Due casi hanno riportato alla luce un problema che la politica ha cercato di nascondere per troppo tempo. Da una parte la condanna definitiva di Mario Roggero, il gioielliere che ha sparato ai rapinatori che avevano minacciato la sua famiglia. Dall’altra la morte di Abderrahim Fakir durante un intervento della polizia a Bologna.
Ma al di là delle singole vicende, esiste un dato strutturale che non può più essere negato: una parte rilevante della criminalità predatoria in Italia è oggi commessa da stranieri, in particolare da irregolari.
I dati che smascherano la narrazione ufficiale
Nel 2024, secondo le statistiche ufficiali del Viminale, gli stranieri hanno rappresentato il 34,7% delle persone denunciate o arrestate, pur essendo circa il 9-10% della popolazione residente.
Quando si scende nei reati di strada la situazione diventa ancora più chiara:
- Rapine in pubblica via: il 60,1% degli arrestati è straniero
- Furti con strappo: 61%
- Borseggi e furti con destrezza: 69%
- Violenze sessuali: 43%
Questi numeri non sono discutibili. Sono dati del Ministero dell’Interno. E dimostrano che la microcriminalità predatoria nelle nostre città è in larga parte alimentata da stranieri, con un peso particolarmente elevato degli irregolari.
Per anni questa realtà è stata negata, minimizzata o coperta da una narrazione ideologica che preferiva parlare di “paura irrazionale” piuttosto che affrontare i dati.
Il centrosinistra e il fallimento deliberato
Le province con la più alta incidenza di stranieri tra gli arrestati sono proprio quelle che per anni sono state governate dal centrosinistra: Prato (62%), Milano, Firenze, Bologna e Roma.
In queste città il centrosinistra ha amministrato per oltre un decennio, difendendo politiche di immigrazione poco selettive e ostacolando qualsiasi dibattito serio sul legame tra irregolarità e criminalità. Ha preferito ripetere slogan sul multiculturalismo piuttosto che ammettere che il modello stava producendo insicurezza.
Mentre i cittadini subivano rapine, scippi e furti, sindaci e assessori di centrosinistra continuavano a minimizzare il problema, accusando chi sollevava il tema di essere “di destra” o “razzista”. Hanno governato le città più colpite dalla microcriminalità di strada senza mai mettere in discussione il proprio approccio ideologico.
Il risultato è oggi visibile: periferie sempre più difficili da gestire, cittadini che hanno paura di uscire la sera e una criminalità di strada che ha trovato terreno fertile proprio dove le amministrazioni erano più deboli e più ideologiche.
Due pesi e due misure vergognosi
Quando un italiano reagisce a una rapina, come nel caso di Mario Roggero, lo Stato lo condanna senza esitazione. Quando invece sono gli stranieri irregolari a commettere reati, spesso si preferisce trovare giustificazioni, parlare di “marginalità” o attaccare le forze dell’ordine.
Questa doppia morale non è un errore: è il risultato di una cultura politica che per anni ha anteposto l’ideologia alla sicurezza dei cittadini. Il centrosinistra ha difeso per troppo tempo un modello di immigrazione che ha fallito, e ha criminalizzato chi osava dire che stava fallendo.
Le amministrazioni di centrosinistra hanno avuto anni per dimostrare che il loro approccio era valido. I dati del Viminale dimostrano che ha fallito, e ha fallito soprattutto nelle città che hanno governato con maggiore continuità e rigidità ideologica.
Basta negare l’evidenza
I numeri sono chiari: una quota significativa della criminalità predatoria nelle nostre strade è legata all’immigrazione irregolare e mal integrata. Continuare a negarlo non è più solo ipocrisia politica: è una forma di tradimento verso i cittadini che subiscono le conseguenze di queste politiche.
Le amministrazioni di centrosinistra che hanno guidato le grandi città per anni portano una responsabilità politica chiara e diretta. Hanno negato il problema, hanno ostacolato il dibattito e hanno lasciato gli italiani a pagare il prezzo della loro ideologia.