Attore di grande spessore, che ha saputo far valere la propria presenza in pellicole come Quella sporca dozzina, Rosemary’s baby – Nastro rosso a New York e Fury, al di là della sua esperienza davanti alla macchina da presa lo statunitense John Cassavetes ha saputo costruirsi una carriera di regista che è andata ben oltre le aspettative, divenendo un vero e proprio nome avanguardistico in quanto autore capace di descrivere un mondo fatto di persone e personaggi, tutti emblema di un vero e proprio cambiamento sociale che avveniva negli anni passati. Un occhio, il suo, che riesce a rendere su schermo quell’intesa tra sguardi e parole come mai si era visto nell’universo della Settima arte, riuscendo a risultare pioniere di un “cinema indipendente” prima ancora che lo stesso fosse riconosciuto tale.

CG Entertainment (www.gctv.it) e Minerva Pictures lo celebrano editando il cofanetto amaray Collezione John Cassavetes, contenete cinque sue opere su supporto dvd; titoli che hanno segnato il mondo di Cassavetes e del suo staff di collaboratori/attori celebri (la moglie Gena Rowlands, Seymour Cassel, Peter Falk, Ben Gazzara): Ombre, Volti, Una moglie, L’assassinio di un allibratore cinese e La sera della prima.


Ombre (1959)

Tre fratelli afroamericani nella New York di fine anni Cinquanta: Hugh (Hugh Hurd), Leila (Leila Goldoni) e Ben (Ben Carruthers), singolari personaggi che vivono la frenesia del loro nucleo circostante tra amicizie e amori sopiti, affrontando quotidianamente quello che risulta essere un continuo scontro di opinioni e divergenze di pensiero. Il tutto rappresentando un rivoluzionario modo di vivere la vita, all’ombra di una società che stava portando l’esistenza verso una trasformazione interraziale.

Folgorante opera prima che Cassavetes realizza sotto il segno dell’improvvisazione, questo titolo ancora oggi colpisce per come nouvellevaghianamente riesce a raccontare un universo popolato da figure underground; il tutto al suono di una ballata jazz, tra le note di una composizione musicale continua che descrive alla perfezione i pensieri degli emblematici protagonisti: Hugh, Leila e Ben, ovvero tre modi diversi di affrontare l’arte, gli amori e le ambizioni di una Grande mela prossima ad un cambiamento globale. Un cambiamento che tocca anche il mondo del cinema grazie proprio al lavoro qui svolto da Cassavetes, il quale fa a meno di uno script vero e proprio per lasciare che il tutto si basi sull’improvvisazione a trecentosessanta gradi e che trasudi, quindi, notevole realismo.

Undici minuti di conversazione tra Bruno Di Marino e Salviano Miceli sul film fanno da contenuto extra.


Volti (1968)

Richard (John Marley) e Maria Forst (Lynn Carlin) sono una coppia sposata da anni che sta per attraversare un momento difficile: lui ha intenzione di divorziare, vedendo il proprio matrimonio ormai ad un capolinea, soprattutto dopo essersi invaghito della bella Jeannie (Gena Rowlands); la moglie decide allora di affrontare la situazione uscendo insieme alle amiche e facendo la conoscenza di un giovane playboy di nome Chet (Seymour Cassel). Sia Richard che Mary, però, vivendo il corso di questa nuova vita cercano in tutti i modi di capire se ciò rappresenta la ricerca dell’amore che tanto ambivano, tanto che il riaffiorare quei vecchi reciproci sentimenti sembra rivelarsi la migliore delle soluzioni per entrambi.

Realizzato in un vivido bianco e nero fotografato da Al Ruban (con supporto non accreditato di Maurice McEndree e di Haskell Wexler) e girato in pellicola 16 mm, questo lungometraggio di Cassavetes rientra tra quelli maggiormente emblematici del suo cinema fatto di confronti umani dove uomini e donne si confrontano in lunghe chiacchierate, tra aneddoti divertenti e sentite confessioni intime. Un linguaggio che necessita di ricorso all’utilizzo di continui primi piani sui “volti” dei protagonisti, interpreti affiatati capeggiati da un Marley premiato con la Coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia nel 1968 e affiancato dalla bellezza e bravura della grande Rowlands. Ben tre, poi, le nomination ottenute agli Oscar: ai migliori non protagonisti Cassel e Carlin e alla sceneggiatura stesa dal regista stesso.

Il film viene proposto in dvd con la sola lingua originale munita di sottotitoli italiani e ben sei minuti di conversazione tra Bruno Di Marino e Salviano Miceli sulla pellicola quale contenuto speciale.


Una moglie (1974)

Nick (Peter Falk) e Mabel (Gena Rowlands) Longhetti sono una coppia spostata da anni, genitori affettuosi e coppia indissolubile legata da un forte sentimento; lui è un operaio edile sempre fuori casa per questioni di lavoro, lei una casalinga perennemente bisognosa di attenzione e affetto, anche da parte di chiunque sia in grado di darglielo. Ma la donna sta attraversando un lento periodo di crisi emotiva, tanto che Nick, sempre più innamorato di sua moglie, decide di portarla in cura in una clinica psichiatrica, sperando che sia una soluzione al forte sentimento che li lega. Il ritorno di Mabel dopo la cura, però, mostrerà alla famiglia Longhetti una donna diversa, che porterà anche Nick verso una decisione effettiva su cosa abbia significato questo loro matrimonio.

Nella metà degli anni Settanta l’illuminato Cassavetes porta in scena questo dramma familiare con un occhio secco e, come sempre, dai tagli documentaristici, testimoniati da deducibili improvvisazioni recitative da parte dei suoi interpreti di notevole calibro: da una parte il grande Falk, immortale tenente Colombo televisivo, qui in una delle sue migliori escursioni cinematografiche, dall’altra l’immensa Rowlands, che in questa occasione regala una performance totale con l’immagine di una donna dalle forti fragilità emotive capace rispecchiare, al contempo, l’importanza di comunicare tra persone (soprattutto tra moglie e marito).

Una Rowlands candidata agli Oscar, come pure lo stesso Cassavetes, di cui questo film viene accompagnato nel supporto dvd da sei minuti di conversazione tra Bruno Di Marino e Salviano Miceli che lo riguardano.


L’assassinio di un allibratore cinese (1976)

Gestore di un locale di striptease chiamato Crazy Horse West, Cosmo Vitelli (Ben Gazzara) deve saldare un grosso debito di gioco con lo strozzino Marty (Al Ruban), cosa che riesce a fare dopo sette lunghi anni. Finalmente libero, Cosmo decide di festeggiare l’evento e, di conseguenza, di divertirsi; ma in una sera l’uomo si indebita nuovamente perdendo a poker. Deve ridare la somma di ventitremila dollari a persone poco raccomandabili, tanto che per poter saldare il debito decide di ricoprire l’incarico di sicario per conto di questi loschi figuri. Tutto ciò lo porta verso un punto di non ritorno della sua esistenza, gran parte della quale rappresentata dall’amore per i suoi spettacoli di striptease.

Concepito con l’ausilio di Martin Scorsese, che ne sviluppò inizialmente l’idea per poi non riuscire a realizzarla, Cassavetes prende in mano l’operazione e ne tira fuori per proprio conto un’opera che descrive un ennesimo ritratto intenso della sua filmografia; un elogio ai perdenti che trasuda profonde analisi esistenziali poggiando sulla performance di un Gazzara incisivo e malinconico. È un ritratto fondamentalmente maschile quello descritto qui da Cassavetes e che alimenta un suo sguardo inedito in cui l’elemento femminile fa da contraltare secondario, vittima di un mondo misogino che lo relega a sole bamboline da spettacolo sexy.

Timothy Carey e l’immancabile Cassel completano il cast, mentre la sezione extra del disco offre sette minuti di conversazione con Bruno Di Marino e Salviano Miceli su L’assassinio di un allibratore cinese.


La sera della prima (1977)

Attrice di grande grido nel mondo del teatro, Myrtle Gordon (Gena Rowlands) sta per attraversare un momento di profonda crisi nella sua vita professionale e in quella personale. Prossima ad un esaurimento, dopo aver assistito ad un incidente accaduto ad una sua giovane fan la donna deve affrontare tale crisi in un momento delicato della propria esistenza, ovvero all’avvicinarsi della prima di un suo nuovo spettacolo, evento molto importante per la sua immagine di attrice e per i colleghi che ne fanno parte, tra cui il regista Manny Victor (Ben Gazzara) e il collega attore, nonché ex amante, Maurice Aarons (John Cassavetes). Myrtle non riesce più a separare la donna dall’attrice, provando sulla propria pelle ciò che recita in scena, senza più avere la facoltà di dividere la realtà dalla finzione.

Vero e proprio atto d’amore rivolto all’universo della recitazione, Cassavetes, che prima di essere un regista è, come accennato, un interprete rinomato, tratta questa materia col dovuto sensibile tocco, mostrando un ambiente del teatro che riflette sulla realtà quotidiana dei suoi numerosi personaggi. Ovviamente, tutto si concentra sulla performance della grande Rowlands, che per questo ruolo vinse un Orso d’argento come miglior attrice nel 1978 e sulla cui presenza ruota l’importanza del racconto. Al suo fianco, oltre allo stesso Cassavetes, l’indissolubile Gazzara e, soprattutto, una barava Joan Blondell, cui spetta il ruolo della veterana della recitazione Sarah Goode.

Sette minuti di Conversazione con Bruno Di Marino e Salviano Miceli sul film nella sezione extra.

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