Come niente: il burbero benefico in cerca di riscatto

Il regista marchigiano Davide Como con la commedia drammatica Come niente, in uscita il 12 Marzo 2021 su Rakuten, Chili, Google Play, Apple TV e The Film Club, esordisce nel lungometraggio, dopo alcuni corti incentrati sulla geografia emozionale, cercando ancora una volta sia di trarre partito dagli addottrinamenti ricevuti in veste di allievo del corso Video Film di Poliarte sia d’imprimervi l’assoluta schiettezza del senso d’appartenenza.

L’amore sincero per la propria regione, colpita, tanto nello spirito quanto sul piano concreto, dalla recente crisi sismica, ma decisa lo stesso ad alzare la testa, basta a condurre in porto l’opportuno processo di empatia ad appannaggio dell’imprescindibile rapporto tra immagine e immaginazione?

La sceneggiatura scritta dalla giovane ed entusiasta Giulia Betti focalizza l’attenzione sul bisogno di riscatto morale del classico burbero benefico, Franco, lombardo doc trapiantato da tantissimi anni a Volfornace, che, in seguito all’impasse della negletta figlia, accoglie nella disadorna abitazione, conforme al modello SAE, le due nipotine Greta e Carolina. Dietro la macchina da presa, partendo dal previo viaggio d’identificazione compiuto con Crisalide, apologo sulla forza significante dell’emblematico territorio, impreziosito dalla capacità del Monte Conero e della riviera adriatica di collocare appieno i fulgidi sogni contrapposti alla crisi finanziaria, Davide Como costeggia ancora gli stilemi della fiaba moderna. Che si tinge di grigio nell’incipit per poi sprigionare, palmo a palmo, i colori radiosi della speranza. L’operazione, non esente certo dai cascami dell’enfasi di circostanza, risulta oltretutto dispiegata all’insegna dell’accumulo d’insistiti timbri espressivi ed empiti ora d’insofferenza ora di gioia catartica. Mentre la premessa ricava linfa dal lavoro di sottrazione, sfumando con l’arguta misura dell’antiretorica sulla rabbia della calciatrice in erba Greta, il prosieguo indulge in ampollose componenti manieristiche.

Senza più l’ausilio di una suspense meditabonda, al fine d’inchiodare davvero l’interesse degli spettatori meno attratti dall’ennesima morale della favola, l’esplicita scoperta dell’alterità s’intoppa negli sproni predicatori sulla saggezza sociale, sui vincoli di sangue e di suolo, sui valori civili. L’inesausto ricorso alla metonìmia, allo slow motion, alle correzioni di fuoco e ad altri effetti luministici che sanno molto di scolastico, ed ergo mancano completamente d’ingegno, non converte mai l’evidenza figurativa nell’agognato riverbero introspettivo. La prevedibilità della trama, con l’innocente sorella Carolina munita di un casco speciale per comunicare con gli extraterrestri e vincere in tal modo l’angoscia di non sentire dall’orecchio destro, impedisce all’illusione dell’avventura di prendere piede coniugando l’austera analisi degli stati d’animo ai colpi d’ala dell’estro. Riflettere sulla psicologia infantile e sull’eterna parabola della pecorella smarrita per mezzo delle vanagloriose tecniche di straniamento, frammiste alla bell’e meglio alla ridondante colonna sonora, traligna perciò in un prolisso predicozzo sul senso panico dell’esistenza. Da affrontare a viso aperto, giorno per giorno, secondo copione. Alimentato ad arte dalle note riprese dall’alto, come se fosse l’occhio dell’Onnipotente, dagli scorci panoramici sull’ordine naturale delle cose, dai bisticci destinati a cedere spazio alla reciproca comprensione.

I personaggi di fianco Guido ed Evelina, i bizzarri vicini di casa avvezzi a compiuti sprazzi di bizzarra umanità, estranei agli eccessi caricaturali e sentimentali, avrebbero meritato maggior approfondimento. Riservato invece ai compiaciuti movimenti di macchina a schiaffo, alle pleonastiche inquadrature di quinta, alle corse disperate nei parchi, alle grida di dolore, alla modalità esplicativa delle canzoni – rap nel momento dell’introversione, romantiche in quello dell’estroversione – che sottrae fascino al mistero iniziale. La bonomia dell’happy end, preceduta dall’interazione d’interni angusti, dove però germoglia l’intesa frutto del desiderio di guardare oltre l’apparenza, ed esterni panteisti, conformi pure al sano dinamismo dell’identità ritrovata, appare infatti piuttosto programmatica. Franco Oppini, nel ruolo del nonno dapprincipio riluttante che a lungo andare snuda con coraggio l’affetto celato dai severi pregiudizi, non possiede le virtù recitative per conferire al sottosuolo delle debite sfumature l’antidoto contro il frastuono degli accenti. Come niente, anziché palesare l’irrompere dei legami familiari liberi dall’ostacolo dello sdegno garantendogli l’autentico tuffo al cuore impresso da Mark Rydell in Sul lago dorato, si nutre dunque d’inane poeticismo.

 

 

Massimiliano Serriello