Ogni volta cercavo un equilibrio tra il figlio che ero stato e l’uomo che sono oggi. Non volevo raccontare un padre perfetto. E nemmeno un padre da assolvere o da condannare.
Volevo raccontare una persona. Con i suoi limiti. Con le sue fragilità. Con il suo amore, a volte espresso in modi che ho compreso soltanto crescendo. Ed è stato probabilmente il viaggio emotivo più difficile che abbia mai affrontato.
Quale ruolo hanno avuto l’amicizia e la comunità nel tuo percorso umano, al di là dell’aspetto artistico?
Enorme. Perché ci sono momenti nella vita in cui non ti salvano i successi. Ti salvano le persone. Gli amici veri. Chi resta. Chi ti dice la verità anche quando fa male.
Io, poi, non sono mai stato una persona dal carattere semplice. Ho sempre avuto le mie corazze. Per molto tempo mi sono mostrato duro, spigoloso, a volte persino difficile da avvicinare. Ma credo che chi mi conosce davvero sappia una cosa: dietro quella scorza c’è sempre stato un cuore di burro.
E forse proprio per questo l’amicizia, quella autentica, ha avuto un ruolo così importante nella mia vita. Perché i veri amici non cercano di cambiarti. Aspettano. Ti comprendono. Ti accettano per quello che sei, con i tuoi silenzi, le tue rabbie e le tue fragilità.
La comunità che si è creata attorno alla musica, al libro e ai miei progetti mi ha insegnato una cosa bellissima: nessuno si salva da solo. Io sono anche il risultato dell’affetto, della fiducia e della pazienza che tante persone hanno avuto nei miei confronti.
E guardandomi indietro credo che questa sia una delle più grandi fortune della mia vita. Perché i traguardi passano. Le persone vere, invece, restano. E questa è una ricchezza che non si misura con nessun successo artistico.

Viviamo in un’epoca in cui tutto viene consumato rapidamente. Pensi che fermarsi a raccontare una storia con profondità sia diventato quasi un atto controcorrente?
Assolutamente sì. Oggi tutto corre. Le notizie. Le emozioni. Perfino i rapporti umani. Siamo abituati a scorrere, a consumare, a dimenticare.
Un libro ti chiede il contrario. Ti chiede tempo. Ti chiede attenzione. Ti chiede di fermarti.
E credo che, oggi più che mai, raccontare una storia con profondità sia un piccolo atto di resistenza. Un modo per ricordarci che non siamo fatti di slogan. Siamo fatti di vite. Di errori. Di ricordi. E di emozioni che meritano di essere vissute fino in fondo.
Guardando oggi il percorso raccontato in Di Bonardi in Bonardi, qual è la lezione più importante che senti di aver imparato lungo il cammino?
Che la vita non ti chiede di essere perfetto. Ti chiede di essere vero.
Per anni ho cercato approvazione. Ho cercato risposte. Ho combattuto battaglie che oggi non combatterei più. Poi ho capito che la vera rivalsa non consiste nel dimostrare qualcosa agli altri. Consiste nel guardarsi allo specchio e riconoscersi. Con le proprie fragilità. Con le cicatrici. Con gli errori. E riuscire, finalmente, a dirsi: “Va bene così.”
C’è un passaggio del libro a cui sono molto legato. È il momento in cui, idealmente, mi fermo davanti al ragazzo che ero a vent’anni. Non gli do istruzioni. Non gli svelo il futuro. Non gli risparmio il dolore. Gli lascio soltanto poche parole. Un invito semplice. Continuare a respirare.
Perché oggi ho capito che la vita non è una corsa senza cadute. È un attraversamento. A volte perdi. A volte cadi. A volte pensi di non avere più la forza di rialzarti. E invece scopri che dentro di te c’è molto più coraggio di quanto immaginassi.
Credo che questa sia la lezione più importante che ho imparato lungo il cammino. E forse anche la più difficile: continuare a respirare, anche quando la vita ti toglie il fiato.


Profondamente grato 🙏🏻❣️🙏🏻
Grazie.