Clifford – Il grande cane rosso: un amico a quattro zampe formato gigante

Al termine della visione, al di là dell’immediatezza espressiva congiunta all’operazione commerciale, predisposta da chi conosce bene i propri polli, individuati negli spettatori con la goccia al naso e i genitori al seguito, c’è qualcosa di profondamente sentito in Clifford – Il grande cane rosso. Che va oltre le strategie di riduzione del rischio d’insuccesso ad appannaggio degli esperti di marketing, decisi ad assicurarsi il pieno interesse del target di pubblico in grado di garantire l’esito sperato al botteghino.

Forse è tempo di superare la discriminazione un po’ di comodo dei cinefili con la puzza sotto il naso. Per cui un film d’autore innesca meccanismi profondi. Spingendo le platee più avvertite ad accrescere il loro bagaglio culturale grazie alla forza significante della cifra stilistica del regista eletto a guru, o addirittura a demiurgo, per i presunti studiosi senza Dio nel cuore. In virtù dell’ampia gamma di stimoli allegorici ed empatici connessi all’uso virtuosistico della tecnica al servizio dell’aura contemplativa.

Darby Camp stars in CLIFFORD THE BIG RED DOG from Paramount Pictures. Photo Credit: Courtesy Paramount Pictures.

Mentre i film per famiglie, come appunto Clifford – Il grande cane rosso, badano solo ed esclusivamente ad assicurarsi il beneplacito dei piccini accompagnati dai papà e dalle mamme. Qualunque opera frutto, non dell’altisonante carattere d’ingegno creativo, ma dell’indubbio impegno d’un nutrito gruppo di professionisti – dagli scenografi al direttore della fotografia sino ai responsabili ex ante della fase di location scouting ed ex post del mixage – che riesce a sradicare le stroncature a priori – da parte persino delle persone maggiormente sensibili, ree però di scoprire la poeticità insita nell’evocativo rapporto tra immagine e immaginazione in pellicole, non d’esimio pregio artistico, bensì ritenute intellettuali ed ergo dispensatrici sottobanco d’ipotetiche patenti di oculatezza – costituisce una boccata d’aria fresca. Specie per gli asfittici polmoni dei veri appassionati della fabbrica dei sogni. Ben lungi dall’assumere sia le pose snobistiche dell’autocrate Professor Guidobaldo Maria Riccardelli, colpevole di trascinare nella caricatura e nella dittatura l’amore spontaneo per la Settima arte, sia lo slancio nazionalpopolare dell’incolto ragioniere Fantozzi all’insegna dei dispendi di fosforo. Divenuto celebre dirigendo la commedia sentimentale dalla rititolazione erotica, Maial college (col protagonista, Van Wilder, che organizza le feste scolastiche per consolidare la pedagogia dell’appartenenza), prodotta dai creatori di American pie, il regista statunitense Walt Becker ha espresso il suo mondo interiore in Clifford – Il grande cane rosso? O è un mestierante provvisto di licenza elementare che fa commercio del richiamo ai buoni sentimenti nutriti nei riguardi degli amici a quattro zampe? In medio stat virtus? Il territorio eletto a location nel caso preso in esame non è certo un posto sconosciuto. La scoperta dell’alterità – presente, per esempio, in Central do Brasil di Walter Salles e in altri road movie d’autore, col tema del viaggio capace di riflettere la profondità dell’itinerario elegiaco ed esistenziale che rende la componente dapprincipio diversa un’emozione familiare – sembra non passare neanche per l’anticamera del cervello al buon Walt. La sceneggiatura di ferro – redatta dagli alacri Jay Scherick, David Ronn e Blaise Hemingway – gli consegna un pacchetto già confezionato. Adattando il soggetto tratto dai libri dello stesso Becker. Che da sempre preferisce il valore dell’immaginazione alla crudezza oggettiva.

Darby Camp stars in CLIFFORD THE BIG RED DOG from Paramount Pictures. Photo Credit: Courtesy Paramount Pictures.

Sin dall’incipit l’effigie del quartiere di Brooklyn tradisce un trattamento superficiale ed esornativo. L’interazione tra habitat ed esseri umani risulta, invero, piuttosto frettoloso. Al contrario dei timbri antropologici ed etnografici dei registi assurti legittimamente ad autori snudando l’anima del loro quartiere. I vicini di casa della dodicenne Emily Elizabeth, bullizzata dalla compagna di classe che vive a Manhattan e la reputa indegna di frequentare una scuola d’élite, nonché dello zio Casey, chiamato dalla sorella in carriera ad assicurarle il sereno prosieguo del tran tran giornaliero, traslocando dal furgone adibito ad abitazione di fortuna, sono tratteggiati in maniera simpatica. Veleggiando nondimeno in superficie. Ad andare allora in profondità provvede l’alchimia stabilita dall’ironia. Ossia dal valore terapeutico dell’umorismo. Garantito dalla miniera di risate procurate dal comico di professione Jack Whitehall. Anche se un britannico nell’impersonare l’ennesimo newyorchese doc – affezionato al territorio, alla Grande Mela dove è cresciuto, respirando ora l’aria snob dei distretti di lusso pullulati dai designer, ora l’atmosfera trascinante dei ricettacoli d’arte e degli spazi dinamici, all’aperto, al riparo dall’improntitudine dei velleitari che ambiscano a scalare i gradini dell’alta società – non segue mica il Metodo Stanislavskij. Né l’analisi degli stati d’animo dei seguaci del lavoro di sottrazione rifiutando un occhio troppo pesante sul fulcro drammatico. O sugli antidoti agli assilli della vita. Allietata dall’intesa raggiunta nella domesticazione del miglior amico dell’uomo. L’ingresso nel gazebo rallegrato dalle meravigliose creature dell’affabile Mr. Bridwell (John Cleese), la stupefazione, lo stupore, la sorpresa – per le giraffe che ridono alle battute di spirito al pari delle iene – stentano a connettere l’ampia tastiera d’incisivi colori ed echi giocondi – da Il mago di Oz ad Alice nel paese delle meraviglie – con una crescente tensione psicologica. Il tasso di puerilità – alieno al piglio rigoroso ed essenziale dei registi di prim’ordine intenti ad anteporre lo sconcertante elemento del reale attraverso la messa in ordine dell’impalcatura narrativa ridotta all’osso rispetto ad alcune propensioni descrittive che trascinano nell’irrealtà i paladini del concetto di film d’arte – muta segno più avanti. Con la palingenesi del piccolo cucciolo. Che, per esaudire il desiderio di Emily Elizabeth sulla crescita necessaria a proteggersi dal cipiglio predone dei grandi coi piccoli e dei forti coi deboli, prende le fattezze di un titano di tre metri.

Con le facoltà mimiche, i nuclei profondi del sentire comune, i rimandi, in chiave opposta, a Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi a braccetto con la sana buffoneria. Con l’irriverenza infantile, incolpevole dei cagnoloni che si muovono come un ippopotamo in una cristalleria. Scombinando ogni cosa: divani, tavoli, arredi. Tranne l’ordine naturale delle cose. Che alberga nel cuore di chi dispensa punture di spillo ai manichini dei quartieri alti, punta al guadagno, ci scherza sopra. Per poi bruciare d’ammirazione per i preadolescenti alieni ai tornaconti. Seguaci dell’egemonia dello spirito, dei movimenti a scatti, dei batti-batti delle zampe, delle genuine manifestazioni d’affetto. Le sbavature patetiche – attribuibili alla pretesa di amalgamare lo strazio alla deformazione caricaturale, le scene madri ai semitoni, i frizzi e i lazzi all’enfasi figurativa – non affiorano mai. Con buona pace della penuria della scelta dei rumori diegetici per lasciare l’idea d’un incolmabile vuoto ed esaltare la potenza dell’invisibile. Dietro l’accumulo di spunti sociali, di schiaffi del destino, di riscatti, di villain danarosi, che con lo slogan di servire il mondo attraverso la mutazione genetica anelano di piegarlo a bieche esigenze, non si annida unicamente la maturità professionale. Ma pure la geografia emozionale. Con lo skyline notturno di New York. E l’immagine della giungla metropolitana di giorno. Alla luce del sole. L’impasse antinaturalistico degli apologhi tutto cervello va a carte quarantotto. La capacità di scrivere con la luce supera la piattezza naturalistica. L’idea d’imminente minaccia, la confusione infernale, la tenacia della dodicenne che rende per focaccia alla figlia di papà che ritiene Clifford uno scherzo della natura, i paradossi da cartoon movie mostrano qua e là un po’ la corda. Ci pensa la classe recitativa di John Cleese, memore del divertimento procurato in Un pesce di nome Wanda, a sopperire al déjà-vu. Il fiore all’occhiello di Clifford – Il grande cane rosso, che supplisce ad altri talloni d’Achille, risiede nella spontaneità di tratto dell’autore. Walt Becker. Che non esorta gli spettatori a immaginare le cose. Ma glie mostra sulla scorta dell’amore per le piccole, grandi imperfezioni, del respiro conferito dalla musica extradiegetica e dalla gioia profusa dagli amici a quattro zampe. Il miglior mondo interiore ed esteriore.

 

 

Massimiliano Serriello