Crescendo: un apologo sulla pace a suon di musica

Sin dall’incipit, con la reciproca dichiarazione d’amore del palestinese Omar e dell’ebrea Shira, che fanno un video col cellulare per accrescere la forza dell’affetto eletto ad antidoto dell’odio etnico, l’apologo sulla pace Crescendo antepone il cuore al cervello.

All’esperto regista israeliano Dror Zahavi, che già nel 2008 con l’arguto mélo For my father era riuscito ad appaiare lo scandaglio dell’acredine omicida, dettato dai vincoli di suolo e di sangue, insieme ai soprassalti d’inopinata coscienza, il pensiero di cadere nelle secche dell’infeconda enfasi di maniera non sembra sfioralo minimamente.

La previa accortezza espressiva dei dati antropologici, necessari ad andare oltre un trattamento superficiale dell’argomento in questione, risulta tuttavia assente.  A sostituirla provvede l’incisiva tensione psicologica. Ritratta sui volti dei giovani e delle giovani fedeli ai precetti patrii.  L’analisi degli stati d’animo concede, al contrario, qualche banalità. Il lungo flashback, che conduce al momento iniziale, attinto alla carlona ai ben più scaltriti stilemi del Cinéma vérité, alterna scene sovraccariche di sottolineature programmatiche ad alcuni semitoni in possesso d’un’innegabile sottigliezza. A dispetto degli squilibri di cui soffre la trama, concepita per suggerire una via d’intesa in alternativa al fiele dell’incomunicabilità, l’alta densità dei dialoghi, col personaggio del direttore d’orchestra tedesco Eduard Sporck sugli scudi, coglie subito nel segno. La scrittura per immagini, sebbene a corto dell’intensa sapienza introspettiva ad appannaggio dei Maestri della Settima arte, elude le sbavature patetiche grazie all’accorta interazione di suoni diegetici ed extradiegetici. Mentre la cura dei particolari non riesce ad approfondire davvero gli interludi di quiete, ed ergo a cogliere la bellezza del silenzio rivelatore, le note intimiste privilegiano l’esplicito contenuto umano alla ricercatezza formale. L’esito stilistico, affidato in primo luogo ai match-cut che uniscono le diverse melodie dei violini, dei flauti traversi, del corno inglese, caro anche al nostro Eugenio Montale, dell’oboe e delle percussioni varie, ha quindi slanci apprezzabili. Anche se, in effetti, ricava maggiori meriti rispetto a quelli che, stringi stringi, gli appartengono.

Dror Zahavi, privo degli ingegnosi colpi d’ala del compianto Miloš Forman in Amadesus, con i trascinanti concerti di Mozart associati all’eterno contrasto tra amor vitae e cupio dissolvi, costeggia soluzioni tecniche più convenzionali. La convivenza forzata in attesa dell’esibizione conclusiva, ispirata alla lontana all’impegno profuso dalla West-Eastern Divan Orchestra al servizio d’un punto d’incontro in grado di spingere a miti consigli gli individui in perenne attrito, innesca interessanti spunti di critica sociale. Poco sviluppati, nondimeno, a lungo andare. Tralignando il sentimento nel sentimentalismo, il tenerume, frammisto ad aguzzi scontri, in vetrina secondo copione, prende l’inevitabile sopravvento. La chimera dell’armonia, che esorta Zahavi ad applicare formule stabilite da illustri colleghi, amalgamando in chiave speculare ed evocativa le dissonanze alle assonanze (basti pensare a Woody Allen in Accordi e disaccordi), trae scarsa linfa dalla pur composita pittura degli ambienti. Il passaggio dalle zone di freddezza degli amari confini, pattugliati da gendarmi ostili a qualsivoglia, utopico, accomodamento, ai calorosi sfondi panteisti, in Val d’Aosta, dove l’osannato ma sofferto Maestro cerca di stabilire una profittevole tregua, paga dazio all’ovvietà del déjà-vu. Le modalità esplicative dei pistolotti edificanti, degli strali lanciati a ogni piè sospinto contro l’antagonista di turno, della vitalità esistenziale, manifestata per forza di cose dalle frecce di Cupido lungi dal tenere in considerazione la radice dell’insanabile contrasto, vanificano l’efficacia di certi brividi crepuscolari. Gli esili echi checoviani cedono così spazio agli esornativi scorci cartolineschi. Sprovvisti dell’ispirazione mitopoietica che consente alla geografia emozionale di connettere al territorio eletto a location i risvolti magici ed empatici della crudezza oggettiva dispiegata dapprincipio.

Le ragioni d’insicurezza, quantunque capaci di tenere gli spettatori incollati alle poltrone procurando brividi inopinati, sul versante del dinamismo dell’azione, stentano ad aggiungere qualcosa di consistente agli sfondi inerti. L’accozzaglia di assoli e accuse offre quindi assai pochi spunti degni di nota alla retorica dell’aria aperta, contrapposta alle sinistre penombre psicologiche che ottenebrano la menti. Il precipitare degli eventi, con l’irrompere della tragedia, d’ascendenza shakespeariana, l’estrinseco fervore morale congiunto al desiderio di riscatto, la schiettezza degli ammaestramenti, l’audacia delle confessioni contribuiscono, comunque, ad animare l’epilogo. Gli innegabili virtuosismi garantiti dagli arpeggi, intenti a contraddire nell’humus privato le ragioni dei dissapori collettivi, sono capaci di spingere persino il pubblico meno propenso ad ascoltare gli effetti melodici dei diversi strumenti a ricredersi. Il climax finale ne giova. Benché sappia molto di predicatorio, nel tentativo di trascinare all’applauso le platee ostili alle carinerie e agli impliciti ricatti morali, il saldo professionismo di Dror Zahavi, che conosce bene i propri polli, rimedia alla velleità di conferire un respiro catartico ed epico all’empito delle sinfonie conclusive. Peter Simonischek, orfano del fertile estro sarcastico speso in Toni Erdmann, impersona il riverito guru senza dare mai fulgido risalto alla solitudine dei direttori d’orchestra, al giogo del training, all’estasi della composizione. Resta tutto confinato nella superficialità delle buone intenzioni. Crescendo, in ultima analisi, agevola il gusto dello spettacolo. Ma vanifica il cortocircuito romantico affiliato alla gioia di suonare insieme e di vincere l’angoscia.

 

 

Massimiliano Serriello