Copperman: l’Argentero… speciale

Il fatto che nel cast sia presente la vincitrice del David di Donatello Antonia Truppo potrebbe immediatamente spingere a pensare che si tratti di un film di supereroi sul modello di Lo chiamavano Jeeg robot di Gabriele Mainetti, ma, al di là delle premesse, Copperman risiede nell’ambito di tutt’altra tipologia di spettacolo da grande schermo.

Il personaggio del titolo, che prende il nome dalla propria armatura in rame costruitagli dall’amico fabbro Silvano alias Tommaso Ragno, infatti, altri non è che Anselmo, convinto che il padre che lo ha abbandonato fosse, appunto, un supereroe e, di conseguenza, interessato a diventarvi anche lui, nottetempo, nelle strade del suo paese.

L’Anselmo che odia il colore giallo e che, cresciuto conservando la purezza infantile e il candore disarmante di chi non conosce la diffidenza ricordando, in un certo senso, il Forrest Gump incarnato da Tom Hanks nell’omonimo classico diretto nel 1994 da Robert Zemeckis, è innamorato fin dai tempi di scuola di Titti, interpretata dalla citata Truppo, afflitta dalla presenza di un violento padre dalle fattezze di Gianluca Gobbi.

Mentre, se al protagonista concede anima e corpo Luca Argentero, Sono Sebastian Dimulescu e Angelica Bellucci a fornire le versioni bambine di lui e della ragazza, arricchendo un ottimo cast comprendente, tra gli altri, la Galatea Ranzi de La grande bellezza.

Quest’ultima nei panni della mamma di Anselmo, che, dall’innocenza di un bambino e il cuore di un leone, si ritrova inoltre affiancato da “amici” speciali come è lui, convinti, nonostante i loro handicap, di poter essere ciò che, in verità, non sono.

 Perché, man mano che la voce narrante argenteriana (un po’ troppo invadente, forse) ci accompagna fotogramma dopo fotogramma, risulta sempre più chiaro, come già accennato, che Copperman non sia affatto un superhero movie dai risvolti soprannaturali, bensì una favola per adulti mirata a raccontare l’avventura di un uomo impegnato a vivere il proprio sogno fanciullesco guardando la realtà che lo circonda attraverso occhi fuori dal comune.

Un dramma italiano sicuramente diverso dal solito e che, immerso nei toni caldi della fotografia di Alfredo Betrò, il regista Eros Puglielli – autore, tra l’altro, di Tutta la conoscenza del mondo e Occhi di cristallo – mette in piedi ricordando in maniera evidente le fantasiose rappresentazioni del quotidiano vivere tipiche del cineasta francese Jean-Pierre Jeunet.

Ma diciamo che, una volta che ci si è abituati all’originalità dell’idea di base, il resto si lascia semplicemente guardare, senza generare grossi entusiasmi e non riuscendo ad evitare cadute di ritmo nella narrazione.

 

 

Francesco Lomuscio