Il progetto sarebbe dovuto essere un concept orizzontale, un unico viaggio guidato da un personaggio di nome Atena. Poi, lavorando ai testi, i Niente da Fare si sono accorti che certi temi erano troppo complessi da raccontare in un’unica storia continua, e hanno scelto la strada opposta: dieci episodi autoconclusivi, ciascuno con la propria logica interna, legati solo da un filo tematico comune sulla normalità e l’anormalità del vivere quotidiano. Il modello dichiarato è la struttura episodica di Doctor Who, e il risultato, Stanze Mentali, secondo album della band, restituisce davvero la sensazione di dieci porte diverse aperte sulla stessa casa. L’eclettismo con cui i Niente da Fare mescolano riferimenti pop, dal Signore degli Anelli a Nightmare Before Christmas, fino al discorso di Martin Luther King, ricorda per certi versi l’approccio enciclopedico di Caparezza, anche se qui il registro resta più rock e meno orientato al flow rap. Il pop-rock con venature grunge che la band porta avanti dal primo album, Per Caso Alieno, qui si arricchisce di tempi dispari, orchestrazioni e ritmi latin, senza perdere la sua anima diretta e melodica. Quello che convince più di tutto è il coraggio di cambiare in corsa un progetto già avviato, accettando che alcune storie semplicemente non si lasciassero raccontare nella forma originaria. Stanze Mentali ne esce più libero, più vario, e probabilmente più sincero. Brani come Bionde, Scure, Rosse, costruiti su una leggenda quasi goliardica ambientata tra l’antica Roma e l’Irlanda, convivono senza imbarazzo con la gravità di Yggradrasill, e questa convivenza, più che un compromesso, sembra la vera dichiarazione di poetica del disco.

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