Color Fest 7: Mondospettacolo incontra Giorgio Canali e I Hate My Village

Nel. 2019 sono cinquant’anni da Woodstock, ma il raduno commemorativo è fallito.

Il 2019 è anche l’anno della settima edizione del Color Fest, l’evento musicale dell’estate calabrese che, di anno in anno, ha saputo crescere e attirare un pubblico variegato quanto ampio, grazie sopratutto all’idea vincente del direttore Mirko Perri.

Tenacia, perseveranza e soprattutto coraggio, sono i tratti distintivi del lavoro di Mirko (oltre ad una passione necessaria per lavorare in un settore difficile come quello dello spettacolo), che ha saputo cogliere e raccogliere le esigenze di un pubblico, quello calabrese – e non solo-, affamato di buona musica, soprattutto quella indipendente, quella che ha pochi spazi in Italia ma molto da dire.

Questa settima edizione si è contraddistinta per una inedita varietà musicale: nei due giorni di Festival (il 3 e il 4 Agosto, nella suggestiva cornice del parco de La Giurranda, cuore verde di Platania, si sono avvicendati sul palco novità eclatanti come quella di N. A. I. P., giovanissimo performer lametino dall’incredibile vigore e un non trascurabile spessore nei testi, che spaziano dal grottesco al surreale; o La Rappresentante di Lista, con l’incredibile voce di Veronica Lucchesi e il loro sound “queer pop” a voler indicare una ricerca e una trasformazione incessante; e ancora estratti dalle classifiche attuali dei più venduti o scaricati come Motta -il cui brano Sei bella davvero ha dato il titolo all’edizione del Color – polistrumentista esploso con il primo cd e che ha confermato lo straordinario successo di pubblico e critica con il secondo; arrivando al supergruppo I Hate My Village, band esplosiva che riunisce l’Alberto Ferrari dei Verdena, Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion e il Fabio Rondanini ex Afterhours in una miscela che assortisce ottimamente varo sapori; fino a vere e proprie leggende del rock politico come i Tre allegri ragazzi morti, i Massimo Volume e Giorgio Canali.
Abbiamo incontrato il supergruppo di Ferrari.

 

Una domanda tra le più scontate ma chi ci legge forse vorrà sapere: da dove viene il nome I Hate My Village?

Fabio Rondanini: Il nome nasce da una semplice curiosità: stavamo guardando siti di grafica e cinema africani e ci siamo imbattuti nella locandina di un film degli anni Settanta intitolato I eat my village. Il titolo ha aperto immediatamente un immaginario e ci ha fatto pensare che potesse evocare anche altro. Ci piaceva avere un nome trasversale che era con più chiavi di lettura, abbiamo pensato potesse essere il giusto titolo per il nome della nostra band.

 

Venite tutti da realtà già consolidate. Cosa portate o conservate al netto delle vostre esperienze passate? Com’è nata l’esigenza di suonare insieme e come avete fuso le vostre diverse personalità?

Fabio Rondanini: È un progetto ex novo, non ha nulla a che vedere con le nostre band di provenienza e nasce semplicemente con la voglia di fare musica insieme. Non abbiamo portato il nostro bagaglio personale, cioè non abbiamo lasciato che interferisse. L’abbiamo portato, quindi, ma l’abbiamo messo dietro, non davanti. Conoscendoci come persone, oltre che come musicisti, l’amalgama è venuta abbastanza naturale.

 

L’artwotk del cd è opera di Scarful, riecheggia gusti e provenienze seventies. Pensate rappresenti il vostro mood musicale, il vostro suono?

Adriano Viterbini: la cover è molto grezza ma molto precisa: quando Alberto l’ha vista la prima volta, a lui piacque immediatamente, forse perché era molto semplice e con disegni evocativi. Anche se, poi, la copertina per noi non è così fondamentale, è più importante, ovviamente, la musica che c’è dentro. Il fatto che potesse essere, però, molto grezza visivamente, senza orpelli, senza essere patinata, ci è sembrato un messaggio importante, arrivando al di là di quello che vedi. Insomma, è forse più il tratto che ci rappresenta, piuttosto che l’oggetto disegnato vero e proprio. Un tratto fresco, sgrammaticato, non molto ragionato.

 

Rispecchia la vostra vena anarchica, ma quanto è difficile muoversi nel panorama musicale italiano?

Alberto Ferrari: Ah è facilissimo! Noi siamo gli unici che facciamo una cosa diversa, e, proprio perché chiunque può fare musica, non è mai stato così facile….

Tra un live e un altro, ecco anche l’inossidabile Giorgio Canali, vera e propria leggenda musicale italiana.

 

 

Nelle undici canzoni di merda del tuo ultimo cd la pioggia è un po’ il leitmotiv. Perché l’hai scelta?

Giorgio Canali: Mah, perché sono un autoreferenziale di merda. Avevo voglia di autocitarmi nell’ultimo album uscito nel 2012, cioe un milione di anni fa, e lì, nell’ultima canzone, mi chiedevo come ci si sentisse con la pioggia dentro. Allora ho detto che il titolo per il prossimo album sarebbe stato questo: Tot Canzoni Di Merda con la Pioggia Dentro. Io decido le cose prima che venga fuori il prodotto finito, ho messo la pioggia dentro ogni canzone infilandola con il martello.

 

Oggi è quasi impossibile trovare in Italia qualcuno che (ancora) faccia vera musica rock politica. Succede perché il pubblico è meno disposto ad ascoltarla e meno ricettivo o perche è proprio difficile scriverla per gli autori?

Giorgio Canali: È perché la gente cerca il successo economico, solo per questo. E con le canzoni di protesta te lo sogni il successo economico, é chiaro che alla fine sei contro il sistema che regola i guadagni di questo mondo. Io sono felice così peró: ho il mio zoccolo duro che mi segue, quelle poche migliaia di persone che, però, mi permettono di campare (“al pero”, chiaro, non navigo nell’oro), ma la gente che mi vuole bene ce l’ho.

 

È stata allora una nostra (cioè della mia generazione) fortuna avere Giorgio Canali, CSI e vivere e sentire musica in cui era possibile nascessero gruppi e autori così? Oggi sarebbe possibile che uscisse un “nuovo” Giorgio Canali sul mercato discografico?

Giorgio Canali: No, credo non sia possibile… Io mi sono guadagnato quello che ho partendo da una posizione privilegiata, cioè da un mercato che considerava De Gregori, Guccini, autori che non hanno mai fatto della musica per vendere.

 

Ma il pubblico deve essere educato un po’, o no?

Giorgio Canali: Mah, che si faccia fottere il pubblico, che ascolti che cazzo ne so… Il problema è che c’è una ricerca di disimpegno per privilegiare una ricerca di mercato: chiunque si mette a fare musica adesso ha come obiettivo “essere più figo di Calcutta“, per dire. Che ha tutta la sua dignità, eh, però capito….. È pop che passa come musica indipendente, attraverso certe regole un po’ più rigide e meno piacione, però alla fine hanno quella tendenza a cercare di piacere al grande pubblico. Gli anni Ottanta facevan cagare a livello musicale in Italia, e adesso abbiamo i nuovi anni Ottanta, gli anni Venti.

 

Speriamo nella prossima generazione allora. Anche se la situazione politica e sociale non è delle migliori

Giorgio Canali: La situazione politica è esattamente come quella di cento anno fa, tra poco avremo un’altra marcia su Roma, perciò accorgiamocene prima che succeda davvero.

 

È importante creare ancora degli eventi musicali come il Color Fest?

Giorgio Canali: È normale che sia importante, però questo tipo di movimenti erano tipici degli anni Sessanta e Settanta. I grandi festival stanno morendo, forse è da inventarsi un altro tipo di happening, di concezione diversa, pensa che il cinquantennale di Woodstock è naufragato. Anche se la musica che avrebbero suonato faceva cagare, quindi va bene così. Ma non credo che la soluzione sia quella dei raduni di più nomi in un festival, si diluisce la forza del singolo, la soluzione è quella di lavorare chi cerca di aprire nuove situazioni, musica davvero nuova, e, poi, le band dovrebbero tenere a portata di produzione il loro cachet.

 

GianLorenzo Franzì