Conosciamo meglio ARCADIA

 

Chi è Arcadia?

Arcadia è il mio personaggio drag: un universo nato, soprattutto, per facilitare la mia comunicazione sul palco. Indossando una maschera ci si sente meno nudi, si percepisce di meno il peso della propria vulnerabilità. È come avere una corazza addosso e, allo stesso tempo, essere sé stessi al cento per cento. Non ho scelto di creare Arcadia per l’esigenza di vestire dei panni femminili, ma per creare un mondo immaginario legato alla libertà e alla fantasia, in cui rifugiarmi quando ne ho bisogno. Sul palco nei panni di Arcadia. Fuori dal palco nei panni di Stefano.

Arcadia è nata durante un attacco di Stendhal. Ero rimasto letteralmente ipnotizzato da un dipinto di Dante Gabriel Rossetti, la Veronica Veronese. “Arkadia” è anche il nome di un centro commerciale di Varsavia e, appena vi entrai, ebbi un’epifania: l’esagerato sfarzo, le vetrine con le torte, l’estetica sovietica, la bellezza delle donne aliene. Ho scelto di togliere la “K” perché Arcadia è italiana. Ho scelto questo nome anche perché, per me, tutto deve nascere dalla poesia. L’Accademia letteraria dell’Arcadia è stata fondata nel 1690, si sviluppa e si diffonde in tutta Italia durante il Settecento in risposta a quello che era considerato il cattivo gusto del Barocco. Ogni partecipante doveva assumere, come pseudonimo, un nome di ispirazione pastorale greca. E io ho scelto proprio il nome di Arcadia.

 

 

Raccontaci il tuo brano…

Taxi Driver parla di come, attraverso delle ciglia finte e un po’ di make up, io abbia trovato la mia personale magia per trasformare le lacrime in una manciata di glitter.

La traccia è volutamente catchy e ritmata, ma le parole sono forti e autentiche più che mai.

Scrivo della vita in periferia, di quanto sia difficile stare in piedi di fronte ad un futuro che sembra precario e incerto, tra i palazzi grigi di una Milano disincantata e magica allo stesso tempo.

Arcadia è come una fenice che rinasce dalle sue ceneri e ha il potere di vedere il mondo attraverso un’incandescente lente di ingrandimento che mostra i colori più lucenti e scintillanti.

Arcadia è un pianeta lontano, ma canta di vita reale.

 

 

Come hai vissuto la tua musica durante il periodo Covid?

Come artista sto vivendo con molta ansia questo periodo, devo essere sincero, mi manca il pubblico, i live, il rapporto con chi mi ascolta cantare. Idem, umanamente, sono molto preoccupato. Ho riscoperto però una parte resiliente di me che credevo sopita, proprio in questo periodo ho iniziato con la pratica della meditazione, l’attività fisica e a prendermi più cura di me stesso. Credo che questo periodo, anche se bruttissimo per tutti noi per le ragioni che ben sappiamo, debba servire anche per fermarsi e riflettere su quello che stiamo facendo, dove stiamo andando. Solo insieme possiamo andare avanti e crescere, fare un salto verso un mondo più sostenibile e umano. In questo periodo, inoltre, ho riscoperto il valore terapeutico della musica, mi aiuta tantissimo a centrarmi e ritrovare me stesso.

 

 

Hai in programma un disco di inediti?

Assolutamente sì! Sto lavorando ad un nuovo progetto musicale, per ora sono alla scrittura delle bozze al piano – la parte che preferisco, è un’operazione catartica e liberatoria. Spero di farlo uscire entro il prossimo anno, anche perché l’esigenza di esprimermi con la musica è più forte che mai. Il mio obiettivo è sempre lo stesso: comunicare in ogni modo possibile, attraverso la musica e l’arte.