Regista di The loved ones e The devil’s candy, Sean Byrne dirige Dangerous animals, ambientato nell’oceano popolato da squali.

Incarnato da Jai Courtney, Bruce Tucker organizza con la sua imbarcazione escursioni in mare aperto.

I turisti vengono calati in profondità dentro una gabbia metallica per ammirare gli squali da vicino. Il film, senza indugi  parte subito con un’uccisione che mette  al corrente lo spettatore circa l’identità criminale e psicopatica di Bruce. L’oceano sulla costa australiana è anche meta di tanti surfisti, tra i quali Zephyr, ragazza americana dalle fattezze di Hassie Harrison, che vive di espedienti per sbarcare il lunario. L’incontro occasionale con Moses, portato in scena da Josh Heuston, fa vacillare il suo spirito indomito e ribelle, ma nella notte Zephyr decide di lasciare la casa del ragazzo. Il giovane, non rassegnatosi all’abbandono repentino, la cerca ovunque, ma di lei nessuna traccia. Scoprirà in seguito che probabilmente è stata rapita. Dangerous animals è un thriller con spiccate incursioni nell’horror psicologico che non disdegna sadiche derive nel cinema delle crudeltà. Nel lungometraggio di Sean Byrne ci sono gli squali, ma si evidenzia come in realtà l’uomo è il predatore più pericoloso, sia che si trovi sulla terraferma che nel mezzo dell’oceano.

L’aspetto psicologico delinea i tratti di un serial killer sui generis. Inquietante la prova attoriale di Jai Courtney, che emana brividi di puro terrore acuiti da un umorismo nero. Un personaggio davvero ben sfaccettato, che in una sequenza sembra omaggiare oltretutto il Buffalo Bill de Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. Gli omaggi e i riferimenti ai capolavori non finiscono qui: è d’uopo citare Lo squalo di Steven Spielberg, poiché il medesimo aveva soprannominato il pescecane meccanico proprio Bruce. Anche la gestione della tensione e della suspense, che sono palpabili soprattutto nell’attesa inquietante che il predatore dei mari assetato di sangue raggiunga le sue vittime, rammentano il pathos ansiogeno generato dal film del 1975. In Dangerous animals, però, la variante è che queste vengono gettate in acqua dal serial killer mediante un rituale sadico e perverso. Jai Courtney nella sua interpretazione risulta magnifico, carismatico e inquietante, e quando il film tracima nell’horror più truce trova in Hassie Harrison la sua degna final girl.

L’insieme difetta in qualche forzatura di sceneggiatura, ma il cineasta australiano sa sfruttare al meglio le location, e il comparto sonoro fa il resto. Nelle sequenze notturne in mare aperto la regia sfoggia particolare maestria nel giocare con luci e ombre, generando atmosfera e tanta tensione. La stessa cosa vale anche per gli interni della barca di Tucker, tra stretti corridoi, luci intermittenti e un peculiare uso del videotape. Interessante il crossover tra un film sugli squali e un thriller con un serial killer davvero inconsueto. E viene messo in risalto come il mare abbia le sue insidie e l’umanità i suoi orrori, che si riassumono in un concentrato di malvagità, follia e sadismo a dispetto di creature spaventose come gli squali, che per istinto seguono la loro natura. Forse c’è da chiedersi se anche l’essere umano non sia accomunato dallo stesso impulso assassino. In definitiva, l’intrattenimento con Dangerous animals è garantito, anche al netto di qualche forzatura e prevedibilità.

2 pensiero su “Dangerous animals: insidie, (dis)umanità e orrori del mare”

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