Alessandro Simonetto sulle Dolomiti
Alessandro Simonetto sulle Dolomiti

Il pianista bassanese ha scalato 9 cime tra le più iconiche del Veneto in soli 20 giorni, trasformando una fragilità fisica in una storia di rinascita

Ci sono storie che nascono dalla musica e altre che nascono dalla montagna. Quella di Alessandro Simonetto le racchiude entrambe, intrecciando due mondi apparentemente distanti in un’unica narrazione di resistenza, disciplina e rinascita personale.

Pianista, compositore e produttore discografico originario di Bassano del Grappa, Simonetto è conosciuto a livello internazionale per il suo lavoro sull’opera di Erik Satie, con registrazioni che hanno superato i 20 milioni di ascolti su Spotify e sulle principali piattaforme streaming. Ma nelle ultime settimane il suo nome è tornato alla ribalta per un motivo del tutto diverso: una sfida alpinistica personale che lo ha portato a conquistare nove cime delle Dolomiti in appena venti giorni.

Dal Re alla Regina delle Dolomiti

Il percorso scelto da Simonetto non è casuale, ma segue un filo narrativo preciso, quasi musicale nella sua struttura. Si parte dall’Antelao (3.264 metri), storicamente conosciuto come il “Re delle Dolomiti”, per proseguire attraverso le tre Tofane — Rozes, Mezzo e Dentro — e toccare Punta Sorapìss e Croda Marcòra. Il viaggio continua sulle Pale di San Martino, con le ascensioni di Cima della Vezzana e Nuvolo, fino all’apice simbolico: Punta Penìa, sulla Marmolada, la “Regina delle Dolomiti”, a 3.343 metri di altitudine.

Numeri che raccontano un impegno fisico notevole: oltre 10.000 metri di dislivello positivo e decine di chilometri percorsi tra sentieri esposti, tratti tecnici e alcune ascensioni affrontate in solitaria, altre in cordata con compagni di salita.

Alessandro Simonetto sulle Dolomiti

La montagna come terapia

Dietro i numeri, però, c’è una storia molto più personale di quanto un semplice resoconto alpinistico possa suggerire. «Vado in montagna da poco, prima per esigenze di salute e poi per passione», ha raccontato lo stesso Simonetto. Negli anni precedenti la pandemia, il musicista aveva vissuto un periodo di completa immobilità, conseguenza dell’assunzione di cortisonici per curare un’infiammazione respiratoria: un momento in cui, per sua stessa ammissione, non riusciva più nemmeno a camminare.

Come se non bastasse, due anni fa una frattura al calcagno aveva nuovamente costretto Alessandro Simonetto a fermarsi per diversi mesi. È da questa condizione di fragilità che è nato, paradossalmente, il desiderio di sfidare i propri limiti fisici e mentali, fino a trasformare la montagna in un vero percorso di riabilitazione personale.

Alessandro Simonetto sulle Dolomiti

Il vero ostacolo non era la roccia

Uno degli aspetti più interessanti della vicenda riguarda la natura stessa della sfida. Interrogato sulle difficoltà incontrate, Alessandro Simonetto è stato chiaro: «La difficoltà più grande non è stata la montagna in sé, per la quale credo di essermi preparato tecnicamente e fisicamente. È stata convincere me stesso ad alzarmi e partire».

Una dichiarazione che sposta il baricentro della storia dall’impresa fisica a quella psicologica, rendendo il racconto universale e capace di parlare anche a chi non ha mai indossato un paio di scarponi da montagna.

Un finale sotto l’eclissi

L’ultima tappa del percorso, Punta Penìa, è stata raggiunta in condizioni particolarmente suggestive: avvolta nella nebbia e nella sabbia proveniente dal deserto, la vetta più alta della Marmolada ha fatto da cornice a un momento più unico che raro, l’osservazione di un’eclissi lunare dal punto più elevato del Veneto.

Alessandro Simonetto sulle Dolomiti

Una nuova consapevolezza

A distanza di pochi mesi dalla fine dell’impresa, Simonetto guarda con occhi diversi sia alle montagne appena conquistate sia al proprio percorso personale: «Solo un anno fa non avrei pensato di poter salire una sola di queste montagne. Oggi le guardo in modo diverso. E soprattutto sono grato di aver ritrovato la salute, anche quella psicologica, che mi ha permesso di tornare lassù».

Non solo alpinismo: una metafora di vita

La sfida delle nove cime dolomitiche si configura così come qualcosa che va ben oltre la semplice performance sportiva. È la dimostrazione tangibile di come la stessa disciplina, pazienza e sensibilità che caratterizzano da decenni il lavoro musicale di Simonetto — dedicato in particolare alla riscoperta filologica dell’opera di Erik Satie — possano applicarsi anche a un percorso fisico e interiore altrettanto complesso.

Come sintetizza lo stesso protagonista, in una frase che chiude idealmente il cerchio tra le due passioni della sua vita: “la vetta, alla fine, non era lassù ma dentro di me”.

Ulteriori informazioni: Ufficio Stampa: https://www.ufficiostampaecomunicazione.com/ info@ufficiostampaecomunicazione.com

Di Salvo Longo

Salvo Longo, giornalista, esperto di comunicazione strategica e ufficio stampa, autore di manuali sulla Comunicazione.

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