Per capire Cristian Ruiz non basta scorrere il suo curriculum. L’elenco è lungo, fitto di musical, televisione, cinema, danza e musica, ma i titoli raccontano soltanto dove è stato. Non dicono cosa accade quando sale sul palcoscenico.
Il dettaglio che conta si vede in un vecchio filmato di Jesus Christ Superstar, registrato al Teatro Verdi di Brindisi nel 2011. L’immagine è sgranata, la scena piena di corpi e il punto di ripresa lontano. Eppure l’occhio finisce sempre su di lui. Ruiz interpreta Simone Zelota e non lo tratta come un apostolo messo lì a completare il gruppo. Ne fa un agitatore, un uomo febbrile che vorrebbe trasformare il seguito di Cristo in una forza politica da scagliare contro Roma.
Canta, danza, attraversa il palco, affronta Gesù faccia a faccia e trascina il coro dietro di sé. Il movimento non serve a riempire la scena: racconta il personaggio. Il petto aperto, le gambe piantate, le braccia lanciate verso gli altri hanno la forza di un comizio. Ruiz non interpreta Simone come un uomo che segue Cristo, ma come qualcuno che vorrebbe trasformarlo in un’arma. Quando gli altri arretrano e lui rimane sotto il fascio di luce, il palco continua a reggersi sulle sue spalle.
È qui che si capisce la differenza tra un attore che sa cantare e un performer completo. Ruiz non separa la voce dal corpo e il corpo dalla recitazione. Tutto lavora nella stessa direzione.
La sua formazione parte dalla danza, studiata fin da bambino, e passa attraverso canto e recitazione, con un periodo di perfezionamento negli Stati Uniti. La carriera lo porta da West Side Story a Grease, da Rent a My Fair Lady, passando per Hairspray, Cats, Ghost, Processo a Pinocchio, La Congiura e molti altri spettacoli. A questo si aggiungono televisione, cinema e musica. Ma fermarsi all’elenco sarebbe come descrivere un corpo contando soltanto le ossa.
In Priscilla, la regina del deserto, Ruiz interpreta Tick, in arte Mitzi. Un personaggio molto diverso da Simone Zelota e forse ancora più difficile. Tick è una drag queen, ma è anche un uomo separato e un padre che sta per incontrare il figlio dopo anni. Viaggia verso Alice Springs con Bernadette e Felicia, stretto fra due modi opposti di vivere l’identità, mentre si domanda come il bambino reagirà scoprendo quella parte della sua vita.
Nel trailer della stagione 2018/2019 esplodono musica, costumi e colori, ma dietro il luccichio resta visibile la crepa del personaggio. Tick deve far ridere, cantare e guidare il gruppo senza perdere la propria fragilità. Ruiz riesce a indossare Mitzi senza permettere al costume di divorare l’uomo che c’è dentro. Non sorprende che una recensione dell’epoca abbia sottolineato proprio la sua capacità di affrontare l’ambiguità del ruolo.
Cristian Ruiz è un artista poliedrico, ma questa parola rischia di diventare una comoda etichetta. Essere poliedrici non significa soltanto saper recitare, cantare e ballare. Significa riuscire a far comunicare tutte queste parti senza trasformarle in una dimostrazione da saggio di fine anno. Nel suo lavoro il ballerino dà precisione all’attore, il cantante dà respiro alle parole e l’attore impedisce alla voce di diventare puro esercizio.
Il lato più interessante, però, emerge anche lontano dal palcoscenico. Nei video pubblicati sui social Ruiz usa cinema, musica, televisione e cultura popolare per parlare della società. Affronta la solitudine, l’empatia, la diversità, il rapporto con il corpo, i pregiudizi e le ferite che spesso vengono nascoste dietro un’immagine ben costruita. Non osserva questi argomenti dall’alto. Li avvicina attraverso ricordi, personaggi e, quando serve, frammenti personali.
Questa sensibilità si sente con particolare forza in Quale casa è casa mia, brano pubblicato sul suo canale YouTube nel 2020. Il testo parte dalla guerra, dai mortai e da chi perde le proprie radici mentre il resto del mondo rimane a guardare. Il viaggio prosegue su un barcone senza una direzione certa, sospeso tra la speranza di salvarsi e la paura di non arrivare da nessuna parte. Poi il racconto cambia pelle: il fucile lascia il posto all’abito di una drag queen e la ricerca di un rifugio diventa anche ricerca di identità, appartenenza e accettazione.
Sono due forme di esilio che finiscono per toccarsi. Da una parte c’è chi viene strappato alla propria terra; dall’altra chi possiede un indirizzo, ma continua a cercare un luogo nel quale non debba chiedere scusa per ciò che è. La casa, allora, non è fatta soltanto di muri. È il posto in cui qualcuno ti guarda senza trasformarti in un errore da correggere.
Il brano non usa il dolore come arredamento e non cerca la lacrima facile. Lascia addosso una domanda semplice e cattiva: quante persone vivono accanto a noi senza sentirsi davvero a casa?
Cristian Ruiz è un artista a tutto tondo non perché abbia riempito ogni casella del mestiere, ma perché porta la stessa attenzione umana in forme molto diverse. Può guidare una folla come Simone Zelota, nascondere la paura sotto il trucco di Mitzi, attraversare una canzone e poi usare un breve video sui social per parlare di solitudine o empatia. Cambiano il costume, la musica e il mezzo. Non cambia lo sguardo.
Ed è forse questo il suo talento più importante: non limitarsi a stare sotto i riflettori, ma usarli per illuminare anche chi, troppo spesso, rimane fuori scena.
Link e fonti
- Curriculum artistico di Cristian Ruiz
- Cristian Ruiz in Jesus Christ Superstar – Simone Zelota
- Trailer di Priscilla, la regina del deserto – stagione 2018/2019
- Recensione di Priscilla al Teatro Verdi di Firenze
- Quale casa è casa mia
Emanuela Ferrara