Giornalista, scrittrice e conduttrice, Claudia Conte ha costruito il proprio percorso professionale intrecciando informazione, cultura e impegno sociale. Da anni dedica particolare attenzione alle fragilità delle nuove generazioni e alle questioni legate alla violenza e alla tutela della persona, convinta che raccontare significhi anche assumersi una responsabilità.

Come portavoce dell’Associazione Uguali per i Figli, Conte è impegnata nel promuovere attenzione e consapevolezza su temi che riguardano direttamente la crescita e il benessere dei giovani. Un percorso che trova oggi una nuova espressione in Dove nascono i silenzi, il suo nuovo romanzo.

Una storia in cui le vicende personali dei protagonisti diventano occasione per interrogarsi su ciò che spesso rimane nascosto: le fragilità, le dinamiche familiari, le relazioni segnate dal controllo e le difficoltà che possono accompagnare l’adolescenza.

Il titolo racchiude il cuore del libro: i silenzi possono custodire ciò che non si riesce a dire, ma anche indicare il momento in cui qualcuno decide finalmente di ascoltare.

Abbiamo incontrato Claudia Conte per parlare del suo libro e delle esperienze che ne hanno alimentato la scrittura, tra giovani, relazioni, violenza e responsabilità degli adulti.

CLAUDIA CONTE: «DIETRO OGNI SILENZIO PUÒ NASCONDERSI UNA RICHIESTA D’AIUTO»

Claudia, perché hai scelto proprio “Dove nascono i silenzi” come titolo del tuo nuovo libro?

Perché i silenzi hanno una geografia precisa: nascono spesso nei luoghi in cui dovrebbero esserci ascolto, protezione e amore. Possono nascere dentro una famiglia, dentro una relazione, a scuola, tra gli amici.
Viviamo in una società in cui siamo continuamente sommersi dalle parole, dalle immagini e dai rumori, eppure rischiamo di non ascoltare proprio chi ci sta accanto. Nel libro ho voluto raccontare quei silenzi che nascondono paura, disagio e solitudine, ma anche quelli dai quali può iniziare un percorso di rinascita.

Nel romanzo la famiglia ha un ruolo centrale. Quanto può incidere l’ambiente familiare sul disagio di un ragazzo?

Incide moltissimo. Un ragazzo non cresce in una bolla: assorbe ciò che vede, ciò che vive e soprattutto ciò che gli adulti non affrontano.
Quando in una famiglia ci sono violenza, conflitti, umiliazioni o incapacità di comunicare, i figli possono diventare vittime indirette di quelle dinamiche. Il disagio non sempre esplode immediatamente. A volte cresce lentamente, fino a trasformarsi in rabbia, isolamento o violenza.
Per questo dobbiamo imparare ad ascoltare i segnali prima che diventino emergenze.

Sei portavoce dell’Associazione Uguali per i Figli. Cosa ti preoccupa maggiormente osservando le nuove generazioni?

Mi preoccupa soprattutto il fatto che molti ragazzi abbiano difficoltà a chiedere aiuto. Il bullismo non è una semplice ragazzata e il cyberbullismo può rendere una ferita permanente perché ciò che accade online può raggiungere la vittima ovunque.
Ma non dobbiamo limitarci a parlare delle conseguenze. Dobbiamo chiederci cosa c’è prima del bullismo: solitudine, fragilità, bisogno di essere riconosciuti, modelli sbagliati, assenza di ascolto.
La prevenzione deve partire molto prima dell’emergenza.

Esiste un legame tra bullismo, disagio giovanile e violenza?

Sì, anche se naturalmente non esiste un automatismo. Un disagio non ascoltato può diventare rabbia e quella rabbia può manifestarsi in forme diverse.
Nel libro ho voluto raccontare proprio questo: il trauma, se non viene riconosciuto e affrontato, può lasciare ferite profonde. Per questo scuola, famiglia, istituzioni e comunità devono collaborare. Nessuno può pensare di affrontare da solo un fenomeno così complesso.

Nel libro affronti anche la violenza sulle donne. Perché hai voluto intrecciare questo tema con quello del disagio giovanile?

Perché spesso sono fenomeni che convivono nello stesso ambiente familiare.
Un bambino o un adolescente che assiste alla violenza contro la propria madre non è uno spettatore neutrale: quella violenza entra nella sua esperienza, nel suo modo di percepire le relazioni e persino nell’idea che costruirà dell’amore.
Per questo dobbiamo interrompere la trasmissione della violenza. Non possiamo limitarci a intervenire quando arriva il gesto estremo.

Parli molto anche di violenza economica. Perché è così importante parlarne?

Perché è una forma di violenza ancora troppo poco riconosciuta.
Il controllo del denaro, l’impossibilità di lavorare, la dipendenza economica possono diventare strumenti di controllo psicologico. Una donna che non ha autonomia economica può sentirsi prigioniera e avere maggiori difficoltà a lasciare una relazione violenta.
Per me l’indipendenza economica è una delle condizioni fondamentali della libertà e dell’autodeterminazione femminile. Educare le donne all’autonomia significa anche fare prevenzione.

Qual è oggi il principale ostacolo che impedisce a una donna di denunciare?

La paura. Ma insieme alla paura ci sono spesso vergogna, senso di colpa, dipendenza economica e la convinzione di non avere alternative.
E c’è un altro elemento: la donna può essere stata progressivamente privata della propria sicurezza e della propria capacità di credere in se stessa.
Dobbiamo quindi smettere di chiederci soltanto: “Perché non se ne va?”. Dobbiamo chiederci: “Che cosa possiamo fare perché possa sentirsi libera di andare via?”.

Quanto pesa il linguaggio nella prevenzione della violenza?

Pesa moltissimo. Le parole possono educare oppure normalizzare comportamenti sbagliati.
Dobbiamo smettere di giustificare il controllo come una forma d’amore, la gelosia come una prova di sentimento, l’umiliazione come una lite di coppia.
L’amore è rispetto, cura e libertà. Quando entrano paura e controllo, dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Nel tuo lavoro incontri tanti giovani. Cosa chiedono realmente agli adulti?

Chiedono soprattutto di essere ascoltati senza essere immediatamente giudicati.
Un adolescente non ha sempre bisogno di una soluzione immediata. A volte ha bisogno di sapere che qualcuno ha visto il suo dolore.
Gli adulti devono tornare ad avere il coraggio di dire anche dei “no”, di stabilire regole e limiti, ma senza trasformare l’educazione in un conflitto permanente. Educare significa accompagnare, responsabilizzare e dare strumenti.

Che responsabilità hanno oggi i genitori?

Una responsabilità enorme. Non devono essere sindacalisti dei propri figli, pronti a giustificare ogni comportamento, ma nemmeno giudici incapaci di ascoltare.
Devono osservare, parlare, porre domande. E soprattutto devono esserci.
La presenza degli adulti non può ridursi al controllo dei voti o del telefono. Bisogna chiedere a un ragazzo: “Come stai davvero?”.

E la scuola?

La scuola è un presidio fondamentale. Non deve occuparsi soltanto di trasmettere conoscenze, ma anche di educare alla relazione, al rispetto, alla cittadinanza e alla responsabilità.
Credo molto nell’alleanza tra scuola e famiglia. Quando queste due realtà comunicano, è più facile intercettare il disagio prima che diventi un problema grave.

Il tuo libro vuole denunciare o soprattutto creare consapevolezza?

Vuole creare consapevolezza.
La narrativa può arrivare dove talvolta un saggio o una statistica non riescono ad arrivare: può farci entrare nella vita dei personaggi e permetterci di riconoscere emozioni, paure e fragilità.
Non volevo scrivere soltanto una storia sulla violenza. Volevo raccontare anche la possibilità di reagire, di ritrovare se stessi e di scegliere un’altra strada.

C’è un messaggio che vorresti arrivasse soprattutto alle ragazze?

Di non avere paura di essere se stesse.
Di non accettare mai che qualcuno faccia loro credere di non valere abbastanza. E di non confondere l’amore con il possesso.
Chiedere aiuto non è una debolezza. È un atto di coraggio.

E ai ragazzi cosa diresti?

Direi loro che la forza non è prevaricare.
Un uomo non è più forte perché controlla, umilia o impone la propria volontà. La vera forza sta nel rispetto, nella capacità di gestire le emozioni e nell’accettare la libertà dell’altra persona.
Dobbiamo educare i ragazzi a una nuova idea di mascolinità: non fondata sul dominio, ma sulla responsabilità.

Dopo aver scritto questo libro, cosa significa per te “rompere il silenzio”?

Significa scegliere di non voltarsi dall’altra parte.
Rompere il silenzio può voler dire parlare quando si subisce una violenza, ma anche intervenire quando vediamo un ragazzo isolato, quando assistiamo a un’umiliazione, quando ci accorgiamo che una donna viene controllata.
Non dobbiamo aspettare che accada qualcosa di irreparabile.

Se dovessi lasciare una sola frase ai lettori di Dove nascono i silenzi, quale sarebbe?

Che nessuno dovrebbe sentirsi solo dentro il proprio dolore.
Dietro un silenzio può esserci una richiesta d’aiuto. Impariamo ad ascoltarla.
E soprattutto ricordiamoci che rompere il silenzio non significa soltanto parlare: significa trovare qualcuno disposto ad ascoltare, credere e camminare insieme a noi verso la libertà.

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