Negli ultimi anni, la moda non ha smesso di creare. Ha smesso di esporsi, nel suo racconto dominante.
Ha imparato a evitare. Evitare il fraintendimento, evitare la polemica, evitare tutto ciò che potrebbe richiedere una spiegazione successiva.
Il meccanismo è semplice e chi lavora nel settore lo conosce bene: prima ancora di chiedersi se un abito funzioni, ci si chiede se “può creare problemi”: non problemi di produzione, ma di lettura, di interpretazione, di reazione. Così, molte scelte vengono neutralizzate ancora prima di esistere.
Il corpo femminile è il punto in cui questa dinamica diventa più evidente. Non è vero che la moda lo abbia liberato. Lo ha reso innocuo e spesso esorcizzato, attenuando curve, smorzando tensioni, allargando tutto ciò che poteva essere letto come desiderio. Non per rivoluzione estetica, ma per cautela. Perché oggi la femminilità non è vietata, è sospetta.
Così le collezioni parlano continuamente delle donne, ma sembrano avere paura dei corpi. Vestono concetti, non persone. Producono silhouette che non offendono nessuno e non accendono niente. È una femminilità narrata dalla tendenza genderless, non vissuta per interpretazione del suo DNA ancestrale; accettabile, ininfluente e raramente potente.

Il politicamente corretto, in questo contesto, non solo censura la femminilità, ma tenta di raffreddarla nel suo significato più profondo.
Non dice apertamente “non puoi”, dice “forse è meglio di no”. E, stagione dopo stagione, questo “meglio di no” diventa linguaggio. Tutto è misurato, filtrato, approvabile… e quando tutto è approvabile, nulla è davvero necessario.
Anche la sostenibilità, che oggi è concreta e strutturata, entra in questo schema. Non come problema, ma come rifugio: una volta dimostrato di essere responsabili, attraverso certificazioni e prove dimostrabili attraverso QR code e storytelling, sembra che il resto possa essere meno urgente. Come se essere nel giusto bastasse a giustificare un’estetica senza rischio.
Il punto non è che la moda sia diventata etica. È che spesso ha smesso di essere scomoda. Ha confuso la responsabilità con la prudenza, il consenso con lo stile. E in questo scambio ha perso mordente.
La moda che resta non è quella che non sbaglia mai. È quella che sceglie, si esprime ed è capace di discutere, anche a costo di dividere. Quando invece l’obiettivo principale diventa non disturbare, la moda smette di parlare e si limita a funzionare.
Ed è lì che diventa corretta.
Ed è lì che diventa dimenticabile.

Alessandra Roggia, autrice dell’articolo
