Intento ad appaiare sin dal sagace film d’esordio Diana a les épaules l’interazione tra focus relazione e geografia emozionale, con l’habitat rurale ravvisabile nella regione della Nuova Aquitania a Sud-Ovest della Francia sugli scudi, insieme alla prospettiva anticonvenzionale dell’umana imperfezione esposta alla stregua d’una schietta spinta all’evoluzione attraverso la lente dolceamara grazie a cui la famiglia disfunzionale acquista l’unicità di personalità degne d’assoluto rilievo, in quanto impreziosite dall’egemonia dell’opportuna leggerezza espressiva sulla deleteria pesantezza analitica, l’ambizioso regista francese Fabien Gorgeart tenta ora di trarre ancor più linfa dal carattere d’imprevedibilità ravvisabile nell’ormai risaputa contaminazione dei generi.
Dopo il mezzo passo falso compiuto affrontando l’arduo tema dell’affido, contraddistinto dalla genitorialità costretta a pagare dazio all’impietosa temporaneità dispiegata secondo copione sulla scorta degli interni domestici ghermiti dalla camera a mano per cogliere ogni microespressione carica di significato, senza tenere nella giusta considerazione la forza significante degli esterni riflessivi in rapporto alla correlazione dell’habitat col carattere d’autenticità garantito dall’ispirazione autobiografica dell’autore nel ricordo della madre temporanea pronta ad accoglierlo nel rispetto dei reali vincoli di sangue, sprovvisti dell’approfondimento dei legami identitari col quartiere di Bréquigny a Rennes, la sfida sancita dalla terza fatica cinematografica, Cos’è l’amore?, consiste nel convertire la contaminazione dei generi portata ad effetto in un’ulteriore freccia all’arco del motore dell’adattamento a dispetto della rigidità della perfezione.

L’incipit precede la suddetta conversione dell’imperfezione in catartica opportunità col mix di suoni diegetici ed extradiegetici che introduce il rapporto madre-figlia in adolescenza connettendo l’altalena degli stati d’animo dovuta all’ingresso palmo a palmo nell’età adulta accompagnato dai voluti scompensi alla capacità di colmare il vuoto emotivo suggellato dal silenzio realistico. La briosa Marguerite, impersonata dall’intensa ed eclettica Laura Calamy, tende inizialmente a sancire l’inidonea prevalenza dello spettacolo secondario seppur interessante della recitazione ai danni dello spettacolo primario della regìa. Con il risultato di affidare a supporto d’una apprezzabile precisione d’accenti delle inquadrature funzionali, se non programmatiche, rispetto alla necessità di porre in risalto il senso d’intimità dell’elemento catalizzatore costituito da Marguerite con gli altri personaggi. Dall’insofferente Raphaëlle, che rivendica con la solare ma energica mamma protagonista la propria autonomia col fidanzato di turno, a Sofiane, marito prodigo d’attenzioni con la battuta di spirito perennemente in canna, sino ad arrivare all’inquieto seppur simpatico Fred. Ex coniuge deciso ad annullare il previo matrimonio celebrato in chiesa per poter riformulare le promesse di eterna fedeltà a braccetto della scalpitante fidanzata Chloé. Il raggiungimento della partecipazione emotiva del pubblico dai gusti semplici, maggiormente attratto dai segni d’ammicco legati all’interpretazione ché al compenetrante riverbero degli indicativi ed empatici attimi d’insicurezza svelati appieno di regola dalla scrittura per immagini, stenta ad accorpare dapprincipio i momenti indubbiamente spassosi coi controcanti gravi ed elegiaci.

Tuttavia quando i nodi arrivano al pettine e il tragitto burocratico necessario per l’annullamento catapulta la famiglia allargata dal tribunale ecclesiastico di Rouen, in Normandia, al Vaticano, a Roma, l’irrompere degli stilemi del road-movie consente all’assunto di riuscire ad amalgamare al meglio il carattere d’imprevedibilità al carattere d’autenticità. La stizza malcelata di Marguerite dinanzi alle prediche riguardanti il suo appetito sessuale nel fiore degli anni, il confronto-scontro dei vincoli di sangue con quello aggiunto, l’evoluzione psicologica di ciascun personaggio innescata dalla virtù malincomica di scorgere le pieghe ridicole degli eventi stressanti, la narrazione che raggiunge lo zenith mediante l’arguto susseguirsi di colpi di gomito, con Marguerite che nell’intimità dell’alcova organizzata in trasferta improvvisa parole piccanti in italiano per scaldare l’atmosfera sull’esempio di Kevin Kline e Jame Lee Curtis in Un pesce di nome Wanda, la loquacità soppiantata al momento giusto dagli eloquenti silenzi spingono il clima di complicità, intervallato dall’impasse passeggero dell’alienazione talvolta dietro l’angolo, ad andare oltre la buccia. Sebbene spesso i siparietti mordaci predisposti per impedire al pedale struggente di prendere il sopravvento tradiscono l’inane sovrappiù di didascalico celato dal brillio della confezione, escogitata per andare incontro alle aspettative tanto delle platee allergiche ai dispendi di fosforo quanto agli spettatori dal palato fine, la resa dei comportamenti coglie nel segno.

Traendo beneficio dalla vocazione eversiva della contaminazione dei generi che tramuta d’improvviso la contemplazione nel dinamismo dell’azione. Imperniata nelle peripezie, nei bozzetti, nella panoramica (panning e tilting) da un soggetto all’altro, nel trapasso dei toni, in una coroncina di episodi a primo acchito minori. In realtà di notevole spessore introspettivo ed evocativo. Giacché trascende l’analisi di costume che sa di accomodaticcio e l’ovvio teatro della chiacchiera per contemperare gli spazi riflessivi scoperti lungo l’inatteso percorso traducendo la vocazione al paradosso parodistico in una sottigliezza psicologica impensabile nella parte introduttiva. Lo spettacolo basilare della regìa si va ad accostare allo spettacolo struggente ed esilarante preservato dall’estetica minimalista. Ed è nelle piccole cose, conquistate step by step, che infatti l’amor vitae prende piede. Consentendo ad alcuni innesti vivaci sul versante degli esami comportamentistici di privilegiare ai musi lunghi dell’incomprensione allorché i nodi vengono al pettine la squillante festosità della comprensione conclusiva. L’epilogo sulle note dell’omonimo singolo del cantante trinidadiano Haddaway mette al riparo qualsivoglia pubblico dalla commozione di grana grossa ed eleva Cos’è l’amore? a opera d’introspezione che cattura nelle fibre dell’alienazione il piacere della comunicazione connesso alla compartecipazione di accettazione ed empatia. Alieno sia all’esagitazione delle vane carrellate circolari sia alla palla al piede dell’aura ascetica.
