Corro da te: Favino e Leone rifanno il francese Tutti in piedi

Un film girato e interpretato in maniera abile trascende le formule. Non contempla le scorciatoie del cervello. Non paga dazio ai giudizi che tagliano con l’accetta per non andare in accumulo.

Un film girato e interpretato in maniera abile può costeggiare gli stilemi dell’opera d’autore – riuscendo ad appaiare i colpi di gomito delle pellicole commerciali, gradite agli spettatori allergici ai rompicapo – insieme alla conoscenza intima della materia trattata da parte del regista eleggibile ad autore; può esibire il punto di vista ben preciso del regista eletto ad autore sull’argomento da scandagliare per mezzo della scrittura per immagini e della psicotecnica; può concentrarsi sull’immediatezza espressiva ed eludere il rischio di annoiare con sofismi autoreferenziali il pubblico che paga il biglietto perché non vuole grattacapi.

Figuriamoci i rompicapo degli pseudo intellettuali che in tempo di guerra vivono fuori dal mondo con i gadget foraggiati dai padroni del vapore estranei alla violenza. Ma affezionati alle strategie di marketing predisposte per ridurre all’osso il rischio d’insuccesso. L’insuccesso è un incubo tipo Nightmare per un film commerciale se non una contraddizione in termini. Corro da te, ed era ora, è un film commerciale. Senza se né ma. In uscita con cinquecento copie. Un numero quasi da kolossal intento a saturare le sale cinematografiche dello Stivale o male che vada a spingere qualche spettatore filmico con le pantofole ad abbandonare il divano una tantum preferendogli il rito del buio in sala. Illuminato dagli elementi richiamo predisposti ad arte. E Corro da te ha dalla sua due strategie di rischio d’insuccesso predisposto sempre ad appannaggio degli esperti di marketing per cui a livello di riscontro nel mercato primario di sbocco va sul sicuro: è un remake del film francese Tutti in piedi; ha come ciliegina sulla torta ed elemento di maggior richiamo il divismo. Rappresentato da Miriam Leone. Un’attrice abile che impersona una disabile coraggiosa. In realtà l’interprete migliore dell’intero cast è senz’alcun dubbio Valeria Scalera. Che impersona la segretaria di uno yuppie fuori tempo massimo o forse no che affronta a modo suo l’avanzare del tempo. Cioè da canaglia nemmeno troppo simpatica. O che per meglio dire vuole sembrare una canaglia persino troppo simpatica per mietere vittime femminili consenzienti se non urlanti e adoranti. Valeria Scalera conferisce al personaggio della segretaria dello yuppie sciupa femmine con la forza dei soldi, delle bugie e della faccia tosta la sua schietta romanità adottiva. Il lavoro dell’attrice sul personaggio merita un premio tipo il David di Donatello.

Il lavoro della compianta Piera Degli Esposti nel ruolo della nonna di Miriam, la persona disabile e coraggiosa interpretata da Miriam Leone, è degno di nota ed emana calore umano perché combatte la freddezza dell’indifferenza con l’antiretorica. Che in questi casi non è un vero antidoto all’impasse della retorica intesa alla pari della sovrabbondanza inutile. Bensì solo ed esclusivamente un segno d’ammicco. Utile a livello narrativo. Per imprimere al climax decisivo, con la lacrimetta che scalza le risate politicamente scorrette utilizzate dai disabili per riuscire ad anteporre l’autoironia all’infertile pietismo. Utile per tendere calappi agli spettatori irrimediabilmente ingenui che scambiano le soap opere strappalacrime per capolavori bergmaniani (al peggio non c’è mai fine). Ma deleterio. In quanto pure gli spettatori ben alfabetizzati ed estranei ai ricatti morali sotto banco, nemmeno troppo, conoscono alla perfezione la differenza che passa tra il dolore vero di chi ha una croce ed è addestrato a farci il callo, step by step, e gli apologhi sui poveri cristi e sulle donne umili ma non umiliate colpite nel fisico e non nella mente. Riccardo Milani in cabina di regia si muove con attenzione quasi chirurgica. Misurando la virtù della Commedia all’italiana dei primordi di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente con stilemi disparati ed efficaci. Il gioco degli equivoci, anche se vecchio come il cucco, strappa qualche franca risata. Talora finanche un paio di applausi a scena aperta. Gli sbadigli nondimeno non mancano. La conoscenza della materia trattata è limitata: Daniel Day Lewis per interpretare il personaggio di Christie Brown ne Il mio piede sinistro di Jim Sheridan seppe andare in profondità. Miriam Leone, bravissima in televisione nelle serie 1992 e seguiti, al cinema si ferma in superficie. Conferendo a una bellissima persona come Miriam una scarsa ricchezza di sfumature e pochissimi accenti.

L’italiano è impeccabile, la mimica studiata in modo certosino, le possibilità d’incorrere in qualche gaffe sono nulle; manca l’umana imperfezione che le attrici di grandissimo cabotaggio imprimono per trasformare i personaggi in persone. Miriam lavora indubbiamente su se stessa grazie alle imbeccate ricevute dagli angeli invisibili che su una sedie a rotelle ci stanno sul serio e afferrano come i binari umanitari debbano offrire una via di fuga a gente disarmata ma dignitosa in fuga da gente armata di cannoni ma a corto d’umanità. Pierfrancesco Favino convince a metà. All’inizio approfondisce il cardiologo ipocrita e seduttore di In barca a vela contromano ed è molto persuasivo. Anche se non all’altezza delle simpatiche canaglie impersonate nella stagione della miglior Commedia all’italiana dai cinque cavalieri dell’apocalisse tragicomica: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi e Marcello Mastroianni. In seguito Favino, al momento di alzare l’asticella sulla scorta di Jack Nicholson in Qualcosa è cambiato, delude le attese. Il circolo maschilista simile a quello esibito da Christian De Sica in Simpatici e antipatici sciorina un discreto carattere d’autenticità. Lo sfogo del socio impersonato dal bravo ed eclettico Giulio Base meritava un approfondimento. Il carattere generico con cui Corro da te chiude i battenti è sotto gli occhi di tutti. Belli e brutti. Ignoranti ed eruditi. Non c’è bisogno di andarselo a vedere correndo – Perdiamoci di vista del malincomico Carlo Verdone offre molti più motivi di riflessione. La geografia emozionale di Roma è cartolinesca. Quella di Torino è meglio. Ma manca il mistero. Senza quello, ridere tra le lacrime diventa una bolla di sapone. Che evapora. Come in ogni soap opera. Sia pure illuminata dallo spirito tenace e romantico dei migliori angeli dell’indole cara ad Abramo Lincoln: i consulenti realmente disabili, ironici e autoironici. Un’altra storia sul serio.

 

 

Massimiliano Serriello