Cyrano: Peter Dinklage nel musical da Edmond Rostand

Le interpolazioni poste in essere dall’esperto regista britannico Joe Wright nel drammatico musical Cyrano all’omonima commedia teatrale francese di Edmond Rostand – già portata sul grande schermo da Michael Gordon, con Jose Ferrer insignito dell’Oscar per l’interpretazione dello spadaccino romantico avvezzo a conferire ai versi poetici la forza dello stocco, e da Jean-Paul Rappeneau insieme a Gérard Depardieu nelle vesti del guascone dal cuore d’oro – permettono alle platee avvertite di riflettere sul modo di valutare la fabbrica dei sogni nel buio della sala.

Gli spettatori dai gusti semplici, con le fanciulle dall’anelito romantico sugli scudi, piangono intanto copiose lacrime di duolo e gioia al termine del film. Accolto dagli scroscianti applausi della folla accorsa alla sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Che chiude ufficialmente i battenti con l’orgoglio italiano per il contributo garantito alla realizzazione d’un remake a suon di musica destinato a fare incetta di statuette alla prossima cerimonia dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.

Siamo quindi di fronte alla resa incondizionata del cervello, ed ergo di qualsivoglia bagaglio culturale al servizio di fredde valutazioni critiche, e al tripudio del calore umano sancito dalle ragioni del cuore? O di una scaltra strategia di marketing che prende al laccio il target della fascia d’età maggiormente svilita dall’isolamento causato dalla lotta alla pandemia e quindi decisa ad affollare il ritorno alla socialità col trionfo ai botteghini del mercato primario della fabbrica dei sogni? Se così fosse, ci sarebbe comunque poco da eccepire. Trasformare un classico della letteratura adorato dagli intellettuali nell’ennesimo blockbuster che manda in brodo di giuggiole le coppie tenerelle, ma pronte lo stesso ad afferrare appieno la morale della favola, non è necessariamente una nota di demerito. Il rischio però dell’insopportabile banalizzazione della valenza significante dell’assunto per colpa d’un kolossal dai piedi d’argilla – a dispetto dell’immane dispiego di mezzi profusi per ricostruire l’atmosfera d’epoca degli scontri duri nella lotta e leali nello spirito, illuminato dall’egemonia delle parole piene su quelle vuote – s’insidia nelle diverse varianti. Concretizzate per riuscire ad anteporre il piacere dell’immediatezza espressiva alla noia dell’aura contemplativa. Dispiegata in rima col rischio del ridicolo involontario (persino Depardieu doppiato dal pur valoroso Oreste Rizzini poteva poco con frasi tipo: “La voce mi si coagula se mi si tocca una virgula”). Nondimeno, mentre è giusto tagliare corto sul rifiuto del fiero Cyrano all’offerta dell’autocrate Conte De Guiche di finanziarne la messa in stampa delle dolci liriche riservandosi l’incontrastabile diritto di correggerle, altre scorciatoie lasciano perplessi. Specie chi brucia d’ammirazione per la facondia spesa dall’armigero munito d’acume paragonando il suo naso fuori norma a “una penisola, a un’erta, a un capo, a un’insegna per una profumeria, alla scatola del rasoio, al promontorio dove partirono mille e più navi” prima di liquidare a colpi di scherma l’insolenza dello scudiero del conte povero d’ingegno.

Il tallone d’Achille rappresentato ora dal nanismo dell’inconfutabile gigante del pensiero e dell’azione costituisce quindi un azzardo sul versante della profondità degli slanci istrionici e dei ripiegamenti malinconici. Alla penuria di alternative all’altezza dei previi riferimenti alla deformità – in ogni caso patita sul serio nella vita, lontano dalla finzione, dal bravissimo attore Peter Dinklage affetto da acondroplasia e capace ugualmente di fornire una prova maiuscola nel ruolo del sagace folletto Tyrion Lannister nella serie tv fantasy Il trono di spade – corrisponde la perizia dell’apparato tecnico. I costumi, impeccabili dapprincipio nei merletti dei ninnoli da salotto e rilevanti al dunque negli indumenti laceri dei soldati in battaglia, testimoniano un crescendo che va oltre qualsivoglia rammendo. Lo spettacolo nello spettacolo, con le tavole del palcoscenico trasformate da Cyrano nella zona di scontro e confronto in nome dell’onore, mira a rinverdire gli echi di Nuovo cinema Paradiso. La prevalenza conclusiva degli esterni sulla cura degli interni permette alla geografia emozionale di superare i limiti di partenza. Gli inserimenti delle canzoni a tema, ree lì per lì di sostituire un lessico sorpassato per i giovani ed erudito e pertinente per i vegliardi seguaci della consuetudine, beneficiano dei picchi mimici di Haley Bennett. Che nel calarsi negli slanci di Roxanne, schiava del colpo di fulmine per l’aitante cadetto Christian a corto d’eloquenza e conquistata dall’oratoria prestatagli col favore delle tenebre da Cyrano, riesce ad arrossire sulla medesima stregua di Meryl Streep ne La scelta di Sophie. Il gioco fisionomico dell’eccezionale coppia rimedia così ad alcuni accorgimenti discutibili. In particolare l’espediente dello split screen per cogliere lo specchio dell’anima negli occhi dell’intero terzetto. Completato dall’interprete afro-americano Kelvin Harrison Jr. nei panni del combattente estraneo alla poesia, deciso a svelare l’inganno per consentire a Roxanne di scegliere sulla base dell’incanto interiore ed esteriore, sancendo la volontà della produzione di dare il benservito ai distinguo relativi al colore della pelle.

La bianca, muliebre, appassionata Roxanne, che grida con le gote rosse, a pieni polmoni, dal balcone della sua stanza, di volere di più delle concise dichiarazioni di circostanza, compensa qualsiasi pretestuosa affinità con Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli. A quel punto i vertiginosi movimenti di macchina da destra a sinistra, gli ammalianti carrelli all’indietro, il passaggio dagli intensi piani ravvicinati ai campi lunghi snudano la virtù dei territori siciliani eletti a location del non luogo colmo di significato nel riverberare gli stati d’animo. Le modalità esplicative delle lettere d’addio dei soldati a un tiro di fucile dalla morte cavano il sangue dalle pietre. Esortando i pezzi di marmo, allergici alle smancerie, a tirar fuori il fazzoletto. La scelta di cedere momentaneamente la ribalta alle figure di fianco, sennò superficiali ed esornative, d’inquadrare a candele smorzate i protagonisti ed esibire il colpo d’occhio dell’Etna innevato, attribuendogli il potere dei paesaggi che condizionano i modi d’agire, rimedia alla vena programmatica dell’ossatura ritmica. A serbare sorprese, al di là degli esiti plastici delle varie inquadrature e della persistenza del deep focus concepito con la complicità dell’ambiziosa fotografia di Seamus McGarvey, per consentire a tutti, belli e brutti, di vederci chiaro nell’ammodernamento, provvedono Haley Bennett e Peter Dinklage. Lei mettendo lo sguardo agilissimo, la bocca sensuale, l’aria estatica, la fragranza di vita al servizio dell’unhappy end convertito in lieto fine morale. Lui, pronto a palesare l’intimo nesso tra amore nascosto ed estrema lealtà con il corrugamento della fronte sporgente, l’immobilità definitiva degli arti corti e tozzi, come quelli dei bimbi, l’immensità degli occhi. Che comunicano più di mille parole. Come i veri nobili d’animo. Cyrano, alla prova del nove, ricavando linfa dai raccordi di montaggio dell’alacre Valerio Bonelli, perde nell’ambito della compiutezza contenutistica ciò che acquista nella sfavillante e struggente forma. Attribuita al tempo perduto. Caro a Proust. Joe Wright, dopo aver dimostrato di non temere le accuse d’empietà conciliando in Anna Karenina il lascito dell’immortale Tolstoj alla peculiare concezione di panegirico, raddoppia la posta. Alzando un monumento alle frecce di Cupido e al dono della dialettica a favore dei cinefili in erba. Conquistati dai furbi teen-movie e, da questo momento in poi, dal filone nostalgia.

 

 

Massimiliano Serriello