Attore, regista, formatore e voce fuori dal coro: Cristian Calabrese ha costruito un percorso che rifiuta le etichette. Dopo gli anni della comicità televisiva (Zelig, Central Station) e della radio, ha attraversato il cinema — da Code: Karim a The Contract, al fianco di Kevin Spacey — e ha fondato la Master Film Academy, dove insegna il metodo della Metarecitazione. Oggi torna in teatro con lo spettacolo E Loro Lo Sanno, un monologo crudo e provocatorio sull’«utopia obbligatoria» del politicamente corretto. In questa intervista racconta perché ha scelto di tornare a guardare il pubblico negli occhi.

Cristian, presentati ai lettori di Mondospettacolo: chi sei oggi e come definiresti il tuo percorso artistico?

Oggi sono un artista che ha smesso di cercare una definizione. Sono attore, regista, autore, comico, formatore e comunicatore, ma soprattutto sono uno che continua a fare domande.

Il mio percorso è stato tutt’altro che lineare: teatro, cinema, radio, comicità, regia, formazione e oggi anche i social. Ho attraversato diversi linguaggi perché non ho mai creduto molto nelle etichette. L’artista, secondo me, deve rimanere inquieto. Quando smette di farsi domande, comincia semplicemente a ripetersi.

E forse oggi mi sento più artista di prima proprio perché non ho bisogno di dire qualcosa ma ho qualcosa da dire.

Dopo molti anni lontano dal palco sei tornato con lo spettacolo “E Loro Lo Sanno”. Cosa ti ha spinto a tornare in teatro proprio ora?

I social mi hanno dato una platea enorme, ma una platea digitale è diversa da una platea reale. Sul web puoi avere centinaia di migliaia di persone davanti a te, ma non puoi guardarle negli occhi.

Il teatro invece è una cosa fisica, quasi primitiva. Tu sali sul palco, dici una cosa e senti immediatamente la reazione delle persone. Non puoi cancellare, modificare, rifare.

“E Loro Lo Sanno” nasce proprio da questa esigenza: tornare a essere presente fisicamente davanti alle persone e parlare senza la mediazione dello schermo.

E poi c’è un’altra ragione: oggi sento di avere qualcosa da dire. E quando hai qualcosa da dire, prima o poi devi salire su un palco.

Nel tuo spettacolo parli di “utopia obbligatoria” e smonti molte ipocrisie del sistema. Quanto c’è di personale e quanto di osservazione sociale in questo lavoro?

C’è moltissimo di personale, perché ogni osservazione nasce prima di tutto da qualcosa che ti riguarda.

Io non mi sento fuori dal sistema. Ci sono dentro anch’io. Pago le bollette, uso i social, lavoro con gli strumenti che il sistema mette a disposizione. Ed è proprio per questo che posso permettermi di contestarlo di sfidarlo.

Quando parlo di “utopia obbligatoria” parlo di felicità, benessere e gioia a tutti i costi. L’essere umano non è nato per stare seduto sul divano. Deve fare fatica e mettersi alla prova. In un mondo utopico non lo puoi fare. Loro ci vogliono seduti sul divano. Viviamo un epoca del politicamente corretto. Devi necessariamente appartenere alla narrazione giusta, utilizzare le parole giuste, avere l’opinione giusta.

Io invece rivendico il diritto di essere scomodo.

La comicità, per me, non deve confermare quello che pensiamo già. Deve mettere una piccola mina sotto le nostre certezze.

Hai lavorato in cinema internazionale, tra gli altri Code: Karim e The Contract al fianco di Kevin Spacey. Come vivi il passaggio dalla comicità al cinema e alla regia?

Per me non c’è mai stato un vero passaggio.

La comicità mi ha insegnato il ritmo, il cinema mi ha insegnato l’immagine, la regia mi ha insegnato a guardare la storia dall’esterno. Sono strumenti diversi che però appartengono alla stessa cosa: raccontare.

Lavorare in produzioni internazionali ti fa anche capire una cosa importante: il talento da solo non basta. Servono disciplina, preparazione, capacità di stare sul set e soprattutto la capacità di essere professionali.

E poi c’è una cosa che mi ha sempre affascinato: stare dall’altra parte della macchina da presa. Quando dirigo, posso costruire il mondo nel quale voglio far vivere i personaggi.

Hai fondato la Master Film Academy. Cosa insegni ai tuoi allievi e cosa ritieni fondamentale oggi per un giovane attore?

La prima cosa che insegno è che non esiste una scuola capace di trasformarti in attore se tu non impari prima a osservare la vita. Ho creato un metodo di lavoro la Metarecitazione è appena uscito il mio libro su Amazon: https://amzn.eu/d/0bZx7vfI

La tecnica è fondamentale, naturalmente. Ma la tecnica senza esperienza diventa una maschera.

Alla Master Film Academy lavoro sull’attore come interprete completo: corpo, voce, emozione, carattere, consapevolezza e capacità di stare dentro una scena.

Ai giovani attori dico soprattutto una cosa: non aspettate che qualcuno vi scelga. Imparate a creare le vostre opportunità.

Oggi un attore non può più essere soltanto un interprete. Deve conoscere il linguaggio cinematografico, saper comunicare, costruire un progetto e capire come raccontarsi.

La vera scuola dell’attore, però, rimane la vita.

Hai costruito una community molto numerosa sui social. Come gestisci il rapporto con il pubblico digitale e quanto influenza il tuo lavoro artistico?

I social per me sono uno strumento, non una casa.

Li uso perché mi permettono di raggiungere milioni di persone senza chiedere il permesso a nessuno. Ma non voglio che diventino il luogo nel quale vivere artisticamente.

Il pubblico digitale mi ha insegnato moltissimo. Ti mette davanti a una cosa che il teatro ti insegna in modo diverso: capisci immediatamente quando qualcosa arriva e quando invece non arriva.

Ma non lascio che siano gli algoritmi a decidere cosa devo pensare.

Possono suggerirmi cosa interessa alle persone. Non possono decidere cosa devo dire io.

Ed è proprio per questo che oggi sento sempre più forte l’esigenza di tornare dal vivo.

Ti definisci spesso una “voce fuori dal coro”. Cosa significa per te oggi essere controcorrente nel mondo dello spettacolo italiano?

Significa soprattutto non avere paura di perdere il consenso.

Per me essere controcorrente non significa essere contro tutto. Sarebbe troppo facile. Significa avere la libertà di cambiare idea, di mettere in discussione anche le proprie convinzioni e soprattutto di non adeguarsi soltanto perché una determinata opinione in quel momento funziona.

Nel mondo dello spettacolo esiste una pressione enorme verso l’omologazione.

Io preferisco rischiare di essere criticato piuttosto che essere applaudito per qualcosa che non penso.

Alla fine, se tutti sono d’accordo con te, forse non stai dicendo niente di particolarmente interessante.

Quali sono i tuoi prossimi progetti tra teatro, cinema e formazione?

Il teatro è sicuramente una delle direzioni principali. “E Loro Lo Sanno” non lo considero un punto d’arrivo, ma l’inizio di una nuova fase.

Sto lavorando anche su diversi progetti cinematografici, tra scrittura e regia, e naturalmente continuerò il lavoro con la Master Film Academy.

Ma c’è anche un progetto che per me è molto importante: creare uno spazio nel quale le persone possano incontrarsi realmente, uscire per qualche ora dalla dimensione dello schermo e tornare a parlare, discutere, ridere e confrontarsi dal vivo.

Perché credo che nei prossimi anni la vera rivoluzione sarà proprio questa: tornare a incontrarsi.

Se dovessi lasciare un messaggio a chi ti segue e a chi vuole fare questo mestiere, quale sarebbe?

Non aspettate il permesso.

Se volete fare gli attori, recitate. Se volete fare cinema, fate un film. Se volete scrivere, scrivete. Se volete salire su un palco, saliteci.

Non aspettate che qualcuno vi scopra.

E soprattutto non confondete il successo con la popolarità. La popolarità può arrivare e sparire in un giorno. Quello che costruisci dentro di te rimane.

Io ho passato anni a cercare il mio posto nel mondo dello spettacolo. Oggi ho capito che forse il punto non è trovare un posto.

È costruirselo.

Il percorso di Cristian Calabrese non è una linea retta, ed è proprio questo il suo punto di forza. Dal palco televisivo al cinema internazionale, dalla formazione alla community digitale, fino al ritorno in teatro con E Loro Lo Sanno, Calabrese rivendica il diritto di essere scomodo, di cambiare idea e di non chiedere il permesso. In un mondo dello spettacolo che premia spesso l’omologazione, il suo messaggio è netto: non aspettare di essere scelto. Costruisci il tuo spazio. E, quando hai qualcosa da dire, sali sul palco.

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https://www.youtube.com/@calabresecristian/videos

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