Tra esplorazione spaziale e sentimenti profondi, “DONUM – Le Cronache del Vuoto” segna l’esordio di una saga sci-fi che non rinuncia all’introspezione. Abbiamo incontrato l’autore Cristian Scapin per capire come si costruisce un universo dove l’umanità deve affrontare le proprie paure prima ancora delle stelle.

Ciao Cristian, partiamo da una sensazione: nel tuo libro si percepisce spesso una solitudine cosmica molto forte. Nel prologo scrivi “L’umanità stava compiendo il passo più audace della sua storia: abbandonare il nido.” Quanto c’è di paura, oltre che di progresso, in questa scelta?
In DONUM la paura non è legata soltanto al terrore o al panico. È qualcosa di più profondo e più antico. Una paura esistenziale. La vera domanda non è “cosa troveremo nello spazio?”, ma: chi siamo davvero, da dove veniamo e soprattutto dove cavolo stiamo andando? L’umanità nel romanzo si affaccia improvvisamente su qualcosa di immensamente più grande di lei. E quando ogni punto di riferimento inizia a crollare — culturale, religioso, scientifico o persino biologico — nasce inevitabilmente la paura. “Abbandonare il nido” è una figura retorica che rappresenta esattamente questo passaggio. Non significa soltanto lasciare la Terra. Significa abbandonare la propria zona di comfort e accettare di entrare nell’ignoto. E l’ignoto, per definizione, spaventa sempre l’essere umano. Credo che DONUM ruoti molto attorno a questo concetto: il momento in cui una civiltà smette di sentirsi al centro dell’universo e comprende di essere soltanto una piccola parte di qualcosa di immensamente più vasto, complesso e incomprensibile. Ed è proprio a quel punto che si inserisce il Vuoto. Non come semplice assenza o oscurità, ma come passaggio inevitabile. Un momento di frattura in cui tutto ciò che definiva l’essere umano perde consistenza, costringendolo a confrontarsi con ciò che rimane davvero. Perché solo quando cadono le illusioni, le certezze e le maschere, può iniziare una trasformazione autentica.
Nel capitolo del relitto alieno emerge una dimensione quasi emotiva, soprattutto nella scena della famiglia ritrovata. È un momento molto potente. Ti sei lasciato guidare più dalla narrazione o da una riflessione sull’umanità stessa?
Direi entrambe le cose, perché in DONUM la narrazione e la riflessione sull’essere umano finiscono spesso per diventare inseparabili. La scena del relitto alieno funziona sicuramente a livello narrativo — c’è il mistero, la tensione, il senso di scoperta — ma quello che mi interessava davvero era il contrasto umano che emerge in mezzo a tutto quel silenzio cosmico. Quando i protagonisti trovano quella famiglia, il lettore si rende improvvisamente conto che l’universo non è fatto soltanto di astronavi, tecnologie o civiltà aliene. È fatto anche di legami, paura, perdita, protezione reciproca. Elementi profondamente universali. Ed è proprio questo che volevo mostrare: più l’uomo si allontana dal proprio mondo, più alcune emozioni diventano essenziali. Nel Vuoto le sovrastrutture iniziano lentamente a cadere. Restano le cose fondamentali: la sopravvivenza, l’identità, il bisogno di appartenere a qualcuno, la paura di perdere chi si ama. Credo che quella scena colpisca proprio per questo motivo. Per un attimo il lettore smette di osservare “l’ignoto alieno” e riconosce qualcosa di intimamente familiare. Ed è lì che DONUM cerca spesso di lavorare: nel punto in cui il cosmico e l’umano si toccano.
Una piccola osservazione: in alcuni passaggi tecnici, come la descrizione dei sistemi della Mistique, il ritmo rallenta leggermente. È stata una scelta consapevole per dare solidità al mondo o qualcosa che rivedresti?
Sì, è stata una scelta assolutamente consapevole. Volevo che la Mistique desse la sensazione di essere reale, quasi tangibile. Non una semplice “scenografia spaziale” messa sullo sfondo della storia, ma un luogo concreto, abitabile, con un peso fisico e psicologico ben preciso. In molta fantascienza contemporanea la nave rischia di diventare soltanto un mezzo per spostare i personaggi da un punto A a un punto B. In DONUM invece la Mistique è parte integrante della narrazione. È un ecosistema chiuso, un’Arca, una civiltà compressa dentro uno scafo metallico destinato a viaggiare per generazioni nel Vuoto. Per questo alcuni passaggi tecnici rallentano volutamente il ritmo. Avevo bisogno che il lettore percepisse: la complessità del viaggio, il peso dell’isolamento, la dipendenza totale dell’uomo dalla tecnologia, ma anche la fragilità di quell’equilibrio. Alla fine la Mistique non è soltanto una nave. Diventa quasi un organismo vivente, con i suoi ritmi, le sue regole e perfino una propria identità. Detto questo, credo che ogni autore, riguardando il proprio lavoro col tempo, trovi sempre qualcosa che potrebbe limare o rendere più fluido. Fa parte del processo creativo. Ma non rinuncerei mai a quella componente di costruzione del mondo, perché è proprio lì che DONUM trova una parte importante della sua credibilità e della sua atmosfera.
Guardando al futuro della tua carriera, immagini DONUM come una saga lunga e strutturata oppure preferisci lasciare spazio all’evoluzione naturale della storia?
DONUM nasce sicuramente con una struttura ampia. Fin dall’inizio non l’ho mai pensato come una storia “chiusa” in un solo libro, perché l’universo narrativo che si porta dietro è troppo grande per esaurirsi in un’unica vicenda. Ci sono civiltà, evoluzioni, eventi cosmici e intere linee narrative che esistono ben oltre lo sguardo immediato dei protagonisti. E in parte volevo proprio trasmettere questa sensazione: l’idea che il lettore stia osservando soltanto un frammento di qualcosa di immensamente più vasto. Allo stesso tempo, però, non mi interessa costruire una saga infinita soltanto per allungarla. Preferisco che la storia evolva in modo naturale, seguendo le conseguenze delle scelte dei personaggi e delle trasformazioni dell’universo stesso. In DONUM tutto ruota molto attorno al cambiamento: biologico, spirituale, culturale, persino cosmico. E quindi anche la narrazione deve mantenere una certa libertà evolutiva. Alcuni elementi che sembrano centrali possono perdere importanza, mentre altri, apparentemente marginali, possono diventare fondamentali col tempo. Credo che sia proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della fantascienza: la possibilità di raccontare non soltanto il viaggio dei personaggi, ma l’evoluzione stessa delle idee e delle civiltà. Quindi sì, esiste una direzione precisa. Ma voglio lasciare alla storia lo spazio necessario per sorprendere anche me mentre la scrivo.
